di Andrea Santini
2009-01-20
De Magistris e le interferenze patologiche
La Procura di Catanzaro invasa e perquisita da un centinaio tra carabinieri e poliziotti, guidati dal procuratore capo di Salerno Luigi Apicella e dai suoi sostituti, Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi. Il procuratore generale di Catanzaro, Enzo Jannelli, e il suo predecessore, oggi avvocato generale della Corte d'appello Dolcino Favi, indagati, assieme ad altri cinque magistrati, con accuse che vanno, a vario titolo, dalla corruzione in atti giudiziari all'abuso d'ufficio, dal falso alla calunnia e alla diffamazione. Sarebbero responsabili, secondo i magistrati salernitani, di un vero e proprio complotto per sottrarre all'ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, oggi giudice del riesame a Napoli, le inchieste "Why not" e "Poseidone" in modo da smembrarle e renderle, nell'interesse degli imputati, totalmente inoffensive.
E anche il Csm, che aveva trasferito De Magistris a Napoli, accogliendo la richiesta presentata dall'allora ministro della giustizia Clemente Mastella, indagato dal magistrato, ha ora aperto una sua inchiesta, affidata alla prima commissione, per cercare di capirci qualcosa, visto che quella decisione di trasferimento potrebbe oggi costituire un'ombra. Le ipotesi che, ormai da giugno, vengono formulate, sono pesantissime. Salerno, competente per territorio, aveva già completamente scagionato De Magistris. Con un atto di quasi mille pagine aveva stabilito che non solo, nel corso delle sue inchieste, l'ex pm aveva agito in maniera "assolutamente legittima e corretta", ma che era stato vittima di "pressioni e interferenze" proprio a causa dei risultati ottenuti. Si parla di "interferenza patologica". "Il contesto giudiziario in cui si è trovato ad operare Luigi De Magistris - è scritto nel documento - appare connotato da un'allarmante commistione di ruoli e fortemente condizionato dal perseguimento di interessi extragiurisdizionali, anche di natura illecita". In questo giro di interessi e di strumentalizzazioni sarebbero coinvolti anche giornalisti e collaboratori di polizia giudiziaria, fatti segno di perquisizioni mirate.Il magistrato scomodo aveva messo le mani su giri d'affari miliardari, i cui proventi finivano in molte tasche. Prima le discariche (Poseidone), poi i finanziamenti europei, o in ogni caso pubblici (Why not). E aveva cominciato ad individuare le responsabilità dirette ma, soprattutto, la rete di complicità occulte che permetteva ai soliti amici di accaparrarsi la maggior parte della torta quando erano scattate nei suoi confronti le denunce, le calunnie, persino le intimidazioni.
Per i vertici della Procura di Salerno, che sono tornati in sede portandosi via scatoloni di documenti e dischi di computer, frutto delle 14 ore di perquisizioni a Catanzaro, non solo in Procura, ma anche presso le abitazioni degli indagati, magistrati e non, si tratta di un vero complotto, teso a "fermare De Magistris, danneggiare lui, consulenti tecnici e persone informate sui fatti, ostacolare le inchieste, smembrarle, disintegrarle e favorire taluni imputati". E ne fanno anche i nomi, quando indicano, tra gli altri favoriti, il dirigente della Compagnia delle Opere Antonio Saladino, il deputato Giancarlo Piattelli e l'ex ministro Clemente Mastella. La cui iscrizione al registro degli indagati da parte di De Magistris è definita "doverosa", mentre la richiesta di archiviazione delle accuse nei confronti dell'ex ministro, fatta dalla Procura generale e accolta dal gip viene bollata come "illecita".Adesso, come da copione, si è cominciata a sollevare
Decreto no, piazza forse
Il corsivo
di Andrea Scarchilli
Come previsto, le misure contro la crisi economica varate dal Consiglio dei ministri non convincono Pd e Cgil, che chiedevano un sostegno più energico alle fasce deboli e un allargamento maggiore degli ammortizzatori sociali. Epifani conferma lo sciopero e chiede alla politica un ruolo forte, il ministro ombra Letta già annuncia di voler scegliere l'esclusiva opposizione parlamentare .
Nessuna sorpresa dal Consiglio dei ministri, le misure approvare - "in dieci minuti", ha assicurato il premier Silvio Berlusconi - sono quelle in larga parte sviscerate dai mass media negli ultimi giorni. Spicca su tutto il bonus per le famiglie a basso reddito. Sarà nella busta paga (o nella pensione) di gennaio. Andrà dai duecento ai mille euro, calcolati sulla base del reddito (dovrà essere in ogni caso inferiore ai 22mila annui) e dei figli a carico. Nel caso in famiglia uno dei membri sia portatore di handicap, la soglia massima per l'erogazione salirà fino a 35mila euro. Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha inserito nel decreto anche un meccanismo a tutela di coloro che hanno un mutuo per la casa a tasso variabile. E' stabilito, per gli interessi, un aumento massimo del quattro per cento. Nel caso venga oltrepassato della differenza si farà carico lo stato. Non è quello che chiedevano Cgil e Partito democratico (ma protesta anche la Confindustria che voleva più fondi per le imprese), a favore di misure più energiche a favore dei redditi più bassi. Ma della misura simbolo, richiesta dall'opposizione e dal sindacato più grande, ovvero la detassazione delle tredicesime, Tremonti non ha voluto sentire parlare. Così, alla fine, ai più deboli sono andati solo tre miliardi scarsi, contro i sei - sette che voleva il Pd. E' inevitabile, quindi, che da questo momento in poi Cgil e democratici si ritrovino dietro la medesima barricata a contestare le misure del governo. Il segretario del sindacato di Corso Italia, Guglielmo Epifani, ha confermato lo sciopero generale del dodici dicembre e chiesto alla politica di giocare un ruolo forte, non limitato al semplice voto contrario alle misure. Ha detto Epifani: "Non è il momento delle timidezze, bisogna far sentire la forza delle posizioni in campo. Lo sciopero può essere uno strumento per chiedere al governo una svolta nel modo di affrontare la crisi". Più soddisfatti si sono mostrati gli altri leader sindacali. Il segretario generale della UIl, Luigi Angeletti, ha parlato di "bicchiere mezzo pieno" mentre quello della Cisl, Raffaele Bonanni, ha apprezzato l'innalzamento della soglia (da trentamila a trentacinquemila euro) per la detassazione del salario di produttività. La Cgil e il Pd sono delusi, oltre che dalla scarsa attenzione alla fasce più deboli, delle limitate risorse stanziate per gli ammortizzatori sociali. Si sperava di cogliere l'occasione della crisi per varare un abbozzo di riforma che allargasse le forme di tutela al reddito oltre i confini della platea dei lavoratori subordinati con un contratto a tempo indeterminato impiegati in certi settori (quelli per cui è prevista la cassa integrazione). Il governo, invece, si è limitato ad aumentare i soldi nel fondo per la cassa integrazione in deroga, cambiargli il nome (è diventato "Fondo sociale per l'occupazione e la formazione") ed erogare, in via sperimentale per tre anni, il cinque per cento del reddito dell'ultimo anno ai co.co.co che hanno perso il lavoro. Dicono Dario Franceschini ed Enrico Letta, rispettivamente vicesegretario e ministro ombra del Welfare del Partito democratico: "Sono misure tampone, buone per la televisione".Eppure, proprio su questo fronte il Pd, come nella migliore tradizione delle piazze di centrosinistra, è destinato a dividersi tra chi raccoglierà l'appello di Epifani e aderirà alla manifestazione della Cgil e chi, invece, si limiterà all'opposizione parlamentare. Il secondo fronte sarà capeggiato proprio da Letta, che ha detto: "E' il Parlamento il luogo dove si fa la battaglia contro le misure del governo". L'ex sottosegretario del governo Prodi, del resto, aveva già manifestato tutto il suo scetticismo nei confronti dello sciopero indetto (e confermato) dal sindacato di Epifani. Oggi i due hanno avuto tempo di parlare, a margine della conferenza sul welfare organizzata dal Pd. Ma non sembra sia servito, visto che dopo il conciliabolo con Epifani Letta ha dichiarato ai giornalisti: "Io mantengo il mio parere, sono due piani diversi. La politica per me si fa in Parlamento e lì cercheremo di modificare il provvedimento". Letta ha dalla sua il deputato ed ex presidente delle Acli Luigi Bobba, che ha già annunciato di non volere andare in piazza. Chi non ha dubbi è il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, che non ha rinunciato alla stilettata al Pd: "Considero molto negativo il fatto che il Partito democratico non riesca nemmeno ad appoggiare la Cgil sullo sciopero generale".
