2007-12-29

Bertinotti e l'alternativa

Editoriale di Aldo Garzia Non c'è un eccesso di protagonismo da parte del presidente della Camera? Cosa si cela dietro ai suoi richiami sui temi delle riforme e della correttezza istituzionale? Questi due quesiti rispetto alle esternazioni pressoché quotidiane di Fausto Bertinotti rimandano a una concezione della politica italiana dove sono più le trame da film noir a prevalere rispetto alla trasparenza delle posizioni di ogni protagonista della politica.Prendiamo il caso del "pacchetto welfare", che torna a far scricchiolare la maggioranza di centrosinistra. Il presidente della Camera dichiara ai microfoni di "Radio 24": "Dovunque si situi l'asticella non sarà tale da provocare un fattore di crisi nella vita del governo". Poi auspica che quel "pacchetto" possa essere sottoposto al dibattito parlamentare. Bertinotti sembra dire che la crisi di governo non ci sarà (almeno sul welfare), confermando - è una interpretazione - che se a un certo punto Romano Prodi verrà fatto ruzzolare dalle scale di Palazzo Chigi questo avverrà per mano del centro dell'Unione (Dini & Mastella) e non per la spinta di Rifondazione e della sinistra che non si riconosce nel Partito democratico. Quanto al merito del "pacchetto", fa in effetti una certa impressione assistere a un "prendere o lasciare" anche nel caso di ipotesi migliorative votate dal Parlamento. Che lo dica Lamberto Dini se ne può intuire l'intento politico destabilizzante, ma che lo dicano Cgil, Cisl e Uil dà luogo a un precedente pericoloso (la loro posizione di metodo si spiega solo per una rivalsa nei confronti dei promotori della manifestazione dello scorso 20 ottobre sui temi della precarietà?). Legge elettorale e riforme. Qui Bertinotti è stato ancora una volta esplicito: "Non c'è tempo da perdere: la legge elettorale e le riforme costituzionali devono essere affrontate e risolte rapidamente. Non c'è dubbio che il modello tedesco di legge elettorale sia la soluzione che incontra la maggioranza dei consensi" (Gr1). In queste parole non c'è alcuna interferenza sui colloqui avviati da Walter Veltroni, quanto la pura registrazione che il ritorno al proporzionale con una soglia di sbarramento fissata al 5 per cento è la soluzione che riscontra il consenso maggioritario del Parlamento. Il discorso sulle riforme costituzionali è invece più complesso. Anche perché c'è il diktat di Berlusconi, che si scioglierà solo venerdì prossimo dopo il faccia a faccia con Veltroni (sì alla riforma elettorale sul modello tedesco, poi subito al voto). In ogni caso, in altre occasioni Bertinotti ha annotato che senza una nuova legge elettorale sarebbe da suicidi spianare la strada alla consultazione delle urne (meglio un governo istituzionale per fare la nuova legge che una crisi di governo al buio). Nei giorni scorsi il presidente dell'assemblea di Montecitorio si è anche occupato delle intercettazioni che riguardano dirigenti Rai e Mediaset e della morte del militare italiano Daniele Paladini in Afghanistan. Sulla prima questione ha auspicato "una indagine che appuri assolutamente la verità" (è il minimo che si possa fare di fronte ad alcuni dirigenti del servizio pubblico che in barba alle banali regole della concorrenza cercavano, oltre ad addomesticare le notizie sgradite a Berlusconi, di lasciare il primato di ascolti e di pubblicità a Mediaset). Sulla seconda questione, dopo aver espresso il necessario cordoglio ai familiari del militare caduto, ha posto un problema: "E' il momento di avviare una riflessione sulla missione militare in Agfghanistan: Nei giorni del lutto sarebbe bene, per una ragione di compostezza politica, fermarsi. Ma la questione afghana dovrebbe essere affrontata nel concerto delle forze che sono lì impegnate. Mi sembra inadeguata la pura applicazione della norma della presenza militare". Anche qui, impossibile non dare ragione a Bertinotti: della proposta di una conferenza internazionale di pace la politica italiana (e internazionale) non discute più. Non si può restare in Afghanistan senza sapere quale sia la finalità strategica di questa missione. La morte di Paladini riapre dolorosamente il quesito. Ma è stato a Praga, dove lo scorso week end si svolgeva il congresso di Sinistra europa che ha eletto Lothar Bisky presidente, che Bertinotti - liberatosi dagli obblighi della sua carica istituzionale - ha svolto un discorso di grande interesse per il futuro della "cosa rossa". Ha scritto nel suo resoconto Stefano Bocconetti sulla prima pagina di "Liberazione" di domenica scorsa: "Bertinotti è partito proprio dalla drammatica repressione che spense la primavera di Praga, di cui sta per ricorrere il quarantennale. Lì, finì la speranza che i regimi dell'Est potessero riformarsi ma da lì partì anche la sconfitta del movimento operaio. Da lì partì la rivoluzione capitalista, la globalizzazione di cui oggi siamo in grado di vedere la natura profonda, ha iniziato il suo lavorare quotidiano per una regressione nella civiltà del lavoro. E si arriva all'oggi. Con un capitalismo totalizzante, che dentro di sé vuole avere tutto: tutto ciò che riguarda la produzione ma anche ciò che riguarda la vita, la natura. Tutto. E davanti a tutto ciò ci vuole una sinistra all'altezza. E lo è? Vediamo. Per Bertinotti il vecchio continente è segnato, è percorso da mille conflitti. Ne cita alcuni: la battaglia dei lavoratori dei trasporti in Francia, il gigantesco corteo a Roma il 20 ottobre, le manifestazioni di Lisbona. Eppure - ecco la sua riflessione - non si sfugge alla sensazione che l'opposizione sociale diffusa in Europa non riesca ad incontrare la politica. Non riesca ad incontrare la sinistra. E qui, per quattro volte, Bertinotti chiede che ci sia un "salto di qualità" nell'iniziativa. In più ci mette una metafora: "E' come si avessimo preso una lunghissima rincorsa e ora dobbiamo fare il salto". Il salto lo devono fare tutti. Lo stesso movimento che deve trovare la capacità di coordinarsi, di mettersi in relazione. E riscoprire una dimensione europea, come forse è avvenuto solo nella battaglia contro la direttiva Bolkestein. Ma il salto lo deve fare anche e soprattutto la sinistra. La sua analisi è che l'opposizione sociale, che pure è diffusa, non riesca ad incontrare la politica - in una fase di crisi della politica - perché è mancata la progettazione di un'alternativa. Di un'alternativa di sinistra.Farla, disegnarla, costruirla è "un'opportunità", una chance. Ma non è detto che tutto vada in quella direzione. Anzi, le spinte vanno esattamente in direzione opposta, col vecchio continente governato, di fatto, da una grande coalizione, dove tutto si riduce ad una semplice alternanza". Di fronte ai timori della vigilia degli Stati generali della sinistra che si terranno a Roma l'8 e il 9 dicembre (fermarsi a una federazione tra Prc, Pdci, Sinistra democratica, Verdi o dare vita a un vero e proprio processo costituente di una nuova forza politica che si apra ad associazioni e singoli?), bisogna dare atto a Bertinotti di aver da tempo segnalato la necessità di fare "massa critica" tra culture e forze che si collocano a sinistra e che rinnovandosi vogliono restare a sinistra. L'ex segretario di Rifondazione non è forse mai stato così unitario: sia sulla collocazione al governo sia sul futuro della sinistra italiana.

L'ultimo avviso

Editoriale di Aldo Garzia Il presidente della Camera ha voluto sancire il definitivo de profundis per la maggioranza guidata da Romano Prodi, dicendo che "una stagione si è chiusa"? Le esternazioni del presidente di Montecitorio si prestano almeno a due letture Come si spiegano le parole così perentorie a proposito del governo pronunciate da Fausto Bertinotti nell'intervista resa "Repubblica" pochi giorni fa ?Il presidente della Camera ha voluto sancire il definitivo de profundis per la maggioranza guidata da Romano Prodi, dicendo che "una stagione si è chiusa"? Come avviene da qualche tempo, fin da quando Bertinotti usò in una intervista al Tg1 la metafora del "brodino" di cui di solito hanno bisogno i malati (in questo caso lo stesso governo Prodi), le esternazioni del presidente di Montecitorio si prestano almeno a due letture. Da una parte c'è il parlare chiaro sullo stato di salute della maggioranza di centrosinistra: da qui il segnalare lo scontento che serpeggia nell'ala sinistra dell'Unione ma soprattutto tra l'elettorato più popolare della coalizione di governo. Dall'altra, però, c'è sempre l'indicazione di una possibile via di uscita, se si ritorna al programma elettorale dell'Unione e alle attese che ha suscitato tra i suoi elettori. Bertinotti offre lo stesso schema di lettura in questa ultima intervista. Se da un lato indica l'esaurimento in atto dell'esperienza di governo dell'Unione ("Questo progetto non si è realizzato"), dall'altro offre a Prodi una possibile ricomposizione della sua maggioranza. Lo fa indicando precarietà e salari come impegni concreti sui quali si potrebbe ancora imprimere una svolta nell'attività del governo, dal momento che il suo fronte sinistro (Rifondazione in particolare) ha vissuto come una ferita la richiesta del voto di fiducia sul "pacchetto welfare".Di sicuro, però, questa volta i pronunciamenti del presidente della Camera hanno il sapore di una sorta di "ultimo avviso". Dal "brodino" di qualche settimana fa al "fallimento" dell'esperienza dell'Unione c'è una progressiva escalation, anche perché Prodi non ha fatto tesoro dei precedenti avvertimenti. Non sarà tuttavia Rifondazione, come invece accadde nel 1998, a determinare l'improvvisa caduta del governo Prodi. Lo scenario privilegiato da Bertinotti (e dal Prc) è quello di un accordo il più esteso possibile sulla riforma elettorale che scongiuri la scadenza referendaria che potrebbe essere fissata entro la prossima primavera. E' ovviamente il ritorno al proporzionale con una soglia di sbarramento fissata al 5 per cento (il modello tedesco) la soluzione privilegiata. Poi può venire anche la "verifica" sul programma del governo, che Rifondazione ha già chiesto per l'inizio del 2008. Ecco spiegato l'incontro di oggi tra Franco Marini, Fausto Bertinotti e Vannino Chiti: i presidenti di Camera e Senato hanno anche discusso del calendario delle due Assemblee con il ministro dei rapporti con il Parlamento. Se ci fosse un largo accordo sul modello tedesco di riforma elettorale, i tempi di discussione e di approvazione parlamentari sarebbero molto brevi. Nel corso dell'intervista a "Repubblica", com'è sua abitudine, Bertinotti affronta pure questioni di più largo respiro (l'evoluzione del quadro politico, la nascita di nuove forze politiche: dal Partito democratico fino all'eventuale Partito delle libertà e alla "cosa rossa"), che finiscono per racchiudersi nella formula da lui usata "tutto va riposizionato in chiave strategica". Quindi, anche i futuri rapporti tra Partito democratico e sinistra radicale vanno riconsiderati, lasciando al primo la possibilità di cercarsi nuove alleanze al centro dello schieramento politico e alla seconda di potersi ricollocare all'opposizione, in caso di slittamento moderato del nuovo partito guidato da Walter Veltroni. Le parole di Bertinotti sono paradossalmente ben accolte da qualche settore della maggioranza (Marina Sereni, vice capogruppo del Pd alla Camera, gli da' ragione per quanto riguarda l'esigenza di una riflessione; il ministro del Lavoro Cesare Damiano interloquisce sulle scelte da fare per il rinnovamento del welfare), ma non trovano entusiastica accoglienza in qualche settore della sinistra alla vigilia degli Stati generali convocati a Roma per sabato e domenica prossimi (il discorso è ovviamente diverso per Franco Giordano e lo stato maggiore di Rifondazione).Sinistra democratica, ad esempio, preferisce prendere le distanze da "una forza esclusivamente protestatoria" come quella che scaturirebbe dalle recenti prese di posizione di Bertinotti. Il movimento di Fabio Mussi ha più volte avvertito che "dopo Prodi c'è solo il ritorno di Silvio Berlusconi" e fa quindi della propria vocazione di governo un punto fermo della possibile aggregazione a sinistra.Le polemiche verso le esternazioni di Bertinotti riguardano inoltre il suo ruolo "super partes", che sarebbe violato dalle ripetute prese di posizione sull'attualità politica. Il presidente di Montecitorio, che ha l'abitudine di rispondere a tutte le lettere e a tutte le email che gli vengono inviate da singoli cittadini, ha recentemente replicato così a un messaggio telematico del signor Augusto Marinelli che lo invitava a rientrare nei ranghi del ruolo istituzionale: "Ritengo di svolgere il mio faticoso, pur se gratificante, incarico nel governo dell'Assemblea della Camera dei deputati con imparzialità, rispetto per il pluralismo e assunzione della centralità della politica delle istituzioni. Porto avanti questo difficile compito con un'ispirazione di cultura politica che tiene conto della compatibilità dei ruoli, ma senza rinunce nel far valere l'ispirazione di fondo in nome della quale sono stato eletto, anche perché questa rinuncia sarebbe una amputazione per la democrazia". Bertinotti, di conseguenza, non ha intenzione di rinunciare a dire la sua.

Berlusconi - Veltroni, si parla sul serio

Il Corsivo di Andrea Scarchilli A Montecitorio l'incontro tra i due leader. Ottimista il segretario del Pd: "Nel merito della riforma elettorale c'è un territorio su cui lavorare" ed è il sistema proporzionale. No dell'ex premier ai ritocchi costituzionali, convergenza sul cambiamento dei regolamenti parlamentari (in vista del referendum?) Accompagnato dal fido Gianni Letta - che aveva preannunciato la stagione del "dialogo" con un'intervista dal Corriere della Sera a pochi giorni dalla fondazione dal predellino della Mercedes, nella milanese piazza San Babila, del Partito del Popolo delle libertà - Silvio Berlusconi ha incontrato a Montecitorio il segretario del Partito democratico Walter Veltroni. La disponibilità alla discussione c'è, ma come ci si aspettava, solo sulla legge elettorale, che dovrebbe essere, per il Cavaliere "un proporzionale con sbarramento con una sola scheda, un solo turno, un solo voto". Ma i punti di dissenso con il Pd, per l'ex presidente del Consiglio, sono "risolvibili" e Berlusconi crede che l'accordo ci "possa essere". Quanto alle riforme istituzionali, invece, ha detto che c'è "il nostro dissenso per i tempi che richiedono", pur sapendo che sono necessarie visto che il governo della Cdl le aveva approvate. La notizia è l'assenso sul ddl Franceschini, che, se approvato, garantirebbe una coincidenza tra le liste elettorali e i gruppi parlamentari. Rimane la strategia della spallata immediata, ma l'intransingenza sembra essere venuta meno: Berlusconi ha auspicato un un "dialogo normale" tra i principali partiti, Veltroni è sembrato ottimista: "Mai come oggi è nella disponibilità delle forze politiche di dare delle riforme a questo Paese". Il segretario del Pd si è spinto a dire che per il leader dell'ex Forza Italia la caduta di Prodi non è più "una pregiudiziale" e ha rilevato margini di convergenza, "nel merito della riforma elettorale c'è un territorio su cui lavorare, cioé la necessità di un sistema proporzionale, che non rinunci al bipolarismo". Sulle riforme, Veltroni ha ribadito di volerle fare subito, assieme al modifica del sistema di voto. L'incontro ha concluso la serie che il sindaco di Roma ha voluto con i leader dell'opposizione. Lunedì scorso era stata volta del presidente di Alleanza nazionale Gianfranco Fini, mercoledì del leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini, giovedì della delegazione della Lega Nord. Oggetto degli incontri: le riforme, quelle istituzionali già esaminate dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera - superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari - e quella del sistema di voto per tentare, così dice la vulgata ufficiale, di evitare il referendum elettorale. Dopo il sì della Cassazione, a gennaio si pronuncerà la Corte Costituzionale: in caso di via libera e mancato accordo tra le forze politiche, si voterà tra il 15 aprile e il 15 giugno prossimi. Se la consultazione popolare avesse successo, si andrebbe a un sistema ultramaggioritario. Maggioranza assoluta alla lista che ottiene più voti, sia alla Camera che al Senato. A ben vedere, l'intesa che si prepara sulla modifica dei regolamenti parlamentari farebbe comodo sia al Pd che al Pdl, rendendo praticabile il sistema che uscirebbe dal referendum. Chiunque entri nei listoni, infatti, non avrebbe poi la possibilità di separsene una volta eletto. L'impressione, insomma, è che con una mano si lavori per l'intesa e con l'altra ci si prepari alla consultazione. Il vertice Pd - Pdl era atteso soprattutto perché, si sperava, sarebbe stato rivelatore della strategia di Berlusconi. Si è detto che Veltroni e l'ex presidente del Consiglio rappresentino ormai due facce della stessa medaglia: leader di partiti condotti, seppur diversamente, verso il centro dello schieramento e in grado, per peso elettorale, di determinare la formazione delle future maggioranze. Che dipenderanno, inevitabilmente, dalla legge elettorale a cui si riuscirà ad arrivare. Un sistema proporzionale li renderebbe ineludibili forze "a vocazione maggioritaria" in grado, volendo, di fare il governo da sole. Nei giorni scorsi, gli altri partiti dell'opposizione - ostinarsi con l'appellativo "Casa delle libertà" sarebbe un'imprecisione, lo stesso Berlusconi l'ha definita "un'ectoplasma" - si era presentati al cospetto di Veltroni con proposte differenti. Alleanza nazionale e Udc avevano dato la propria disponibilità a discutere di riforme istituzionali, ma fornito ricette diverse per modificare il "Porcellum": indicazione del premier in anticipo per An, modello tedesco per il partito dello scudo crociato. La Lega si è vista rispondere picche al tentativo di introdurre un proporzionale con correzioni maggioritarie o, in alternativa, un modello spagnolo "puro" che, con le circoscrizioni piccole, la favorirebbe nei collegi veneti e lombardi, dove è radicata. Ora è arrivata la sponsorizzazione, già annunciata, del proporzionale da parte di Berlusconi. Il "Vassallum", la bozza messa a punto dallo staff di costituzionalisti del segretario del Pd, un incrocio tra il sistema tedesco e quello spagnolo, ha ricevuto tre netti "no", e un "forse" dal primo partito dell'opposizione. Anche all'interno della maggioranza, del resto, non ci sono stati assensi: Rifondazione comunista e Sinistra democratica premono per un proporzionale puro, Verdi e Pdci per un modello che ricalchi quello dello regionali - proporzionale con premio di maggioranza. La battaglia di Oliviero Diliberto e Alfonso Pecoraro Scanio è la stessa del leader dell'Udeur Clemente Mastella, che a poche ore dal faccia a faccia Veltroni - Berlusconi ha fatto presente la "necessità" di salvaguardare le formazioni medio - piccole. Il ministro della Giustizia è il più critico nei confronti del referendum, ed ha minacciato di far cadere il governo qualora non si riesca a fermare l'iter. I tempi sono stretti, si hanno a disposizione un paio di mesi, feste natalizie comprese.