Approvate il disegno di legge Lazzati!
di Salvatore Scalzo*
Oltre al frastuono delle parole che riveste l’ennesima faccenda di inquinamento mafioso delle istituzioni in Calabria, questa volta con risvolti ancora più inquietanti dal momento che non sta a noi ricordare quanto Gioia Tauro rappresenti una delle potenzialità più significative della nostra terra, sarebbe davvero il caso che la politica restituisse fiducia ai cittadini con la forza delle leggi …in ultimo l’inchiesta sulle cosche crotonesi affina ancor di più il concetto!
Ci permettiamo per questo di ricordare ai nostri rappresentanti l’appuntamento perennemente mancato col disegno di legge Lazzati, misura che offrirebbe una risposta simbolica e al contempo essenziale al tentativo mafioso di penetrare e manovrare le istituzioni.
Lo ricordiamo per chi ancora non lo conosce ma soprattutto per chi finge, per opportunità varie, di non conoscerlo. Il Disegno di Legge Lazzati è elaborato dal presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione Romano De Grazia, con la collaborazione dei docenti dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, Luigi Fornari e Mario Alberto Ruffo. Lo strumento normativo colma una lacuna del sistema legislativo italiano: vieta la propaganda elettorale ai soggetti sottoposti a misure di sorveglianza speciale, perciò privati del diritto di voto attivo e passivo, comportando oltretutto la decadenza e la condanna da uno a sei anni per il candidato che si è giovato di tale attività di propaganda elettorale. Insomma uno strumento normativo di evidente utilità per contrastare il cancro dell’infiltrazione mafiosa nelle istituzioni elettive di tutta Italia ed evitare lo scioglimento dell’istituzione, provvedimento generalizzato e perciò iniquo che penalizza l’immagine dell’intera comunità e coloro che sono stati eletti liberamente e democraticamente. Il Disegno di Legge Lazzati gode dell’appoggio: del mondo accademico nazionale, un nome per tutti Vittorio Grevi, docente ed editorialista del Corriere della Sera; degli operatori del diritto, tra questi il presidente emerito della Corte Costituzionale e calabrese Cesare Ruperto, dell’ex giudice di Cassazione Gherado Colombo; di movimenti ed associazioni di cittadini. Ma tutto ciò non basta, da anni arriva in parlamento ed il suo iter si blocca inspiegabilmente e miseramente eppure il fenomeno esiste, non solo al sud Italia, con numeri pesantissimi.
Il disimpegno concreto nei confronti del fenomeno mafioso sembra l’unica vera costante di chi sta al potere e il disegno Lazzati, quale più logica conseguenza, affossa in un colpevole silenzio della politica. Lo ripetiamo da anni ormai con tutte le forze e i mezzi messi a nostra disposizione. Purtroppo le cose restano ferme, drammaticamente ferme. Laddove, invece, il disegno dovrebbe rappresenta una doverosa urgenza. Sappiamo da subito di rimanere inascoltati. Sempre meglio inascoltati che silenti.
*Presidente dell’Associazione
Universitaria Calabrese ULIXES
Incidenti sul lavoro, Italia e Europa a confronto
A colloquio con il vicepresidente della Commissione d’inchiesta sulle morti bianche
Il senatore Nerozzi, di ritorno da una missione a Londra, Parigi e Berlino in qualità di vicepresidente della Commissione d'inchiesta sulle morti bianche, commenta le normative sulla sicurezza adottate dai maggiori paesi del Vecchio continente e le compara con il nostro Testo unico
Morti bianche, una realtà scomoda che fin troppi fanno finta di non vedere. D'altronde è un dato di fatto che il lavoro ha perso la sua centralità rispetto all'impresa, come testimoniano le statistiche sugli infortuni che con ritmo implacabile ne rispecchiano la drammatica mercificazione nel mondo globalizzato. E dopo pochi giorni dalla storica sentenza sul rogo della ThyssenKrupp, che introduce la responsabilità penale dei manager e dei datori di lavoro, gli incidenti continuano a mietere vittime senza sosta.
Eppure nell'aprile dello scorso anno è stato licenziato il Testo unico sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, una normativa che segna un considerevole passo in avanti nel contrasto agli incidenti sul lavoro. Un testo ritenuto da molti esaustivo, ma male applicato. Ne abbiamo parlato con il senatore del PD Paolo Nerozzi, vicepresidente della Commissione d'inchiesta sulle morti bianche, di ritorno da una missione/studio a Parigi, Londra e Berlino sulle norme vigenti nei principali paesi del Vecchio continente in materia di sicurezza sul lavoro.
Partiamo dalla decisione della magistratura riguardo alla ThyssenKrupp...
Si tratta di una sentenza che rende giustizia di una tragedia, anche se quando si tratta di morti la giustizia non può che essere limitata. Ma il dato importante è che in questo caso i magistrati hanno potuto applicare le leggi italiane che prevedono anche la responsabilità penale ispirandosi al Testo Unico del ministro Damiano, che introduceva questo elemento. Un elemento osteggiato dal Governo, che ne vorrebbe l'abolizione, e dalla Confindustria che ha commentato la sentenza in maniera del tutto priva di stile e di umanità dichiarandola eccessiva.
La Commissione d'inchiesta sulle morti bianche, di cui è vicepresidente, è andata in missione in Europa la scorsa settimana per conoscere le misure adottate da Gran Bretagna, Germania e Francia per arginare il fenomeno degli infortuni sul lavoro. Qual è la situazione europea?
Quindi abbiamo una buona legge...
Sì, il problema è l'applicazione e il controllo.
Cosa si deduce guardando ai tre modelli europei nel loro insieme?
Intanto quello inglese ha l'aspetto della punibilità: efficacissimo per quanto riguarda gli incidenti mortali, meno efficace per gli infortuni o le malattie professionali, i cui dati sono simili a quelli italiani poiché, soprattutto nella piccola e media impresa, è più facile nasconderli.
Se in Italia applicassimo il Testo Unico così com'è ci avvicineremmo ai livelli della Gran Bretagna?
No, saremmo simili solo sotto gli aspetti penali, per il resto rimarremmo unici. Infatti il modello britannico e quello tedesco - di quello francese parlerò dopo - hanno un ruolo della bilateralità e del sindacato dell'impresa più forte che da noi. In Gran Bretagna regge perché accompagnato dalle misure penali, mentre in Germania procede con risultati leggermente migliori rispetto al sistema italiano perché il rapporto di bilateralità e di rigore nel rispetto della legge nei paesi nordici raggiunge dei livelli ben diversi dai nostri. Un sistema bilaterale in un paese come l'Italia rischia di permettere una gestione penalizzante dei diritti individuali delle persone, ed ecco perché non è contenuto nel Testo unico.
E' proprio questo il terreno sul quale si sta spingendo Sacconi, la bilateralità...