Cefalonia, 64 anni dopo

Apertamente di Nicola Tranfaglia Il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, che già in altre occasioni ha mostrato di tener conto dell'importanza del passato sul presente, ha depositato al tribunale militare atti che segnano l'apertura di una nuova istruttoria contro sette ufficiali della Wermacht ancora vivi e responsabili delle stragi
Cosa è successo oggi di importante e significativo nel difficile rapporto tra la storia e la giustizia nel nostro paese? Il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, che già in altre occasioni ha mostrato di tener conto dell'importanza del passato sul presente, ha depositato al tribunale militare atti che segnano l'apertura di una nuova istruttoria contro sette ufficiali della Wermacht ancora vivi e responsabili delle stragi che nell'autunno del 1943, sterminarono più di quattromila tra soldati e ufficiali italiani della divisione Acqui nell'isola di Cefalonia. E' una decisione di grande importanza sia perché poggia sulla norma in base alla quale i crimini contro l'umanità non possono subire prescrizione alcuna sia perché segue la pronuncia recente della procura tedesca di Dortmund che ha assolto gli imputati tedeschi archiviando l'inchiesta giudiziaria. Ora, c'è indubbiamente una certa discrezionalità rispetto al problema di imprescrittibilità dei crimini contro l'umanità che si nota in queste ultime vicende ma chi ha colto il significato storico di un regime come quello nazionalsocialista che ha ideato e pianificato il massacro sistematico di altri popoli in quanto giudicati sul piano umano inferiori non può accettare di porre termini temporali alla necessità di identificare la colpa e di sottoporre quegli episodi alla punizione dell'uomo.E preoccupa la decisione di una procura come quella tedesca che ha vissuto proprio in quel paese la terribile avventura del ventesimo secolo. Come è stato già notato da Mario Pirani sulla "Repubblica", l'istruttoria tedesca ha tuttavia ricostruito nei particolari tutti i fatti accaduti in quel terribile e drammatico autunno, che l'inchiesta italiana di Intelisano potrà utilizzare in modo da far risaltare con chiarezza le motivazioni profonde che condussero le truppe tedesche regolari (non le SS come in un primo tempo si era detto) a massacrare, in maniera subdola e senza nessuna pietà, migliaia di ufficiali e soldati, che fino a qualche giorno prima avevano combattuto insieme con l'esercito tedesco. Che altro è quello che è successo finora se non il tragico effetto di una società e di una cultura impregnata da un profondo nazionalismo fin dall'inizio legato al razzismo di un popolo che si credeva superiore a tutti gli altri. Un episodio della storia europea,vale la pena di aggiungere,che conserva finora una sua terribile unicità ma che ha trovato nei decenni successivi del secolo ventesimo molti imitatori che se non hanno raggiunto i medesimi risultati ammoniscono sul fatto che la storia non è finita nel 1945 ma potrà riservarci altre sorprese.
* Storico

Adriana Musella: non si possono portare avanti processi sui media

Punti di vista di Massimiliano Nespola Sono dense le parole di Adriana Musella, presidentessa dal 2005 di “Riferimenti”, associazione di impegno civile e di coordinamento antimafia, senza scopo di lucro. È una vittima di mafia a rendere testimonianza di come si elabora il lutto, dopo l’uccisione del padre, ed anche ad offrire l’introduzione ad un discorso sull’etica della comunicazione giornalistica. Fino a che punto può spingersi il diritto di cronaca ed anche la volontà di far conoscere i fatti al lettore? «Non si possono fare processi sulla stampa e rovinare famiglie, per la voglia di apparire. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo parla del diritto per il cittadino ad un giusto processo». Tale non sarebbe il processo mediatico, guidato spesso dalla rincorsa alla novità. Se non verificata, può avere ripercussioni imprevedibili la notizia lanciata nel sistema della comunicazione per il solo gusto di conoscere “che effetto fa” pubblicare una indiscrezione su un personaggio, un politico. In ogni caso, nulla a che vedere con il senso della giustizia e con i suoi tempi. Si dovrebbe distinguere chiaramente sui media il giudizio morale possibile dalle prove giudiziarie certe. Si può considerare tutta la delicatezza del fenomeno anche per il fatto che «i familiari delle vittime della ‘ndrangheta», come afferma la presidentessa, sono completamente dimenticati. E sempre di discriminazione possiamo parlare a proposito di sicurezza personale. Familiari di vittime illustri camminano scortati. Noi che status simbol non ne chiediamo, se ci rechiamo in posti come San Luca, Platì o Casal di Principe, ci andiamo da soli. Come ripristinare un livello di convivenza nella norma ? Si dovrebbe fare appello ad un risanato senso di responsabilità e ad una educazione (o rieducazione) che parta dalle scuole e più in generale dalle istituzioni. Piuttosto che di una nuova fondazione del senso di responsabilità, secondo le parole dell’intervistata ci si dovrebbe occupare di una sua riscoperta, soprattutto sul versante della cittadinanza attiva. All’interno di tale cornice specifica, l’appello alla lotta alla mafia diviene quindi implicito: anzi, lei ipotizza che l’educazione e la cultura siano capaci di intervenire ben prima che si possa anche solo intravedere all’orizzonte il fenomeno mafioso. Adriana Musella è attualmente tra i promotori del progetto della Gerbera Gialla, un Centro studi per la legalità e i diritti umani nato dall'incontro tra il Coordinamento Nazionale Antimafia “Riferimenti” e il Comune di Verona. La gerbera è un fiore simile alla margherita, ma con uno stelo robusto, utilizzato per simboleggiare la vittoria dell’amore sull’odio e sulla violenza. Il suo colore è il giallo, sinonimo di ricerca, di invenzione, di novità, quindi di libertà e di cambiamento; ma anche il simbolo dell'illuminazione in senso spirituale, del riuscire a ”vedere” le cose nel loro valore reale (in quanto “ben illuminate”), quindi di libertà di pensiero. E anche di rendere testimonianza dei tantissimi morti di mafia, spesso senza nome, e dei morti delle stragi degli anni di piombo Si possono facilmente reperire informazioni sulle due attività dell’associazione, cliccando sui siti www.riferimenti.org e http://www.gerberagiallaverona.it. Chiunque può liberamente, attraverso la parola scritta, il sostegno economico o anche solo informandosi sulle attività dei progetti, sostenere queste due cause rilevanti ma probabilmente trascurate dai media di mainstream

A ROMA CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLE PARI OPPORTUNITA’

Atlante di Erminia Chiodo Tra le iniziative promosse dall’Unione Europea in occasione delle celebrazioni per il 2007, proclamato “Anno delle Pari Opportunità”, si è svolta a Roma il 25 e 26 Ottobre scorso la conferenza internazionale “Pari opportunità e diritti umani”, voluta dalle tre università capitoline “La sapienza”, “Tor Vergata” e “Roma3 con l’Alto patronato del Presidente della Repubblica. L'evento è stato inoltre realizzato con il patrocinio della United Nations Educational Scientific Cultural Organization - Commissione nazionale italiana, della Commissione europea rappresentanza per l'Italia, della Regione Lazio - Assessorato per le Politiche del lavoro, giovanili e delle pari opportunità, della Provincia di Roma - Ufficio consigliere di parità, di Field Service Italia e della Banca del Fucino. Il convegno si è svolto nell’aula magna del rettorato de “La Sapienza” ed ha visto coinvolti rappresentanti di numerosi paesi europei tra i quali Norvegia e Spagna, oltre che importanti personalità del panorama politico – culturale italiano quali Stefano Rodotà. Il tema del confronto è stato quello della Parità intesa come conditio sine qua non per la realizzazione di una società democratica, in cui ad ogni individuo venga garantita uguaglianza di diritti e di rappresentanza ma anche dignità di riconoscimento e rispetto della diversità. In questo contesto la lotta alle discriminazioni basata sul sesso costituisce uno degli elementi imprescindibili per la realizzazione di quella che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha definito in un suo messaggio “una cultura della parità effettiva, coerente e condivisa”. Gli interventi hanno quindi toccato il tema dell’uguaglianza nelle sue molteplici sfaccettature, evidenziando che la parità di trattamento fra individui sia da considerarsi come facente parte dei diritti umani fondamentali. Quella rivendicata è però un’uguaglianza che non si traduce tout court in un livellamento delle personalità ed in un conseguente appiattimento delle politiche di intervento su un modello astratto universale, ma un’uguaglianza che al contrario si caratterizza per la costante contaminazione di generi, idee e culture, la cui specificità deve costituire il punto di riferimento per ottenere una reale parità nei risultati. Il gap esistente infatti tra “uguaglianza di opportunità e di risultati” è stato sottolineato da Stefano Rodotà, il quale ha focalizzato l’attenzione sul paradosso della società contemporanea, all’interno della quale alla crescita esponenziale delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie nell’ambito dei diritti fondamentali, non corrispondono medesime possibilità di accesso per tutti gli individui. Un primo limite dell’approccio impostato sulla garanzia delle “pari opportunità”, intese come condizioni minime di partenza per l’accesso ai diritti , è dato dal contesto reale in cui tali condizioni vengono garantite. Proponendo il tema del diritto alla salute, “considerato fondamentale sia nell’ambito del diritto europeo, sia nella sensibilità generale, quindi nella crescita del senso di giustizia tra i cittadini”, Rodotà ha evidenziato come, una volta garantito il libero accesso ai medicinali, l’effettività del diritto stesso sarà mediata dalla reale disponibilità economica dello Stato e del singolo. Una seconda critica riguarda la tendenza, “a fronte delle due pressioni globali, ossia la sicurezza e l’efficienza del mercato” a ridurre la questione dei diritti fondamentali a quella di garanzia di condizioni minime di sopravvivenza. Spostando quindi l’asse della discussione, Rodotà sottolinea l’importanza di un approccio mirato al raggiungimento di un’uguaglianza nei risultati, non assimilabile alle esperienze totalitaristiche del secolo scorso, che miravano all’annientamento anche fisico delle diversità non riducibili allo standard di uguaglianza imposto dal regime, bensì identificata come elemento imprescindibile per il pieno sviluppo delle personalità individuali, anche al di là di quei limiti di sussistenza all’interno dei quali viene circoscritta oggi la questione dei diritti. Per quanto concerne più specificatamente la parità di genere, il confronto tra i rappresentanti dei diversi paesi comunitari porta Norvegia e Spagna ad attestarsi su posizioni di assoluta avanguardia, mentre le performances di Italia e Gran Bretagna risultano essere meno soddisfacenti. In particolar modo rispetto agli obiettivi fissati dal Consiglio europeo di Lisbona nel marzo 2000 in tema di parità in ambito occupazionale, i dati ministeriali mostrano come l’Italia, con il 46% di tasso occupazionale femminile, sia di circa 14 punti sotto quel 60% indicato come soglia da raggiungere nel 2010, collocandosi al penultimo posto nell’Unione europea a 27. Altro elemento di demerito per l’Italia è la discriminazione salariale cui sono ancora soggette le donne, nonostante le normative vigenti. Fiorella Kostoris, ordinaria di Economia Politica presso la Facoltà di Economia de “La Sapienza”, ha mostrato come questa situazione non sia determinata da una discriminazione diretta, che in Italia ha un tasso ben inferiore rispetto alla media europea, bensì dalle forme di “segregazione orizzontali e verticali” che agiscono in modo indiretto: è stato mostrato infatti come a parità di età, titolo di studio, livello di inquadramento professionale, le donne, in particolare in settori manageriali o dirigenziali, vengano retribuite meno degli uomini, e contemporaneamente vengono loro offerte minori opportunità di fare carriera o di raggiungere i livelli apicali. La realtà di questa situazione a fronte dell’impegno profuso a livello legislativo, sia in ambito locale che nazionale, quanto meno su di un piano formale, mostra come il problema della discriminazione di genere sia sostanzialmente e principalmente di natura culturale, un retaggio della cultura homocentrica occidentale che ha sempre identificato la donna come un soggetto debole, eventualmente da proteggere ma da non considerare alla pari. E se anche la civilissima Gran Bretagna sembra essere piuttosto indietro in tema di pari opportunità, esempi per una radicale inversione di tendenza provengono dalla Norvegia e dalla Spagna, quest’ultima passata da “ultima arrivata” a “pioniera” in politiche di pari opportunità. A partire dalla nascita dell’agenzia nazionale per le pari opportunità nel 1986, il paese è stato infatti protagonista di un’escalation che ha subito una forte accelerazione con la recente “Legge sull’uguaglianza” del governo Zapatero, primo “governo paritario”, in base alla quale, nelle competizioni elettorali il numero di candidati di ciascun sesso non deve superare il 60% e non può essere inferiore al 40%. Sul fronte scandinavo invece, Rosanna Coniglio, nominata Ambasciatore in Norvegia ed Islanda nel marzo 2006, ha esposto la strategia norvegese per promuovere la parità di genere, una strategia efficace perché interviene in modo diretto nei tre settori chiave della vita dello Stato: l’economia, la politica e la famiglia. Confermando ancora una volta l’alto grado di civiltà e di livello democratico delle società nordiche, la Norvegia ha introdotto un provvedimento in materia di pari opportunità in base al quale i consigli di amministrazione di tutte le società per azioni devono essere costituiti obbligatoriamente per il 40% da donne, pena lo scioglimento della società stessa. Sempre in ambito lavorativo, all’interno delle politiche “family friendly” o di “welfare aziendale”, la legge disciplina anche i congedi parentali, riconoscendo ad entrambi i genitori lo stesso diritto ad assentarsi dal lavoro in connessione alla nascita o all’adozione di un figlio e riservando sei settimane esclusivamente al padre, che non saranno trasferibili alla madre in caso di mancato utilizzo. L’intervento mirato ad abolire ogni forma di discriminazione è stato affidato a due organi finanziati dallo stato ma indipendenti, uno con funzione di consultiva e l’atro, la Corte d’appello, con potere di emettere decisioni vincolanti per i soggetti a giudizio. Anche in tema di partecipazione politica femminile la Norvegia si attesta tra i primi posti , con una presenza di 64 rappresentanti donne in Parlamento: “ determinante per il raggiungimento di tali traguardi è stato sicuramente l’impegno profuso dalla società civile e dalle Ong (Organizzazioni non governative) nello stabilire la priorità del tema” – ha sottolineato la Coniglio, che in conclusione del suo intervento ha citato anche l’esperienza del “libro bianco sugli uomini”, a testimonianza della consapevolezza dell’importanza e della necessità di “coinvolgere gli uomini in ogni sforzo per raggiungere l’uguaglianza di genere”.

La polvere sotto il tappeto

In fermento di Alessandro Chiappetta Vertice di Annapolis . Dietro le strette di mano e i sorrisi per i giornalisti, la conferenza del Maryland ha segnato il gran trionfo di Bush e della Rice: un asse Usa-Israele-Paesi Arabi che isola l’Iran ed emargina Hamas. Olmert e Abu Mazen si impegnano alla pace entro il 2008, ma restano ancorati alle proprie condizioni. E ad Hebron e Gaza si spara e si muore. La buona notizia è che il paventato rischio di un ennesima “photo-opportunity” è stato scongiurato. Forse. La cattiva notizia è che c’è già il primo morto della nuova “fase”, un palestinese rimasto ucciso ad Hebron. Da Annapolis arriva un’intesa in extremis raggiunta da israeliani e palestinesi, sotto l’egida orgogliosa e tronfia di George Bush e Condoleeza Rice. E’ stato il presidente americano a leggere, aprendo i lavori, la dichiarazione congiunta su cui si era a fatica trovato un compromesso nelle scorse ore. Ai suoi lati Ehud Olmert e Mohammad Abbas (Abu Mazen), che, come recita il documento “si impegnano a lanciare immediatamente seri negoziati di pace e che faranno ogni sforzo verso l'obiettivo di raggiungere un accordo entro la fine del 2008”. Non a caso, il leader statunitense ha tenuto a precisare che la giornata del 27 novembre è un punto di partenza per i “continui negoziati” che proseguiranno a partire già dal prossimo 12 dicembre, con una commissione mista israelo-palestinese, che cercherà di riprendere il cammino della Road Map del 2003 verso quello che Bush ha definito “trattato di pace”. Incensando i due contendenti, definiti “leader determinati a raggiungere la pace”, il presidente Usa ha ricordato l’impegno del mondo a sostenere con urgenza le trattative, testimoniato dalle 50 delegazioni presenti nel Maryland, e dal blocco compatto di presenze inedite, come la Siria e l’Arabia Saudita. Non sono ancora chiari tutti i dettagli dell’accordo, e se sono stati sciolti i nodi più importanti, dai confini dei due stati alla questione dei profughi, dallo status di Gerusalemme al futuro della Striscia di Gaza. Bush si è limitato a invitare i palestinesi a smantellare “le infrastrutture del terrore”, chiedendo allo stesso tempo agli israeliani di “porre fine all'espansione degli insediamenti dei coloni” in Cisgiordania. Due atti imprescindibili per capire la reale attendibilità degli accordi e la disponibilità degli sfidanti a venirsi incontro per giungere alla pace. Non molta, a sentire le prime dichiarazioni dei due leader mediorientali, non appena smessi i panni diplomatici e finiti i sorrisi per i fotografi. Abu Mazen ha ribadito che il futuro Stato Palestinese dovrà avere Gerusalemme est come capitale: una condizione irrinunciabile per l’Anp, perché i negoziati siano “completi e profondi”, e comincino col ritiro dei coloni israeliani dai Territori. Dal canto suo, Olmert si è detto pronto ad “importanti compromessi”, ammonendo però gli arabi “che è ora di por fine al boicottaggio nei confronti dello stato di Israele”, e confermando quindi la vischiosità delle posizioni e la complessità degli interessi in gioco, che rischiano ancora una volta di essere più forti delle buone intenzioni, ammesso di buone intenzioni si possa parlare. Eppure, le delegazioni sfilate al meeting non smettono di sottolineare l’approccio unitario di quello che il Ministro degli Esteri italiano Massimo D’Alema definiva un “successo in sé”, parlando del rovesciamento di prospettiva dell’amministrazione Bush verso il conflitto. In realtà le pieghe delle trattative e la gestione affannosa prima, e spedita poi, dell’organizzazione del meeting, e in seguito dei negoziati, suggeriscono un’altra chiave di lettura. Nelle parole di Bush, c’è la preoccupazione che “una generazione di palestinesi finisca nelle mani degli estremisti” (con chiaro riferimento ad Hamas) se i leader si lasceranno sfuggire questa opportunità. E le parole al veleno dell’Iran, grande escluso dall’incontro, sembrano essere la cartina di tornasole del successo personale del presidente, e soprattutto del suo braccio diplomatico, Condoleeza Rice. Un blocco arabo unificato, che emargina Teheran e isola Hamas, permette di creare un asse che ad Usa e Israele lega anche i paesi arabi moderati (compresa l’Arabia Saudita, da sempre in cattivi rapporti con Tel Aviv), e perfino l’ala moderata dell’Anp, restituendo voce in capitolo ad Al Fatah. Mina vagante è invece la Siria. Giunta ad Annapolis un po’ a sorpresa, la delegazione di Damasco, guidata dal ministro degli Esteri Fayssal al-Mekdad, ha messo sul tavolo la questione del Golan, per riavviare i negoziati per la restituzione delle Alture, come negli accordi del 2000, mai rispettati. Ma subito il capo della diplomazia siriana si è affrettato a specificare che la Siria si rifiuta di riconoscere Israele, a meno che non avvenga l’atteso ritiro, lasciando così intendere di essere al tavolo soprattutto per alzare la posta, e magari controllare da vicino i colloqui a margine che i leader mondiali stanno dedicando alla questione libanese. Sarà ovviamente decisiva anche l’influenza di Hamas, scesa in piazza per un controvertice a Gaza dove nelle ultime ore negli scontri con i militari israeliani sono morte sette persone di cui sei miliziani del gruppo legato al deposto premier Ismail Haniyeh. Hamas intende mostrare al mondo che Abu Mazen non beneficia del mandato del suo popolo, ed è pronto a boicottare ogni tipo di accordo che non abbia sottoscritto. Una spada di Damocle troppo grande perché Abu Mazen possa a cuor leggero smarcarsi dai suoi storici avversari, e un ennesimo asso nella manica per chi vuole spostare verso Tel Aviv l’asse delle trattative, facendo leva proprio sulla scarsa personalità del presidente dell’Anp, una delle poche cose su cui sembrano tutti d’accordo.