Certo. E come è vero che in Germania regge, in Francia - dove è presente un sistema simil-bilaterale - non dà i risultati sperati. I sistemi inglese e francese infatti, che sono simili tranne che per l'aspetto della punibilità, sono senz'altro inferiori a quello tedesco. Però riguardo alla mortalità il modello più interessante è quello inglese che prevede un elemento penale molto forte, contenuto anche nel nostro Testo unico.
Ma c'è una seconda considerazione da fare sull'insieme dei paesi, e cioè che ci troviamo in presenza di un rallentamento della diminuzione degli incidenti sul lavoro, e in parte anche delle morti, simile a quello sperimentato dall'Italia nel biennio 2006-
Perché questa inversione?
Per la deregulation che investe in forme diverse tutti i paesi. I settori e le tipologie degli infortuni, identici nei paesi in esame, riguardano l'edilizia e l'agricoltura - anche se in Francia il sistema di rilevazione per il secondo settore citato è differente rispetto agli altri e non ci sono dati disponibili perché frammentati e parziali - e gli extracomunitari e i giovani precari. Questo fenomeno dalle dimensioni europee dimostra che un mercato con meno regole e meno diritti colpisce in maniera simile, anche se con percentuali diverse, le due categorie più deboli: i giovani e gli immigrati. Le argomentazioni addotte dai paesi che abbiamo visitato riguardano il fatto che i giovani hanno meno formazione e meno informazione, e tra questi primi fra tutti gli immigrati.
Ma in realtà, benché formazione e informazione siano due punti indispensabili nella prevenzione degli infortuni sul lavoro, spesso gli incidenti avvengono anche per un aumento eccessivo dei carichi di lavoro e per la necessità di fare straordinari, aspetto al quale non viene posta la giusta attenzione. Sicuramente formazione e informazione vanno rafforzate nel nostro paese, basta girare per le strade per rendersene conto, ma non è sufficiente. L'elemento della deregolamentazione, di fronte alla necessità di portare a casa un salario minimo, è condizionante della situazione.
Quanto incide la crisi economica sugli infortuni sul lavoro?
Incide sempre tanto, perché porta a due aspetti: a carichi di lavoro maggiori da un lato, alla paura di perdere il posto di lavoro dall'altro che rende il lavoratore più proteso alla difesa del proprio posto di lavoro e disposto a sacrificarsi.
Qual è la situazione dell'Italia, dal punto di vista delle statistiche, rispetto ai tre Paesi che ha visitato?
Sicuramente peggiore, anche se percentualmente identica a quella della Francia che, con l'aggiunta delle morti da amianto, presenta una situazione con fasi alterne simile alla nostra benché annoveri complessivamente meno morti e meno infortuni. I dati d'Oltralpe su malattie professionali e mortalità ad esse legata sono più alti che da noi.
Alla luce di quanto fin qui detto, quale importanza riveste oggi il lavoro della tua Commissione?
Intanto, fermo restando che il lavoro va giudicato alla fine del percorso, lunedì 24 novembre la commissione si recherà a Bologna, con una rapidità di intervento credo mai registrata prima, per incontrare le istituzioni e fare un sopralluogo alla "Marconigomme" di Sasso Marconi (dove in seguito all'esplosione dello scorso 17 novembre sono morte due persone e tre ne sono rimaste ferite n.d.r.).
Per quanto concerne il ruolo della commissione, questo si svolge su due livelli: il primo riguarda il monitoraggio della situazione e il come avviare interventi formativi e informativi fin dalla scuola primaria; il secondo si articola su due piani: uno prende in esame una questione tra le tante non risolte nel nostro Paese, e cioè la riforma in senso federale del Titolo V della Costituzione - la legislazione concorrente tra Stato e regioni - laddove la divisione di competenze può creare confusione. Si tratta della vecchia posizione, inascoltata, della Cgil e del sindacato. Questo è il primo intervento che potremmo essere in condizione di attuare per poterci avvicinare agli altri paesi, dove la competenza è solo statale.
Cosa comporta la responsabilità in mano solo allo Stato?
Meno confusione, insieme alla minore possibilità di avere forme di legislazione diverse da regione a regione, una eventualità che non si è ancora verificata ma che potrebbe avvenire in futuro.
E la seconda questione?
La seconda è provare a fare un po' di ordine nei diversi enti; oltre all'Inail ce ne sono altri due o tre che si occupano della materia infortunistica a livello nazionale.
A questo proposito Sacconi avrebbe intenzione di unificare Inail e Ispesl...
Sì, ma probabilmente c'è bisogno di fare qualcosa di più. La questione è di coordinare meglio l'elemento ispettivo.
Attualmente questo aspetto come è regolamentato?
Attualmente sono preposti a questa funzione vari enti nazionali e le Asl. E' necessario procedere alla soppressione degli enti più piccoli per unificare attorno all'Inail tutto ciò che riguarda la prevenzione a livello nazionale, mentre con le Asl è necessario formare un coordinamento, soprattutto nella fase ispettiva che deve vedere coinvolti anche Inps, Inpdap e le banche dati per poter intervenire in maniera più precisa.
Abbiamo cominciato commentando la decisione della magistratura sulle responsabilità del rogo alla ThyssenKrupp, e lì vorrei che tornassimo: qual è il significato politico di quella sentenza?
Innanzitutto significa che c'è giustizia, che è una cosa importante. Secondo, costringe tutti a una maggiore attenzione; infine, dimostra che dobbiamo andare avanti col Testo unico, che non va modificato. Questa sentenza costringe il Governo, di fronte all'opinione pubblica, a rallentare alcune modifiche perché la sensazione è che si voglia andare ad operare per tutelare negligenze o colpe anche gravissime come in questo caso.
Si tratta davvero di una sentenza storica... Sì, è una sentenza importante.