“DENUNCIA MUSICALE”

Pentagramma di Giuseppe Zolli
Come viene considerata oggi la passione per la musica?
Molti la considerano di tendenza, altri decadente, altri ancora parlano di musica come un qualcosa di sublime. La musica di oggi continua a regnare nelle nostre case e continua ad essere soprattutto un “fenomeno” dominante nella vita di ciascuno di noi. Ogni rumore e ogni silenzio è musica. Non è facile definirla, se si pensa ai diversi generi che la comprendono. Attualmente si parla di un’infinita lista di generi musicali che va dal pop al funcky al metal, rock, jazz, classica, hard, punk, etnica. Tutto ciò fa pensare ad una crisi che l’inizio del XXI secolo attraversa anche nel campo musicale. La potremmo battezzare “tecnologia demaniale” perchè ci possiede e siamo coinvolti anche inconsapevolmente. Non è una critica, ma forse oggi c’è tanta musica, quanto poca relativamente: non si suona più con gli strumenti manuali, ma con i mixer regolati ed adattati ai programmi informatici. Ci si lascia annebbiare, da uno pseudo pianoforte o da una batteria, perfettamente computerizzata, che sovrappone frasi no - sense... In Italia esistono molti gruppi musicali, ma o poco conosciuti o sul cosìdetto trampolino di lancio; i gruppi sono inferiori rispetto ai singoli cantanti perché i managers investono di più su quest’ultimi; i gruppi costano di più, nascono ed inevitabilmente finiscono col litigare e quindi, col dividersi; i gruppi hanno nomi “sofisticati” e sono circondati da eleganti curatori d’immagine. La musica ormai, si può dire, è solo a scopo commerciale e questa, pare sia un’offesa per quella che era la musica del passato. Non esiste più, infatti, quella musica passionale - sentimentale, ma bensì musica assordante e strimpellante per conquistare le simpatie del giovane pubblico acquirente di dischi costosissimi. Grazie a questo spargimento di denaro, è nata anche l’omertosa pirateria della quale si potrebbe parlare in maniera opulenta. La musica rientra tra gli argomenti principali che interessano soprattutto i giovani. Restando per esempio nell’ambito nazionale si può osservare, ed è importante sottolinearlo, come nel nostro paese (si ci chiede il perché) è possibile che si senta maggiormente di più la musica estera, in particolare quella inglese, predominante come non mai sulle nostre frequenze radio. Si lascia che essa sia a dominare ed invadere la nostra cultura musicale ed il nostro alquanto prestigioso e ricco bagaglio di talenti. Perché le radio continuano ad ostinarsi a trasmettere quel tipo, quel genere anglo – sassone, e a diffondere una mentalità musicale poco significante? Forse si cerca il gusto dell’originale, ma forse è stato detto tutto quanto c’era da dire. Il problema nasce nel trovare un modus nuovo per tracciare un argomento, un tema. Era piacevole una volta sentire il ritornello beatlesolsiano o sporadicamente i successi dei Queen. Adesso è una “fortuna” sentire Si può dare di più. Un’inversione di tendenza, forse, ci aiuterebbe a migliorare e a valorizzare la nostra pura musica che, senza pietà, sta subendo una nemesi storica. Solo così, potremo avere la concreta possibilità e la speranza di risentire, con piacere, e tra qualche anno, i successi italiani del momento che sembrano stiano già scomparendo. Bisogna essere più partecipi con attenzione, e non già con ingenuità, all’ascolto del cuore italiano, e speriamo che ciò possa rendere auspicabile la rivalutazione e la ri-valorizzazione dei nostri migliori cantanti, autori italiani. La musica deve anche essere poesia! Un mondo senza musica non si può proprio immaginare perché dove c’è musica noi ci saremo. “Offrite la buona musica a chi non sa ascoltarla”!