Bolzaneto fu tortura: ma il reato non è previsto
In Fermento
di Alessandro Chiappetta
Depositate le motivazioni della sentenza sugli abusi e le violenze alla Caserma genovese in occasione del G8. Nello spiegare i motivi delle condanne lievi si fa riferimento alla "mancanza di prove della intenzionalità del dolo", ma si sottolinea anche "l'assenza nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura"
Configurazione di reato non previsto dal codice penale. In sintesi il succo è questo. A Bolzaneto 252 persone furono torturate. Le motivazioni della sentenza questa estate aveva condannato alcuni dei poliziotti responsabili, ma senza le condanne esemplari che ci si aspettava, sono state rese note ieri, e delineano un quadro chiaro sul contesto e sul clima in cui le violazioni vennero perpetrate. Le testimonianze delle vittime, si legge, furono "circostanziate e addirittura prudenti", dicono i giudici che però rivendicano l'esigenza di condannare "in base a condotte criminose delineate, che non possono essere influenzate dal clima politico". Sono 441 le pagine che spiegano il perché delle scelte dei giudici. Il tribunale presieduto da Renato De Lucchi pronunciò una sentenza di condanna per 15 persone e 30 assoluzioni, comminando pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni, ben al di sotto di quelle richieste e in qualche modo di quelle che le parti offese auspicavano. I reati contestati agli imputati, a vario titolo, erano abuso d'ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell'ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Le motivazioni attestano che per attribuire ai vertici la responsabilità di quanto avvenuto nella Caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001 sarebbe stato necessario raggiungere la prova che gli stessi vertici fossero stati presenti ai fatti e avessero avuto perfetta percezione di quanto stava avvenendo. Secondo i giudici "il dolo specifico non può coincidere soltanto con la consapevolezza dell' illiceità della condotta" tanto che, proprio per l' abuso di ufficio, "la prova della intenzionalità del dolo esige il raggiungimento della certezza che la volontà dell' imputato sia orientata proprio a procurare un danno ingiusto". Ma questo è un punto controverso, se si pensa che sono molti gli indizi e le testimonianze che proverebbero una sorta di scala di comando. Senza contare la famosa visita dell'allora Ministro della giustizia Castelli, da molti smentita, ma confermata dallo stesso interessato che disse di non aver notato nessuna violazione particolare. Diversa la vicenda dell'ex vicequestore Alessandro Perugini, condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione, che secondo i giudici aveva "la sicura consapevolezza di quanto accadeva nella struttura", essendo stato lui stesso ad ammettere di aver visto gli arrestati in piedi, faccia al muro non meno di due volte e di "non essersi posto il problema", ammettendo anche di non avere "in entrambe le occasioni disposto che gli arrestati fossero fatti sedere". L' ex ispettore di polizia penitenziaria Antonio Gugliotta era invece "preposto ad assicurare l' ordine e a garantire presso Bolzaneto il rispetto dell' incolumità fisica e della dignità delle persone ristrette in tale ambito", ma "ha male utilizzato il potere conferitogli consentendo ai sottoposti di compiere abusi e violenze di ogni genere, talora perpetrandoli personalmente, e contribuendo con il suo operato a creare un clima greve e oppressivo in cui le vittime erano prive di difese ed esposte alla prepotenza e violenza di coloro che avrebbero dovuto tutelarne invece la sicurezza personale".Ma l'aspetto più significativo della relazione dei giudici è la sottolineatura della mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura" che "ha costretto l'ufficio del pm a circoscrivere le condotte inumane e degradanti (che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali)". Un'ammissione importante e decisiva nell'interpretazione di quello che accadde, una sorta di "verità giudiziaria" che si aggiunge a quella storica, benché sia impossibile distribuire condanne a questo riguardo. Certo, restano molte contraddizioni. Si legge di "condotte inumane e degradanti", di comportamenti "che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica italiana e alla Carta Costituzionale, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle forze della polizia di Stato e della polizia penitenziaria e alla fiducia della quale detti Corpi devono godere nella comunità dei cittadini". Eppure regna una sostanziale impunità, vuoi per l'identità ignota dei responsabili di ogni singolo atto vessatorio, vuoi per la scarsa collaborazione dei vertici a fare piena luce. Più avanti, si evidenzia che "anche in questo processo, quantunque celebrato in un'atmosfera caratterizzata da forti contrapposizioni politico-ideologiche sia sui mezzi di informazione che nell'opinione pubblica, sono stati portati a giudizio non situazioni ambientali o orientamenti ideologici, bensì, ovviamente, singoli imputati per specifiche e ben individuate condotte criminose loro attribuite nei rispettivi capi di imputazione, che costituiscono la via maestra da cui il giudicante non deve mai deviare, pena la violazione dell'altro cardine del nostro sistema di garanzie processuali rappresentato dall'art. 24 della Costituzione". Nei giorni scorsi il Partito Democratico ha presentato un pacchetto di sette proposte di legge, da presentare alle due Camere, per celebrare il 60mo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, tra le quali c'è anche l'introduzione nel nostro codice penale del reato di tortura.
Aiutiamo il Cinema: salviamo i cinema di Catanzaro!
di Franco Cimino
Chi fa cinema non è un semplice imprenditore. Ovvero,per rifarci a una immagine antica,quel vecchio brontolone,burbero e benefico,che stacca i biglietti alla porta di una vecchia sala del paese,al buio di tutto.
Chi fa cinema oggi,nella società della multimedialità diffusa e della tecnologia avanzata,del satellitare sotto l’ascella o dentro i pantaloni,è un cultore d’arte. Di più,è artista di suo. Un protagonista invisibile del film che giunge fino a noi. Se non ci fosse lui,anche l’opera più bella resterebbe cosa morta e lontana. Ogni prodotto d’arte,come quello del pensiero,ha valore immenso se si porta alla sensibilità degli uomini. E se in tanti più numerosi possono goderlo e sentirlo proprio. Riconoscerli,i facitori di cinema,in questa dignità significa restituire ad essi quel rispetto e quella attenzione che è venuta scemando nella considerazione generale via via che il cinema perdeva spettatori,fino a ridursi a un deserto spettrale delle sale,per nulla alleggerito dalla complicità del buio durante le proiezioni. Quel deserto ti penetra dentro e lo senti quando ci si trova con tre o quattro spettatori. E addirittura quando si è soli completamente,ad accentuare quel senso di solitudine che a volte piglia tutti. Il cinema è rottura della solitudine più che compagnia,è sguardo su di sé attraverso quello proiettato sulle immagini. E’ l’interrogarsi e il dilettarsi nascosti,quando facendoti piccolo piccolo nella poltroncina piangi e ridi in silenzio. Lo spettatore interagisce con immagini apparentemente ferme e parla e comunica. Non con l’autore dell’opera,ma con le emozioni che quella evoca e trasmette,nella netta sensazione che solo il cinema sa dare,di essere tu dentro quel film,protagonista e scrittore e regista. La sala cinematografica è quindi un luogo amico,che sia o no confortevole il suo habitat. Il cinema,come luogo specifico,pertanto,non può chiudere. Perché il cinema,come strumento di comunicazione e stimolatore culturale,non può morire. Si parla continuamente di società in crisi,intesa anche come raduno anonimo di uomini che non parlano e non si parlano. Il mutismo della società è la conseguenza della sfiducia dell’uomo verso la parola e chi
Riccardo Iacona e il giornalismo d’inchiesta
di Domenico Iozzo
Un incontro speciale ha animato un sabato mattina qualunque in città. L’auditorium Casalinuovo ha ospitato un giornalista di razza, Riccardo Iacona che, dopo tanti anni di lavoro oscuro trascorsi alla RAI, è approdato al grande successo presso il pubblico calabrese grazie alla scottante inchiesta “Pane e politica” che – in occasione dell’ultima tornata elettorale del Comune di Catanzaro – ha mostrato a tutti gli italiani, e non solo, la faccia brutta della nostra regione ed in particolare i meschini giochi di potere che si nascondono dietro ad una manciata di voti.
Quel piccolo grande speciale televisivo ha urtato la coscienza collettiva per molte settimane, provocando indignazione tra semplici cittadini e ampi dibattiti tra quei politici che erano stati dipinti come delle “macchiette”. Un dibattito che, sebbene sia presto scemato, ha contribuito ad innalzare il livello di attenzione pubblica sugli scandali che, per coincidenza, da lì a poco avrebbero animato le piazze cittadine. Dal “caso” De Magistris, agli scandali in tema di sanità, fino al traffico sporco di esami universitari, tante cose sono successe e la lente di ingrandimento è stata ripulita dall’abituale polvere dell’indifferenza.
L’appuntamento, promosso dall’associazione degli universitari “Ulixes”, ha rappresentato l’occasione per tornare a parlare dell’esigenza di una presa di coscienza collettiva sui problemi che stanno attanagliando la nostra terra. Riccardo Iacona – che ha ritirato con “giustificato” ritardo il Premio Itaca 2007 per il giornalismo – rappresenta nel povero contesto dell’informazione nazionale un raro esempio di lucida responsabilità. Un professionista che ha saputo fare dell’arguzia e della passione per la verità gli elementi costruttivi di un lavoro serrato che è e sarà di fondamentale interesse per tutti coloro che sono chiamati a costruire il futuro della propria città. Queste sono state, in gran parte, le motivazioni del premio consegnato dal presidente di Ulixes, Salvatore Scalzo.
Il sindaco Rosario Olivo ha ribadito l’assoluta importanza di un giornalismo coraggioso che richiede grande linfa e vitalità: un ritorno alla vecchia tradizione degli “spiriti liberi” che andavano a cercare i fatti sul campo e davano grande spazio alla voce della gente. Il lavoro di Iacona ha ricevuto il plauso anche del mondo sindacale: il segretario del NIDIL CGIL Calabria, Antonio Cimino, ha affermato che il dramma del lavoro oggi si vive tra gli stessi precari – il cui numero si attesta intorno al 78% - costretti a mettersi in competizione con i pochi altri colleghi più fortunati. Crescono inoltre le denunce relative alle violazioni delle norme di sicurezza, ma, al tempo stesso, gli ispettori sono stati depauperati dei loro poteri di controllo dalle scelte criticabili di un governo che ha messo alla deriva l’intero sistema sanzionatorio. La voce dei giornalisti calabresi è stata rappresentata dal Presidente dell’Ordine, Giuseppe Soluri, che ha attribuito alla debolezza strutturale e al peso dei forti condizionamenti il motivo della difficoltà di portare avanti, nel contesto regionale, un certo giornalismo d’inchiesta. Aggrediti da continue minacce di querele dal notevole effetto intimidatorio, i cronisti dei giornali locali si trovano in una posizione di disparità rispetto ai colleghi più tutelati della stampa nazionale e questo fatto consiglia alle nostre firme di allontanarsi sempre più dal contatto stretto con il territorio. Il preside del Liceo Classico “Galluppi”, Armando Vitale, ha invece posto l’accento sul bisogno di informazione sempre più crescente in Italia. L’eccesso di offerta di internet e mass media non aiuta i giovani a selezionare le fonti più attendibili ed allora occorre riportare i ragazzi a riflettere maggiormente sulla contemporaneità, collocandoli nella dimensione a loro più vicina. Leggere i giornali a scuola può aiutare gli studenti a crescere di più e meglio, fornendo continui stimoli alla loro voglia di partecipazione. “I fatti meritano di essere indagati e approfonditi”, ha così concluso il preside prima di passare la parola all’ospite del giorno per la sua relazione.
Riccardo Iacona ha parlato della sua esperienza a Catanzaro confluita in un lavoro che ha richiesto tre mesi in sala di montaggio. Il taglio dato alle sue inchieste è in grado di dar vita a nuove imprevedibili relazioni tra fatti e persone: nel caso calabrese quello che è venuto fuori è stato un impressionante quadro di una vita politica drammaticamente semplificata e banalizzata. Ed è per questo che lavori del genere possono essere considerati come delle “armi” utili per scaricare a pochi “eletti”tutto quello che gli altri non vogliono seguire. Il flusso informativo in Italia è fragile, racconta poco e instilla paura. Occorre, secondo Iacona, costringere il sistema ad aprirsi a nuove e più ampie finestre della società. Un deficit legato soprattutto ad un problema di business: la capacità dei mezzi di informazione di rendersi autonomi e realmente autentici dipende anche dal rapporto che hanno costruito con il pubblico. Insieme ai limiti del bilancio industriale, sono anche gli stessi giornalisti che hanno bisogno di riscoprire la loro fantasia e creatività e non accettare le cose per come appaiono.
L’aver visto anche solo pochi minuti di un prodotto come l’ultimo sui conflitti di guerra – che apre uno squarcio originale sui teatri bellici dal Kosovo all’Afghanistan, parlando con tono neutrale di tragedie familiari e verità nascoste tra le scie di sangue, lacrime e oppressione – segna nel profondo la coscienza di ogni persona. E su questo terreno si può solo andare avanti. Non bisogna dimenticare, perciò, che anche Catanzaro fa parte dell’Europa e, affinché si possa competere nel mercato globale, è indispensabile dotarsi degli strumenti, “unico capitale” a disposizione di tutti i giovani, che consentono di innalzare il livello di formazione e interpretazione del mondo. Dai saluti finali emerge quindi la necessità di ritrovare il senso di continuità che può alimentarsi solo dall’impegno quotidiano di tutte le parti sociali e dalle opportunità di un giornalismo migliore.
LA LEGGE MERLIN DOPO CINQUANTANNI
Il disegno di legge della ministra Mara Garfagna con cui la prostituzione di strada diventa reato, è coinciso con il cinquantennale della chiusura delle “case chiuse”, in virtù della legge voluta dalla senatrice Lina Merlin.
Lina Merlin e Mara Garfagna, due donne, due parlamentari, la cui vicenda personale e politica incarna i segni dei tempi della politica.
Chi era Lina Merlin e perché volle chiudere le “case chiuse”?
Lina Merlin, padovana, nacque il 15 ottobre del 1887 e morì, dimenticata da tutti, il 16 agosto 1979. Donna politica, forgiata nel pieno della lotta antifascista, Lina Merlin fu maestra elementare e insegnante di lingue straniere. Per tutta la vita fu coerentemente socialista, al cui partito si iscrisse nel 1919.Antifascista convinta, quando da insegnante si rifiutò di fare giuramento al governo di Mussolini, perse il lavoro. Sopravvisse con lezioni private fino alla condanna, nel novembre del 1926,a cinque anni di confino da scontarsi in Sardegna, unica donna tra i confinati dell’isola. Lasciò
Il processo di integrazione europa
Filo diretto tra la Provincia di Catanzaro e l’unione Europea
Europe Direct della Provincia di Catanzaro è un Centro europeo, situato all’interno del Palazzo di Vetro , in via Piazza Rossi, che agisce come intermediario tra l’Unione europea i cittadini e le istituzioni a livello locale e regionale. La sua missione è promuovere concretamente l’idea dell’Europa comunitaria permettendo a cittadini e istituzioni pubbliche e/o private, di ottenere informazioni, assistenza, risposte a domande e consulenza in chiave europea. Le tematiche alle quali risponde il Centro riguardano le istituzioni e la legislazione comunitaria, le politiche, i programmi e le possibilità di presentare progetti e richiedere le sovvenzioni messe a disposizione dall'Unione Europea sia con la mediazione degli enti nazionali e regionali sia direttamente presso le sue istituzioni. Il Centro promuove attivamente il dibattito locale e regionale sull’Unione Europea e le sue politiche; consente alle Istituzioni europee di migliorare la diffusione di informazioni e di adattarle alle necessità locali e regionali; offre ai cittadini la possibilità di fornire un feedback alle istituzioni europee in forma di domande, pareri e suggerimenti; realizza la ricerca di partner a livello locale, nazionale e transnazionale. Nello svolgere la missione di comunicatori dell’Europa comunitaria, il Centro si conforma alle indicazioni della Commissione europea, adattandole al contesto locale e regionale. Ciò significa che accanto alle azioni d’informazione e comunicazione, svolge una importante azione di documentazione e formazione in chiave europea, in particolare si propone di far conoscere le Istituzioni Europee , e far comprendere l’allargamento dell’Unione Europea.
Comprendere l’allargamento
Da mezzo secolo, secondo Olli Rehn, membro della commissione europea responsabile dell’allargamento, l’Unione europea è impegnata in un progressivo processo di integrazione e si apre al tempo stesso a nuove adesioni. Nella maggior parte dei casi, i due processi si sono svolti in parallelo, determinando l’attuale volto dell’UE: 27 Stati membri e una popolazione di circa 500 milioni di abitanti danno vita oggi ad un’europa più sicura, più prospera, più forte e più influente rispetto alla Comunità economica europea da cui siamo partiti 50 anni fa, costituita da 6 membri e con meno di 200 milioni di persone.
Il processo di integrazione europea ha comportato, sin dall’inizio, l’adesione di nuovi membri. Il dibattito sull’allargamento è vecchio quanto l’unione stessa. Ad ogni nuova adesione, L’UE cambia volto. Riflettendo su cosa possiamo diventare, ci costringe a riflettere su cosa siamo e su cosa vogliamo essere in futuro.
Pur essendosi rivelato un grande successo per l’unione, l’allargamento ai paesi dell’Europa centrale ed orientale e dell’area mediterranea, avvenuto tra il 2004 ed il 2007, è servito da capro espiatorio per i problemi socio-economici più disparati. In realtà, quest’ultima tornata di adesioni ha allargato lo spazio di pace, stabilità e democrazia del nostro continente, rafforzando l’economia europea grazie a mercati più estesi, creando nuovi posti di lavoro e permettendo l’ingresso sul mercato comune di economie in rapida crescita. L’UE è oggi il più vasto spazio economico al mondo. Un mercato interno più esteso e nuove opportunità economiche assicurano agli europei maggiori prosperità e competitività.