Quello che ci si aspetta dalla politica

Senza Filtro di Domenico Iozzo
Al “ Casalinuovo” letti alcuni pensieri di un illuminato politico, Aldo Moro
“Il fine dell’agire politico è l’uomo”. Da questo aforisma che da sempre ha caratterizzato le riflessioni filosofiche da Aristotele a Platone fino ad Hannah Arendt in età moderna è partita la discussione attorno al significato della “Politica”.
Il secondo appuntamento di “Parole chiave”, la rassegna culturale promossa dal prof. Raffaele Gaetano, ha proseguito il viaggio nella “piccola enciclopedia del sapere” dopo l’esordio dedicato all’informazione proponendo un nuovo avvincente confronto tra due personaggi dalla diversa formazione intellettuale chiamati ad interrogarsi sul tema della giornata e districarsi tra pillole di storia, sguardi critici sul presente e possibili eredità future. A condividere il palco sono stati il Presidente della Regione Calabria Agazio Loiero e l’intellettuale della destra italiana Marcello Veneziani che, sollecitati dagli imput di discussione avanzati dal prof. Gaetano, hanno restituito al numeroso pubblico presente un quadro concettuale ricco e variegato capace di offrire stimoli continui attraverso lo sviluppo del confronto. Oggi c’è ancora bisogno di politica? Questo il primo interrogativo della serata aperta dall’intervento del Governatore Loiero che fin dall’esordio ha inteso porre l’attenzione sulle difficoltà della sua terra: “La Calabria si trova ad affrontare i problemi ereditati dalla sua storia di precarietà ed emergenze infinite”, ha affermato prima di proseguire la riflessione sullo strumento politica che, lontano dal mirare al bene comune essendo più utile ai fini dell’organizzazione della convivenza, “ispira fiducia se visto da lontano ma, una volta finito in mano, deve fare i conti con numerose contraddizioni”. E nel passaggio dall’immagine televisiva al legame diretto con i cittadini anche il carisma di un leader politico perde i suoi connotati. Veneziani sposta l’ago della bilancia verso altre direzioni: “Non credo alla politica come missione. Le ambizioni personali devono coincidere il più possibile con le esigenze del popolo!”, così ha esordito l’intellettuale sostenendo l’importanza della responsabilità decisionale contro ogni forma di mediazione dei partiti chiusi nell’ottica autoreferenziale. L’antipolitica, in fondo, è il frutto di un sistema in cui abusi, privilegi e malaffari si alimentano al prezzo di maltrattamenti per i cittadini. La lettura del mito di Prometeo funge da introduzione alla successiva questione che riguarda l’ambiguo rapporto tra politica e giustizia: “In un sistema contraddistinto da sempre dalla divisione dei poteri il rispetto delle forme diventa un punto fondamentale quando ci sono di mezzo i diritti delle persone”, ha commentato il presidente Loiero sicuro che la giustizia non debba concedere spazi alla gogna pubblica alimentando il flusso delle emozioni della piazza. Dall’altra parte Veneziani si preoccupa invece di dividere equamente le responsabilità perché è vero che la tensione tra politica e giustizia è benefica se si risolve in un rapporto dialettico ma si trasforma in conflitto permanente laddove ciascun potere tenda a sostituirsi all’altro abbandonando la strada della democrazia. “Rimpiango i tempi in cui non si conoscevano i nomi dei magistrati”, afferma ironicamente l’intellettuale: se da un lato la giustizia soffre di teoremi ideologici e manie di protagonismo mediatico che a volte rasentano il narcisismo, dall’altro non può esserci più spazio per la platonica “giusta” politica che non può dare la felicità ma a cui bisogna chiedere il rispetto di coerenza e dignità. Uno strumento che va salvaguardato da ogni tentativo di espropriazione da parte della tecnica e della finanza, “perché rimane l’unico posto dove si interpretano interessi generali, valori divisi e condivisi a dispetto dell’economia che persegue interessi personali o di gruppo”. E la Calabria come vive il rapporto con la politica? Il suo governatore dà la colpa dell’immagine negativa di cui è vittima alla semplificazione mediatica a causa della quale anche la faccia pulita della Calabria finisce in mezzo a chi delinque. Una dannazione storica cresciuta nel ‘900, il “secolo delle contraddizioni”, che ha dato la possibilità di imperversare facilmente su un’umanità sospesa sul filo dell’assuefazione. Per Veneziani il problema non risiede nell’immagine ma nella sostanza di una mentalità aggrappata al fatalismo e che rifugge dal senso di responsabilità: fare autocritica piuttosto che abbandonarsi al destino, questa una possibile soluzione. Sfogliando l’album dei ricordi si apre la pagina dedicata alla memoria di Aldo Moro: un “esempio di tolleranza” per l’on. Loiero che ha visto in lui lo sforzo di aver tentato di fare il bene comune attraverso la ricerca del consenso, sempre rivolto al cambiamento nel rispetto delle differenze e proteso al libero progresso umano. Di tutt’altra opinione Veneziani che vede nella figura di Moro solo un “grande moralista” privo dell’impronta dello Stato, poiché la politica ha bisogno di reggersi sul conflitto per non lasciare il passo al compromesso. Il nostro Paese soffre della perdita della passione politica divisa com’è da una storia di accordi e guerre civili. Ci sembra doveroso e corretto lasciar decidere ai nostri lettori più chiara cosa sia stato Aldo Moro, dopo aver preso visione di questo suo pensiero, reso nel 1977. “Possiamo tutti insieme, dobbiamo tutti insieme sperare ,provare, soffrire, creare, per rendere reale, al limite delle possibilità, un destino irrinunciabile che segna il riscatto dalla meschinità e dall’egoismo. In questo muovere tutti verso una vita più alta, c’è naturalmente spazio per la diversità, il contrasto, perfino la tensione. Eppure anche se talvolta profondamente divisi, anche ponendoci, se necessario, come avversari, sappiamo di avere in comune, ciascuno per la propria strada, la possibilità e il dovere di andare più lontano e più alto. La diversità che c’è tra noi non impedisce di sentirci partecipi di una grande conquista umana”. “Dopo la caduta delle grandi ideologie il ricorrente leghismo ha invaso anche alcune voci della sinistra alimentando i pregiudizi sulla scarsa governabilità di entrambe le parti”, ha concluso l’on. Loiero che guarda con simpatia ai fenomeni di consociativismo quando sono utili alla produzione di regole. Il secondo ospite riflette sullo stato di “anemia” imperante senza trascurare le istanze dell’antipolitica che, dopo anni di emorragia e massimalismo ideologico privi di risultati concreti, rappresentano lo specchio della debolezza di un sistema che si rifiuta di guardare alle nuove esigenze della società dimenticando che le passioni transitano dalle esperienze della vita. La “bio-politica” può essere la strada giusta per ridefinire i confini di uno strumento che deve tornare ad essere necessariamente a misura d’uomo.

Tommaso Padoa Schioppa: L’Italia perde competitività

osservatorio comunitario di Santina Sammarco Un’Italia sempre meno competitiva sui mercati internazionali, un made in Italy che fatica a rincorrere i mercati globali, prodotti gastronomici alle prese degli imitatori più spregiudicati, piccole e medie imprese sempre più piccole di fronte ai grandi colossi mondiali. In questo contesto si fanno meno rosee le prospettive di crescita economica per l’Italia, si prospetta addirittura un peggioramento: “L'Italia continua a perdere competitività trovandosi in condizioni di minore capacità competitiva”. Queste le dichiarazioni pronunciate a Bruxelles, al termine della riunione dei ministri dell'Eurogruppo, dal ministro italiano dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Per il 2008, Bruxelles ha stimato un Pil all’1,4 %, inferiore di tre punti percentuali rispetto alla stima inizialmente stabilita. Non a caso il nostro paese continua a registrare il peggior tasso di crescita dell'area euro. Ma c'è dell'altro. Pur confermando che l'Italia insieme al Portogallo uscirà in primavera dalla procedura anti-deficit eccessivo (sopra il 3% del Pil), Jean-Claude Juncker, il Presidente dell'Eurogruppo, ha espresso “preoccupazione perché non tutti i paesi dell'area hanno tratto la lezione dagli errori del passato, con il risultato che si registra un rallentamento nel processo di risanamento strutturale dei conti pubblici, nonostante entro il 2010 tutti i paesi dell'area si siano impegnati a raggiungere l'equilibrio di bilancio”. Il commissario Ue agli Affari economici e monetari è andato oltre: ha suddiviso i paesi in tre gruppi e ha messo l'Italia in quello dei dannati. “Speriamo che l'uscita nel 2008 di Italia e Portogallo dalla situazione di deficit eccessivo si concretizzi” ha esordito Joaquin Almunia. Sul fronte dell'aggiustamento strutturale se si guarda alle previsioni per il 2007 e 2008 si possono distinguere tre gruppi di paesi. Quelli che hanno già raggiunto il pareggio di bilancio, che sono Irlanda, Spagna, Lussemburgo, Olanda, Finlandia e Germania; quelli che ancora non lo hanno fatto ma sono molto vicini: Austria, Slovenia, Belgio e Cipro; e infine quelli che ancora sono lontani e sono Italia, Francia, Malta, Portogallo e Grecia. L’unione economica e monetaria comporta, per tutti i paesi membri, il rispetto di una serie di regole note come il patto di stabilità e di crescita. L’obiettivo di tali regole è quello di assicurare che le finanze pubbliche dei paesi dell’UE siano sane, cosa importante per arrivare ad una crescita sostenibile. Ogni anno la Commissione e gli Stati membri verificano il rispetto del patto. Ciascun paese della zona euro fornisce le informazioni necessarie sotto forma di un programma di stabilità. La Commissione verifica, altresì, costantemente in che misura gli Stati membri conseguono gli obiettivi fissati per integrare sempre più l’economia dell’UE in tutti settori, dalla finanza alla ricerca e sviluppo, dall’energia ai trasporti, prestando la debita attenzione alle implicazioni ambientali delle decisioni di politica economica da adottate. La Commissione infine ispeziona i progressi raggiunti nel creare posti di lavoro e rendere il mercato del lavoro accessibile al più alto numero di persone. L’obiettivo fondamentale è garantire una crescita sostenibile e una società senza esclusioni. Con il patto di stabilità e di crescita tutti i paesi, insomma, si sono impegnati a far si che i loro bilanci siano in equilibrio o quasi nel medio periodo. Gli Stati membri, in altre parole, non possono spendere più di quello che guadagnano, evitando così quel accumularsi di debito che ha costretto in passato i governi a ricorrere al mercato o ad un aumento esponenziale delle tasse. Ma se la crescita rallenta le entrate fiscali diminuiscono perché rallenta la crescita produttiva delle imprese,i consumatori spendono di meno mentre i governi devono spendere di più per le indennità alla disoccupazione e gli incentivi alle imprese. In questo quadro economico non solo l’Italia preoccupa ma un’intera Europa (UE). Un rallentamento dell’economia europea è visibile sul piano della carenza dell’innovazione e della tecnologia, sulla ricerca e sullo sviluppo (R&S), sull’energia e sui trasporti e sulle infrastrutture Ma l’Europa nel Consiglio europeo di Lisbona del marzo del 2000 - ribadito dal Consiglio di Stoccolma del marzo 2001- si è posta l’obiettivo strategico di “… diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo…” senza abbandonare la grande eredità europeo dello Stato sociale – la politica del Welfare - . Bisogna puntare alla crescita e allo sviluppo di nuove imprese, all’innovazione, alla tecnologia e alla tutela dell’ambiente; al capitale umano e alla creazione di nuovi posti di lavoro: - le persone hanno il diritto di avere posti di lavoro di qualità e di poter accedere a strutture ad esempio che garantiscano un’adeguata assistenza per l’infanzia, per il rafforzamento dell’acceso delle donne nel mondo del lavoro. Bisogna, in altre parole, liberare il potenziale imprenditoriale racchiuso in ognuno dei paesi membri, bisogna eliminare gli intralci burocratici, consentire un accesso più facile al capitale per l’avvio di nuove imprese e introdurre un sistema di brevetti meno costosi e più efficienti. Obiettivo allora è creare una cultura d’impresa capace di essere internazionalizzata e pronta al mercato globalmente considerato, aperta all’innovazione e al progresso tecnologico, alla ricerca e pronta a valorizzare energicamente il capitale umano. In questo contesto, i governi europei potranno contare su maggiori introiti fiscali, derivanti dalla produttività delle imprese e dalla creazione di maggiori posti di lavoro, che potranno essere investi per l’assistenza sanitaria, per l’istruzione, per le pensioni e per la sicurezza sociale. Storicamente si torna ad una politica di bilancio che mira all’equilibrio tra entrate e spese o che comunque giustifica un deficit di bilancio da eventi straordinari; Tuttavia l’UE conserva e rafforza le radici del welfarismo e del benessere collettivo, non più finanziate da un eccessivo deficit o debito pubblico ma finanziato dalla produttività, dall’innovazione e dallo sviluppo.