I governi democraticamente eletti degli Stati membri dell’Unione, riuniti in sede di Consiglio europeo, hanno deciso che i futuri allargamenti interesseranno i paesi impegnati nel processo di adesione all’UE: la Croazia,L’ex repubblica Iugoslava di Macedonia, L’Albania, la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Serbia compreso il Kosovo e la Turchia.
Ogni singolo paese potrà aderire solo quando rispetterà i requisiti richiesti. Un processo di allargamento graduale e attentamente gestito va a pieno vantaggio di tutti i paesi coinvolti.
Chi può aderire ?
Nel corso della sua evoluzione, l’UE è andata stabilendo dettagliati requisiti d’adesione al fine di garantire chiarezza per i cittadini e di fornire una guida ai paesi che intendono unirsi.
Secondo l’articolo 49 del Trattato sull’unione, può diventare membro dell’Unione ogni stato europeo che condivide i principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e stato di diritto.
Per diventare membro dell’UE, un paese deve riunire tutti i criteri necessari all’adesione, definiti dal Consiglio Europeo di Copenhagen nel 1993 e ribaditi nel 1995, ovvero:
1° sul piano politico : stabilità delle istituzioni che garantiscono la democrazia,lo stato di diritto, i diritti umani e il rispetto e la tutela delle minoranze;
2° sul piano economico: un’economia di mercato funzionante e il diritto alla concorrenza;
3° la capacità di assumersi obblighi derivanti dall’appartenenza all’UE, compresa l’adesione agli obiettivi dell’Unione politica, economica e monetaria;
4° l’adozione dell’intero corpus normativo comunitario.
Chi decide ?
L’adesione di un nuovo membro è decisa all’unanimità da tutti i governi degli Stati membri dell’UE democraticamente eletti, riuniti in sede di Consiglio dei Ministri o di Consiglio Europeo.
Quando un paese si candida per l’adesione all’Unione, i governi degli stati membri decidono in sede di Consiglio (dopo aver ascoltato il parere della Commissione Europea) se accettare la candidatura,se si, riconoscono il paese quale candidato. Analogamente, sono gli stati membri a decidere quando e a quali condizioni aprire e chiudere i negoziati di adesione con i paesi candidati nei singoli settori strategici.
Affinchè il paese candidato diventi un paese aderente, è necessario che il progetto di trattato di adesione sia sottoscritto e siglato da ciascun stato membro e dal paese interessato; segue quindi la ratifica da parte degli stati membri e del paese aderente secondo le rispettive procedure istituzionali. E’ previsto inoltre, l’accordo del Parlamento Europeo, eletto a suffragio diretto dai cittadini europei.
*Responsabile Europe Direct
- centroEuropeo “Europa per tutti” della Provincia di Catanzaro-
Leopoldo Elia, una vita per le istituzioni
di Fabio Celi
E’ recentissima la scomparsa di Leopoldo Elia, presidente emerito della Corte Costituzionale.
Nato a Fano il 4 novembre del 1925, politico e giurista, venne eletto dal Parlamento Giudice della Corte Costituzionale il 20 aprile del 1976, diventa presidente della Consulta il 21 settembre 1981 con riconferma il 24 settembre 1984, lasciando lo scranno di Presidente il 7 maggio 1985. Nel 1987 (X legislatura) Elia viene eletto al Senato nelle liste della Dc, poi passa alla Camera, nella XII legislatura, nel 1996 torna al Senato con l'Ulivo, candidandosi nel collegio di Milano Baggio - Quarto Oggiaro. E’ stato vicepresidente della Commissione per il riordino del settore radiotelevisivo, poi membro della Commissione Affari Costituzionali, ministro degli Esteri e ministro per le Riforme elettorali e istituzionali nel Governo Ciampi (1993-1994). Professore ordinario di Diritto costituzionale all'Università di Roma, e' stato autore di numerose monografie e saggi.
Leopoldo Elia ci ha lasciato nell’anno in cui si celebra il sessantesimo anniversario della promulgazione della Costituzione di cui, a buon diritto, era stato definito come “custode”. Non fu, per ragioni anagrafiche, tra coloro che in assemblea costituente parteciparono alla elaborazione della Costituzione repubblicana ma è come se fosse stato anch’egli un “padre costituente”, tanto significativo, intenso, continuo e multiforme è stato il suo contributo alla vita, all’attuazione e alla difesa della Carta.
La difesa ad oltranza della Costituzione ha attraversato tutta la sua vita di studioso, di docente, di giudice e di uomo politico. Tenace difensore della nostra forma di governo parlamentare reagiva con forza allorquando il “patriottismo costituzionale” veniva bollato, da alcuni osservatori, come “conservatorismo poco illuminato”.
Era esplicitamente sostenitore delle riforme come decisamente avversario degli stravolgimenti della Costituzione. Aveva manifestato la sua totale contrarietà alla attuale legge elettorale, considerata non a caso un grande problema dell’Italia di oggi.
Leopoldo Elia è stato un esponente di spicco della cultura cattolico democratica.
Ha saputo rappresentare la laicità e l’autonomia di pensiero unite ad un senso profondamente religioso della vita. La scomparsa di Leopoldo Elia ha suscitato profonda commozione in tutti. Uomo di straordinaria probità e mitezza, Elia è stato un maestro del costituzionalismo italiano, per cultura, esperienza vissuta nelle istituzioni, capacità di dialogo e fermezza di convinzioni. Rivolgiamo alla sua figura un pensiero riconoscente per il prezioso contributo che ha dato allo sviluppo democratico del Paese e prima di ogni altra cosa all'affermazione dei principi e dei valori della Costituzione repubblicana. Strenuo difensore del costituzionalismo, ha prodotto nel corso della sua vita innumerevoli pubblicazioni di altissimo valore. Tra queste ci preme ricordare soprattutto:
“I Diritti dell'uomo, fondamento di convivenza civile e politica” (1983), “Appunti sulla formazione del governo” (1957), “Giustizia Costituzionale e diritto comparato” (1985), “Forme di governo” (1969), “Corte costituzionale e principio di eguaglianza” (1978), “La costituzione aggredita: forma di governo e devolution al tempo della destra” (2005).
Elia è stato inoltre relatore di importanti sentenze tra cui, in particolare, alcune in tema di libertà personale, di libertà religiosa, di diritto di famiglia, di diritto sindacale, di diritto elettorale. Anche negli ultimi anni della sua vita non è mai venuto meno il suo impegno sociale e politico, divenendo ad esempio uno dei soci fondatori nel 2002 del ‘Laboratorio per la polis’ - rete di cultura e formazione all'impegno civile - di cui ha cercato di mettere al servizio tutta la sua esperienza.
2008-12-29
Il processo di integrazione europa
di Domenico Primerano*
Europe Direct della Provincia di Catanzaro è un Centro europeo, situato all’interno del Palazzo di Vetro , in via Piazza Rossi, che agisce come intermediario tra l’Unione europea i cittadini e le istituzioni a livello locale e regionale. La sua missione è promuovere concretamente l’idea dell’Europa comunitaria permettendo a cittadini e istituzioni pubbliche e/o private, di ottenere informazioni, assistenza, risposte a domande e consulenza in chiave europea. Le tematiche alle quali risponde il Centro riguardano le istituzioni e la legislazione comunitaria, le politiche, i programmi e le possibilità di presentare progetti e richiedere le sovvenzioni messe a disposizione dall'Unione Europea sia con la mediazione degli enti nazionali e regionali sia direttamente presso le sue istituzioni. Il Centro promuove attivamente il dibattito locale e regionale sull’Unione Europea e le sue politiche; consente alle Istituzioni europee di migliorare la diffusione di informazioni e di adattarle alle necessità locali e regionali; offre ai cittadini la possibilità di fornire un feedback alle istituzioni europee in forma di domande, pareri e suggerimenti; realizza la ricerca di partner a livello locale, nazionale e transnazionale. Nello svolgere la missione di comunicatori dell’Europa comunitaria, il Centro si conforma alle indicazioni della Commissione europea, adattandole al contesto locale e regionale. Ciò significa che accanto alle azioni d’informazione e comunicazione, svolge una importante azione di documentazione e formazione in chiave europea, in particolare si propone di far conoscere le Istituzioni Europee , e far comprendere l’allargamento dell’Unione Europea.
Comprendere l’allargamento
Da mezzo secolo, secondo Olli Rehn, membro della commissione europea responsabile dell’allargamento, l’Unione europea è impegnata in un progressivo processo di integrazione e si apre al tempo stesso a nuove adesioni. Nella maggior parte dei casi, i due processi si sono svolti in parallelo, determinando l’attuale volto dell’UE: 27 Stati membri e una popolazione di circa 500 milioni di abitanti danno vita oggi ad un’europa più sicura, più prospera, più forte e più influente rispetto alla Comunità economica europea da cui siamo partiti 50 anni fa, costituita da 6 membri e con meno di 200 milioni di persone.
Il processo di integrazione europea ha comportato, sin dall’inizio, l’adesione di nuovi membri. Il dibattito sull’allargamento è vecchio quanto l’unione stessa. Ad ogni nuova adesione, L’UE cambia volto. Riflettendo su cosa possiamo diventare, ci costringe a riflettere su cosa siamo e su cosa vogliamo essere in futuro.
Pur essendosi rivelato un grande successo per l’unione, l’allargamento ai paesi dell’Europa centrale ed orientale e dell’area mediterranea, avvenuto tra il 2004 ed il 2007, è servito da capro espiatorio per i problemi socio-economici più disparati. In realtà, quest’ultima tornata di adesioni ha allargato lo spazio di pace, stabilità e democrazia del nostro continente, rafforzando l’economia europea grazie a mercati più estesi, creando nuovi posti di lavoro e permettendo l’ingresso sul mercato comune di economie in rapida crescita. L’UE è oggi il più vasto spazio economico al mondo. Un mercato interno più esteso e nuove opportunità economiche assicurano agli europei maggiori prosperità e competitività.
I governi democraticamente eletti degli Stati membri dell’Unione, riuniti in sede di Consiglio europeo, hanno deciso che i futuri allargamenti interesseranno i paesi impegnati nel processo di adesione all’UE: la Croazia,L’ex repubblica Iugoslava di Macedonia, L’Albania, la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Serbia compreso il Kosovo e la Turchia.
Ogni singolo paese potrà aderire solo quando rispetterà i requisiti richiesti. Un processo di allargamento graduale e attentamente gestito va a pieno vantaggio di tutti i paesi coinvolti.
Chi può aderire ?
Nel corso della sua evoluzione, l’UE è andata stabilendo dettagliati requisiti d’adesione al fine di garantire chiarezza per i cittadini e di fornire una guida ai paesi che intendono unirsi.
Secondo l’articolo 49 del Trattato sull’unione, può diventare membro dell’Unione ogni stato europeo che condivide i principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e stato di diritto.
Per diventare membro dell’UE, un paese deve riunire tutti i criteri necessari all’adesione, definiti dal Consiglio Europeo di Copenhagen nel 1993 e ribaditi nel 1995, ovvero:
1° sul piano politico : stabilità delle istituzioni che garantiscono la democrazia,lo stato di diritto, i diritti umani e il rispetto e la tutela delle minoranze;
2° sul piano economico: un’economia di mercato funzionante e il diritto alla concorrenza;
3° la capacità di assumersi obblighi derivanti dall’appartenenza all’UE, compresa l’adesione agli obiettivi dell’Unione politica, economica e monetaria;
4° l’adozione dell’intero corpus normativo comunitario.
Chi decide ?
L’adesione di un nuovo membro è decisa all’unanimità da tutti i governi degli Stati membri dell’UE democraticamente eletti, riuniti in sede di Consiglio dei Ministri o di Consiglio Europeo.
Quando un paese si candida per l’adesione all’Unione, i governi degli stati membri decidono in sede di Consiglio (dopo aver ascoltato il parere della Commissione Europea) se accettare la candidatura,se si, riconoscono il paese quale candidato. Analogamente, sono gli stati membri a decidere quando e a quali condizioni aprire e chiudere i negoziati di adesione con i paesi candidati nei singoli settori strategici.
Affinchè il paese candidato diventi un paese aderente, è necessario che il progetto di trattato di adesione sia sottoscritto e siglato da ciascun stato membro e dal paese interessato; segue quindi la ratifica da parte degli stati membri e del paese aderente secondo le rispettive procedure istituzionali. E’ previsto inoltre, l’accordo del Parlamento Europeo, eletto a suffragio diretto dai cittadini europei.
*Responsabile Europe Direct
L'attualità di Vittorio Foa
Pentagramma
di Matteo Davide Scorza
Il 20 ottobre scorso è venuto a mancare uno dei massimi intellettuali che non solo il pensiero di sinistra ma tutta la cultura italiana abbia prodotto dal dopoguerra in poi. Vittorio Foa si è spento dopo una lunga esistenza sempre in prima linea: nella lotta partigiana contro i tedeschi e i fascisti prima, e successivamente nella politica parlamentare attiva e in una produzione letteraria e giornalistica di ampio raggio che ha analizzato con rigore e onestà intellettuale numerosi aspetti che hanno caratterizzato sessant'anni di vita recente del nostro Paese.
Vittorio Foa fu antifascista della prima ora, con l'ingresso nel movimento Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli già nel 1933, diversi anni prima dell'emanazione delle leggi razziali. Il suo impegno contro il regime di Mussolini gli costò anche sette anni di carcere, dal 1936 al 1943, che valgono da monito, nel caso di Foa come di tutti coloro che sperimentarono sulla propria pelle le prigioni fasciste – alcuni dei quali morendovi – per tutti quelli che, anche fregiandosi del proprio ruolo istituzionale, vogliono far passare l'improponibile idea dell'esistenza di due distinte fasi storiche del fascismo utilizzando come linea di demarcazione le leggi razziali e l'alleanza bellica con la Germania di Hitler, laddove quello che è avvenuto prima di questi eventi si suppone possa considerarsi come qualcosa di accettabile.
Già all'interno dell'ambiente carcerario e in seguito alla sua scarcerazione, con l'ingresso nel '43 nel Partito d'Azione, Foa ebbe modo di condividere idee politiche e l'esperienza della Resistenza con alcuni dei principali fautori del pensiero europeista come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che col Manifesto di Ventotene tracciarono il solco ideologico del processo di unificazione europea.
Da membro dell'Assemblea Costituente partecipò alla stesura della Carta Costituzionale, il cui valore e la cui attualità rimangomo oggi inalterati nel rispetto del suo spirito liberale, antitotalitario e democratico, nonostante le continue accuse trasversali di anacronismo e i numerosi tentativi di modifica più o meno radicale cui è sottoposta.
Sin dalla seconda metà degli anni '40 Vittorio Foa ha diviso il proprio impegno tra l'attività di giornalista, quella di parlamentare con tre mandati da deputato nelle file del PSI, e quella di leader sindacale. Proprio in questo ambito, prima da menbro della Segreteria nazionale della CGIL e poi da segretario nazionale della FIOM, dimostrò una rara capacità di analisi del tessuto socioeconomico del Paese e una lungimirante progettualità sulle azioni di intraprendere a difesa dei diritti dei lavoratori, facendosi portavoce della politica dell'autonomia operaia che preconizzò l'esperienza che prese realmente forma durante gli anni '70.