Un forum permanente sulla democrazia

Auditorium di Fabio Celi La democrazia partecipativa migliora la qualità di quella rappresentativa, pur avendo alcuni limiti. Gli aspetti positivi nascono dal confronto che va a sostegno dell’azione selettiva della stessa democrazia. Allo stesso modo fa valere la qualità degli eletti che, in questo modo, assumono una funzione educativa per la società. Questo, però, presuppone di pensare all’interesse generale e futuro dei cittadini, evitando, cioè, di permettere un predominio delle lobbies politiche dovuto ad un’alterazione del vincolo elettorale. Per ovviare a queste tipologie di conseguenze è necessaria più trasparenza, a partire dalla selezione dei candidati, dal momento che i cittadini scelgono i proprio rappresentanti solamente a livello comunale.A partire dalla provincia, fino ad arrivare al parlamento, i nomi vengono decisi all’interno dei partiti ed associati alla lista. Dunque il cittadino si trova di fronte ad una scelta legata al simbolo e non alla persona, che in molti casi gli è sconosciuta. Sin dagli anni ’90 la democrazia in Europa è cambiata, e cosi’ siamo arrivati ad una Democrazia Liberale. Purtroppo, però, le cose sono, poi, andate peggiorando fino a giungere ad uno scadimento della stessa dovuta a cause profonde. Va notata, nel corso degli anni, una evoluzione consumista della società capitalista il cui motto “lavoro e spendi” porta a non aver tempo libero da dedicare ad i propri interessi, figurarsi la politica, a vantaggio della televisione commerciale e della dipendenza dai soldi della vita democratica. Non a caso, negli U.S.A. viene scelto come candidato per la corsa alla Casa Bianca, il candidato più ricco. Non a caso, dunque, c’è stato un declino degli stessi U.S.A. come riferimento democratico mondiale. Abbiamo bisogno di cittadini “attivi e dissenzienti” come motore della democrazia, che purtroppo sono pochi, dato che i realisti politici hanno esaurito il fiato. Dal momento che c’è troppa concentrazione di potere, sarebbe necessaria una democrazia diretta e rappresentativa che, con nuovi strumenti, fosse in grado di guidare questa società. Forse tra gli anni ’80 e ’90 abbiamo perso un ventennio, e adesso ci troviamo di fronte una democrazia scaduta di qualità. C’è bisogno di più comunicazione, i cittadini eleggono solamente i consiglieri comunali. Nel mondo orientale si stanno facendo strada due potenze agli antipodi per ordinamento politico. Da un lato abbiamo l’oligarchia cinese, dall’altro la democrazia crescente, se pur corrotta, dell’India. Proprio in quest’ultima nazione dal 1994 un decreto legislativo stabilisce, nei consigli comunali, che la rappresentanza femminile sia del 30%. In Italia non abbiamo una democrazia di genere in politica, e la prova è data dalla scarsa presenza di donne. I ritmi della politica non sono mai stati pensati né riformati e ciò va a discapito dei cittadini che se ne allontanano; infatti i partiti non sono capaci si autoriformarsi perché passano il tempo a consumare energie sulla riforma elettorale, come pure sulla commissione bicamerale, e non hanno tempo per una auto-analisi. Per questo è necessaria una democrazia partecipativa come strumento affinché tutti i cittadini rientrino nella politica. Coloro che sono dentro ai partiti devono criticare di più il sistema dei partiti, che spesso è elitario, per creare cerchi sempre più grandi di cittadini attivi e dissenzienti che siano in grado di chiedere più democrazia e più trasparenza. E’ ora di combattere e dare segnali dentro e fuori i partiti. E’ auspicabile cedere una quota di potere ai cittadini, è irresponsabile lasciare la politica così. E’ necessaria meno carriera politica a vantaggio di una maggiore apertura.

Danilo Dolci, esempio di eguaglianza e di giustizia

Futuro passato di Mariarosaria Zinzi
Dieci anni fa la scomparsa del sociologo e poeta siciliano
Il 30 dicembre di quest’anno ricorre il decennale della scomparsa di Danilo Dolci, sociologo e poeta, uomo di grande tenacia e coraggio quasi sfrontato, che si è dato anima e corpo alla questione della Sicilia Occidentale
Nato a Sesana, Dolci scopre a sedici anni il piacere della lettura, che non lo avrebbe mai abbandonato, e sarebbe stato per lui fonte inesausta di confronto e spunto. Vive sulla sua pelle l’esperienza della Seconda Guerra Mondiale e l’orrore della prigionia nazifascista. Nel 1950 decide di abbandonare gli studi universitari e di unirsi all’esperienza di Nomadelfia, una comunità cristiana presso Modena che raccoglie in una grande famiglia di famiglie ragazzi e ragazze buttati dalla guerra nella strada. Afferma: “Zappando, buttando latrina nei campi, vivendo con orfani, ex ladruncoli, malati, sperimentavo cosa era crescere insieme: volti anche idioti nell’impegno comune di alcuni mesi diventavano più umani, talvolta bellissimi”. Inizia qui a delinearsi in lui un’idea di vita comunitaria “indispensabile strumento di verifica e di costruzione personale e collettiva”. Dal 1952 è in Sicilia, tra Tappeto e Partinico, in una parte dell’isola rimasta ancora ad uno stadio primitivo, e qui inizia il suo lento e faticoso percorso di rimodellamento e sollevamento del volto di una terra, e di una popolazione, ataviche. La battaglia di Dolci si scaglia contro il banditismo, contro il regresso umano, civile, amministrativo di una zona, pur d’Europa, come egli stesso sottolinea, notevolmente arretrata e abbandonata a sé stessa, una terra ostaggio di pochi potenti che muovono le pedine del gioco, e fanno leva sull’ignoranza di contadini e pescatori per fare i propri comodi. Un impegno attivo, quello del sociologo, un atto d’amore per gli umili, e di sfida contro i politici, gli industriali e i proprietari terrieri che reggevano le sorti di interi paesini dell’isola. L’impegno di un uomo che non si fa intimorire neanche dalle numerose incarcerazioni, e dai tanti processi, ma che, anzi, è in grado di attivare una lotta politica che si muoveva lungo un percorso di nonviolenza, fatto di scioperi della fame e manifestazioni pacifiche che riescono a lasciare un solco profondo nell’opinione pubblica nazionale. Dolci è stato animatore sociale, consapevole dell’importanza imprescindibile di educare la gente, di garantirle un’istruzione. “In zona come la Sicilia occidentale, ha scritto, non sono i giornali i più naturali mezzi di comunicazione: pochi ne vengono letti, ancor meno capiti e creduti. Comunica, quando comunica, soprattutto la voce, anche quella della radio”. È stato questo lo strumento attraverso il quale ha cercato di avvicinare la gente, e di renderla partecipe e consapevole del cambiamento, facendola intervenire attivamente alle trasmissioni del Centro Studi e iniziative a Partinico, fino all’irruzione di carabinieri e guardie di pubblica sicurezza attrezzati di mezzi meccanici per sabotare l’iniziativa e impossessarsi delle trasmittenti. Dolci non si è rassegnato davanti a nessun impedimento: ha costituito e nutrito l’Università Popolare, ha educato gente povera e ignorante confidando nel metodo maieutico, lavorando con i suoi interlocutori in un rapporto dialettico e paritario che non si facesse insegnamento dall’alto di una verità, ma continua indagine, ricerca che si avvalesse del contributo di tutti, ciascuno con il proprio bagaglio di esperienza e tradizione. Parlava poco durante gli incontri, ma faceva le domande giuste, quelle che andavano a scuotere le coscienze, raccontano. Il sociologo si è mosso in zone allora ferme, o che non avanzavano per moto proprio, per fare sentire la voce degli umili, dei più deboli, e contribuire attivamente alla loro rinascita, affinché si aprissero consapevolmente ad un mondo in rapido cambiamento, e affrontassero con cognizione di causa la politica, l’industria, il lavoro, la malavita. “So che abbiamo appena iniziato ad apprendere che gli uomini possono davvero imparare solo se vogliono ricercare e sanno cercare insieme; e che purtroppo è sempre presente il rischio di dimenticare quanto si sa”. La sua è stata una lotta quasi cieca contro chi derubava o avvelenava quella che era, ormai, diventata la sua gente, gente che “paga per suicidarsi / ma non troppo, e se no non può pagare: / soldi per fare esistere gli sbirri, / soldi per fare fuori chi si oppone a quest’ordine, / soldi per aiutare i parassiti ad accalappiarla, / soldi per fingere democrazia ”. Danilo Dolci è stato esempio di impegno indefesso, di abnegazione totale alla causa della povertà e della debolezza: le sue parole e le sue braccia sono state nel tempo valido e più che efficace strumento di miglioramento e di progresso, mezzo attraverso il quale persone di bassa levatura, imprigionate in un sistema dalle fattezze ancora feudali, potessero essere traghettate verso la modernità, e diventare cittadini in grado di affrontare una Sicilia ancora sottomessa alla mafia, e ad una classe dirigente con essa collusa. È stata fortezza contro l’ostruzionismo delle istituzioni e cassa di risonanza di una questione siciliana per molti versi ancora irrisolta, ai giorni nostri. È stato esempio e maestro per tutta una classe di pedagoghi che hanno seguito e seguono il suo insegnamento. È stato sociologo e poeta. È stato un modello di impegno civile, un eroe che non aspirava ad esserlo, un uomo che non ha mai smesso di avere fiducia nell’uomo. E di sognare