Anche l'esperienza politica in senso stretto di Foa ha dimostrato la sua capacità di prevedere sviluppi e necessità che si sarebbero poi imposti ad anni di distanza. Dopo l'esperienza nel PSIUP seguita alla scissione interna al Partito Socialista, divenne dirigente del Partito di Unità Proletaria, con il quale si pose l'obiettivo di creare una forza politica di sinistra che orientasse i gruppi rivoluzionari verso una prospettiva di alternativa seria di governo e non solo di lotta, in sostanza una svolta che anticipava nei tempi e nei contenuti la scelta fatta dal PCI di Berlinguer con il compromesso storico. Nelle liste del PCI, da indipendente, Foa venne eletto al Senato nella X legislatura, partecipando poi alla transizione da Partito Comunista a PDS.
La produzione letteraria dello studioso torinese ha attraversato tuttia la storia della democrazia italiana toccando svariate tematiche, con un'attenzione particolare ai cambiamenti che sono incorsi nella struttura economico-produttiva e ai riflessi che questi hano prodotto sulla vita dei lavoratori e sull'organizzazione del movimento sindacale. L'affermazione costante del valore dell'antifascismo come elemtno destoricizzato e l'esaltazione dell'esperienza partigiana hanno poi occupato un ruolo rilevante dell'opera di Vittorio Foa, in particolare negli ultimi anni.
L'importanza del pensiero di Foa rimane quantomai attuale anche dopo la sua scomparsa. Egli è stato considerato uno degli ultimi storici in grado di raccontare attivamente l'esperienza partigiana alle generazioni successive alla propria. Il valore di tale narrazione rimane intatta se si pensa a come la memoria storica della Resistenza venga continuamente e imputenemente attaccata anche da figure istituzionali, le quali cercano d'altro canto anche di riabilitare e sdoganare il regime fascista e la sua presunta “moralità”.
Ma la lezione di Vittorio Foa diventa ancor più stringente leggendo al suo curriculum politico, dalla lotta contro un regime totalitario per instaurare un sistema democratico all'impegno continuo finalizzato all'attuazione pratica di quei principi sanciti dalla Costituzione repubblicana. Per questo motivo il suo impegno civile non può che spingere all'indignazione verso la situazione politica attuale, caratterizzata da un esecutivo democraticamente eletto ma che travalica quotidianamente le funzioni del Parlamento, e di riflesso del popolo sovrano.
Terza edizione di Arte in Corso
di Maria Grazia Leo
Momenti di gioia, di stupore, di divertimento per i cittadini, di ogni età!
E’ così che l’assessorato al turismo di Catanzaro guidato da Roberto Talarico- un giovane politico, pieno d’iniziative e tanta voglia di fare - ha allestito e messo in scena per il capoluogo di regione il terzo Festival della rassegna “Arte in Corso”, che si svolgerà da venerdì 19 dicembre a domenica 21 dello stesso mese.
Arte in Corso è un modo e anche un mezzo che l’amministrazione comunale ha ideato per far esibire in strada una moltitudine di artisti desiderosi di offrire con la loro naturale creatività e passione un tripudio di suoni, colori, numeri bizzarri, gag divertenti e spettacoli acrobatici.
Quale parterre migliore poteva essere utilizzato se non il ristrutturato Corso Mazzini, affiancato e costeggiato dalle tante caratteristiche “viuzze” che nel periodo natalizio regalano alla città atmosfere ricche di colori e sapori d’altri tempi?
Il teatro ritrova nella strada il suo palcoscenico, gli artisti circensi e non solo trovano come tetto il cielo…mentre i nastri, le fiaccole infuocate, i tanti lazzi e nasi rossi faranno da vetrina all’esplosione della magia dell’arte che ammalierà e incanterà i presenti.
Tutti almeno nella gioia di un attimo, potranno far rifiorire il fanciullino che è in noi. E la serenità sarà Natale.
Questo il messaggio culturale leggero e in un certo senso vario che i politici che amministrano la città offrono. “Arte in Corso” da tutti si aspetta gradimento e apprezzamento.
Sul palcoscenico di Soverato, uno scoppiettante Flavio Insinna
Debutta con “Senza Swing” la stagione teatrale che l’amministrazione comunale di Soverato, il suo assessore alla cultura Sonia Munizzi e il direttore artistico Giovanni Carpanzano hanno sapientemente e variegatamene allestito.
La prova del fuoco 2008-2009 è spettata al noto e affermato attore e presentatore Flavio Insinna. ( chi non ricorda la sua simpatia e le sue note letterarie in “Affari tuoi” dello scorso anno?)
Con la regia di Giampiero Solari, Insinna accompagnato da una band di musicisti che si esibiva dal vivo su una pedana girevole, ha eseguito- potremo definirlo- un monologo a più voci, imitando con espressioni linguistiche, gesti, mimica, personaggi variegati e diversi tutti esercitanti il ruolo di militari. La caserma era collocata nell’Italia del nord – a Legnano-, e tra i militari spiccavano i soldati semplici Virgili e Pallone e il maresciallo Bellini. I primi due pur di evitare le difficili fatiche delle prove militari tentano di farsi inserire nella banda musicale esistente presso
…intanto il suo amico Pallone provato dalle varie esercitazioni e dai corsi che la dura vita di militare gli riservava, tenta il suicidio e perciò viene trasferito presso l’ospedale militare di Roma.
Tutto ciò in Virgili non provoca una grinza. Invitato dal maresciallo Bellini a fargli visita a nome di tutti i commilitoni in nome della loro amicizia, va a Roma all’ospedale ma non entra nella camera di Pallone. Ancora una volta predominano in lui, egoismo, indifferenza e voglia di essere migliore e superiore all’altro ad ogni costo, senza regole, senza morale senza il coraggio delle responsabilità del lavoro, solo per interesse.
La banda musicale della caserma di Legnano intanto si forgia abbastanza bene, nonostante tutte le difficoltà incontrate e la pazienza volutaci nelle prove che sono servite a mettere insieme militari/cittadini italiani, provenienti da tutta la penisola-isole comprese- con accenti,tradizioni, capacità intuitive, ambizioni, culture e sogni diversi. Tant’è che la banda ottiene l’ incarico di suonare presso
L’emozione e l’agitazione è tanta nel maresciallo Bellini, perchè vuole essere pronto all’evento e fare bella, bella, figura. Seguiranno giornate intense di preparazioni, alle quali il soldato Virgili è chiamato a rispondere ed eseguire tutte le richieste musicali di Bellini. Lo scopo di Virgili è il solito. Non perdere il treno delle comodità, degli agi, dei privilegi e della libertà che in caserma sono sempre eccezioni, se non illusioni.
L’esito della serata alla base Nato è –dopo un momento di blocco della banda – di enorme successo, tanto che spinge il maresciallo Bellini ad impartire a Virgili lezioni di vita, sulla forza e la volontà del gruppo, sulla passione per le cose e il lavoro che si deve conseguire con sacrificio e dignità…ma è tutto vano! Virgili ha un’altra ambizione da portare avanti: prendere il posto del maresciallo Bellini alla guida della banda. Fa di tutto –riuscendoci- per farlo trasferire ad altro incarico più alto e lontano da Legnano, a Milano. Bellini intuisce tutto il gioco sottile, scaltro e sfacciato di Virgili che diventa direttore della banda musicale militare ma senza i suonatori storici, che lasciano la caserma per seguire il loro vero e autentico direttore- il superiore Bellini- che ricostituisce il gruppo inserendo finalmente il meritevole soldato Pallone.
Il Senza Swing di Flavio Insinna, con la genuinità e con l’allegria di un racconto “normale” di vita militare una lezione la dà: la verità alla fine viene sempre a galla, la lealtà viene ristabilita come