Nasce il terzo polo artistico in Italia: “Officina Teatrale”

L’angolo della cultura a cura di Maria Grazia Leo
A Catanzaro al via i corsi per il conseguimento della qualifica di attore
Non si può sognare senza vivere nel reale. E la realtà si è presentata d’incanto nella città di Catanzaro e nella regione nel suo complesso. Stiamo parlando della nascita dell’Accademia internazionale di teatro “Officina teatrale”. Grazie all’art. 40 della legge regionale 18/85 e alla autorizzazione del Dirigente del settore Lavoro e Formazione dell’ Amministrazione provinciale di Catanzaro si aprono le porte delle iscrizioni al corso triennale per diventare attore professionista. Sogno e realtà, una cosa sola ! E’ un buon segno verso i molti talenti calabresi e del meridione che vogliono provare a crescere e diventare cittadini professionisti all’interno del proprio habitat territoriale e di nascita, senza varcare i confini del nord Italia, d’Europa, del Mondo. E sì perché la Calabria con le strutture messe a disposizione dell’ ”Officina teatrale”- inizialmente site in località Gebbiola c/o villaggio Porto Rhoca di Squillace Lido, poi in via definitiva presso l’ex scuola elementare di via Cilea a Catanzaro-, sarà il terzo polo artistico della penisola italiana, dopo Milano( con la Scuola civica riconosciuta e parificata Paolo Grassi) e Roma ( con l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico e Scuola internazionale di Teatro). Una bella soddisfazione per gli amministratori cittadini, che aggiungono oltre questo successo, anche l’apertura prima di Natale del Conservatorio musicale, riconosciuto come istituto statale. Un’altrettanta grande impresa- portata a compimento in nome della cultura e delle arti- da parte di chi ha creduto con passione, pazienza e tenacia ad un sogno trasformatosi in realtà: il Presidente dell’Accademia internazionale teatrale “ Officina teatrale”, Maestro Giovanni Carpanzano ( attore e coreografo formato alla Scuola internazionale di teatro di Roma) e Cristina Serra ( attrice e regista formata alla Scuola internazionale di teatro di Roma). Entrambi sono stati mossi dall’obiettivo di formare e preparare alla carriera artistica quei nuovi cervelli di Calabria e del Sud del mediterraneo, che non avendo le possibilità economiche di andare fuori regione hanno comunque desiderio d’imparare e soprattutto hanno voglia di riscattare la propria terra portandola -come merita- a testa alta sul palcoscenico dei più importanti teatri nazionali e internazionali. “Ci saranno sempre in loco- ha affermato il direttore artistico Giovanni Carpanzano- e a turnazione tra i 5 e 8 docenti di livello nazionale che hanno compiuto la stessa gavetta dei nuovi cadetti, quali Franco Marino, Daniela De Panfilis,Orazio Carini,Luca Amitrano,Cristina Serra. Il ruolo dell’attore-insegnante è quello di regalare i segreti acquisiti e non di tenerli tutti per sé, perché anche lui ha ricevuto da altri tutto ciò”. Un grande insegnamento di umiltà che servirà certamente da volano alla neo scuola di teatro calabrese. Ma entriamo nei particolari di questa programmazione didattica innovativa e polivalente! E’ prevista non solo la recitazione in tutti i suoi stili, materie fondamentali, ma anche le discipline musicali, tecnico-corporee e tecnico-vocali, perché l’attore in scena deve essere completo, altrettanto capace nel teatro-danza e nel canto, se necessario. La priorità dell’Accademia internazionale di teatro “Officina teatrale” è quella di unire e connettere teatro e danza, di produrre un teatro di creazione inteso come promotore di linguaggi, in cui sia presente l’espressione fisica dell’attore. Attraverso l’analisi dell’improvvisazione, si porta all’esterno ciò che è all’interno, poiché l’elemento fisico ha bisogno di quello intellettuale nella stessa misura in cui il secondo necessita del primo. Solo così lo spettatore, il pubblico potrà percepire la totalità dell’attore, risultato di corpo e mente, ambiente e interiorità, movimento ed emozioni ! Ci saranno complessivamente 1200 ore annue( ricordiamo che il corso dura tre anni ) di lezioni teoriche e pratiche su : interpretazione e stili; ritmo e metrica; tecniche di movimento; meccanica della voce; elementi di regia; informazione socio-economica; storia dello spettacolo; stage formativo. La quota d’iscrizione e di partecipazione è di 2400 per il primo anno, 2700 per il secondo e 2700 per il terzo. La domanda d’iscrizione va presentata entro e non oltre le ore 12.00 del 30 dicembre 2007, poiché i corsi inizieranno presumibilmente dal gennaio 2008. Verranno ammessi 20 allievi e saranno prese in considerazione le domande pervenute in ordine cronologico a mezzo di raccomandata a.r all’Accademia Internazionale di Teatro “ Officina Teatrale”, sita in via G. Raffaelli, 38 -88100 Catanzaro. Al termine dei corsi verrà consegnato un diploma legamente riconosciuto e valido per l’avviamento al lavoro e per la partecipazione ai pubblici concorsi. Per ulteriori informazioni si può accedere ai seguenti siti: www.provincia.catanzaro.it www.lavoro.provincia.catanzaro.it/cpi www.officinateatrale.com In conclusione di questo sommario quadro informativo che ha delineato-tracciato le prime luci di un’esaltante avventura culturale e professionale, non ci resta che sperare e tifare insieme allo staff organizzativo e formativo di Carpanzano & Company per coronare una successiva ambizione o per realizzare il prossimo sogno: creare un Politecnico delle arti, ottenere con l’alta formazione il riconoscimento di Università a tutti gli effetti !

Il brio del Swing firmato: Ray Gelato !

L’angolo della cultura a cura di Maria Grazia Leo
Ospite del Festival d’Autunno il sassofonista inglese e la sua Giants Orchestra
Catanzaro Il sorriso radioso in viso, la continua allegria dello spirito, la passione del ballo addosso…è con queste coinvolgenti, semplici e straordinarie doti che si è presentato al numeroso e preparato pubblico dell’Auditorium “Aldo Casalinuovo”, il principe del Swing italo-americano, Ray Gelato. La ghiotta occasione per i raffinati amanti del genere musicale che si richiama agli anni 40 e 50, è stata offerta dal direttore artistico del Festival d’autunno Tonia Santacroce. Giunto al quinto anno il Festival ha puntato la programmazione spaziando tra i suoni più vari e più belli che la musica possa offrire ad un pubblico sempre più colto e con la voglia di divertirsi, rilassarsi e riossigenare lo spirito dopo intense ore lavorative, magari condite dai soliti, classici e universali problemi di famiglia, di salute, di traffico ecc… Si va dalla musica barocca al swing, dal jazz alla musica leggera. Ray Gelato figlio di un italo americano che lavorava presso l’aeronautica inglese, si considera un cantante di strada. Il suo cognome Gelato non è il vero cognome ma quello che ha assunto dietro suggerimento di un suo amico che lo sentì cantare davanti ad un carretto di gelati ed esclamò “da ora in poi ti dovrai chiamare Ray Gelato !” Ciò che lo caratterizza è il suo non stare sopra il pubblico, è l’energia che ha in corpo e che trasmette ai fans, attraverso una musica molto orecchiabile che la gente capisce subito. Divertimento e una grossa fetta d’ironia irradiano i componenti della Giants band, ben collaudata e decisamente affiatata - Danny Marsden alla tromb-Gunther Kuemayr al piano- Alex Rogers al trombone- Mike Janisch al contrabasso- Elliott Henshaw alla batteria-. I solisti presi a riferimento sono gli statunitensi Nat Cole, Frank Sinatra, Tony Bennett senza tralasciare la tradizione della musica popolare americana, mescolando la sonorità italiana classica della musica partenopea ( Renato Carosone, Fred Buscaglione) e aggiungendo piccoli ma intensi tocchi di Jazz in omaggio a Louis Prima. Ricordiamo alcuni brani: Tu vuò fa l’americano, Pizza You, Josephine please no leanon the bell, Just a Gigolo e I ain’ t got nobody, Malafemmina, Mambo Gelato…. Ray Gelato è stato nelle precedenti quattro edizioni estive e in una invernale di Umbria Jazz, esibendosi nella medioevale Piazza IV novembre della suggestiva e accogliente Perugia, dove ha riscosso successi inattesi. …e anche il pubblico del parterre dell’Auditorium di Catanzaro- dall’acustica eccellente- ha riservato all’artista gli applausi e le ovazioni che meritano un’originale esibizione, una musica travolgente unita alla riproposta visiva di una moda retrò, oggi più richiesta e gradita che mai. M.G.L