2008-07-21

Antonino Scopelliti, un giudice solo

Futuro passato
di Mariarosaria Zinzi
Il 9 agosto di diciassette anni fa veniva ucciso a Campo Calabro, a colpi di lupara, Antonino Scopelliti: è così che Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, di comune accordo, avevano deciso di chiudere i conti con l’allora sostituto Procuratore generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Scopelliti proprio quell’estate stava preparando il rigetto dei ricorsi in Cassazione avanzati dalle difese di personaggi del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano, condannati in primo grado da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Scopelliti è stato definito “il giudice solo”. Solo, perché, come ha sottolineato la figlia Rosanna, è stato ucciso due volte, la prima dalla mafia, la seconda dallo Stato che, a distanza di quasi venti anni, non ha emesso alcuna condanna contro i mandanti dell’omicidio. Solo, perché la sua terra si è dimenticata di lui. È difficile che qualcuno ricordi il nome di Scopelliti o lo sappia collocare nel fin troppo lungo elenco delle morti per mafia, eppure il magistrato poteva vantare una carriera splendida e la partecipazione ai più grandi processi della storia italiana tra gli anni ’70 e ’80. Svolgeva il suo dovere con impegno e dedizione, senza cedere alle lusinghe di chi voleva comprare a caro prezzo il suo silenzio. Il magistrato Ferdinando Imposimato ricordò così Scopelliti: " Tenace tutore della legittimità degli ordini e dei mandati di cattura emessi contro i responsabili di gravissimi delitti, Scopelliti si opponeva, nell’ultima e più difficile trincea, alle scarcerazioni facili decise da magistrati pseudogarantisti, ed in definitiva all’annullamento sistematico dei processi celebrati dai giudici di merito". Antonino Scopelliti operava per amore di giustizia, con costanza e tenacia, senza clamore, da buon servitore dello Stato. Accettando di occuparsi del maxiprocesso a Cosa Nostra aveva firmato, e lo sapeva, la sua condanna: non indietreggiò di fronte ad un destino di morte e all’esistenza precaria a cui la sua scelta avrebbe obbligato lui e la sua famiglia, e come lui non lo fecero Falcone, Borsellino, Caponnetto, uomini che il senso del dovere rese martiri. Per lui, alla sua morte, poco più di una settimana di lutti e grandi incontri in Calabria, quindi una imbarazzante rimozione: una regione intera preferì nascondere sotto una pesante coltre di omertà l’ennesima macchia di una realtà quotidianamente minata dal tarlo del malaffare. Facile è gridare, indignarsi e abbandonarsi a reazioni di popolo quando la ferita è ancora fresca e le grandi marce fanno notizia, altra cosa è conservare il ricordo di un atroce delitto, di un colpo affondato nel cuore dello Stato, e fare di quel ricordo lo stimolo per combattere la fitta e intricata rete criminale che condiziona le sorti del nostro paese. Scopelliti continuerà a rimanere “il giudice solo” se il suo ricordo non sarà nutrito, se l’Italia continuerà ad ignorare, volutamente, il cancro della mafia, se farà ancora una volta finta di non vedere, non sentire, non capire, se avrà paura di spiegare ai propri figli che la malavita non è una favola e che non si risolve con un incantesimo. Se il nostro paese continuerà a negare l’evidenza, l’assassinio del magistrato sarà solo un altro trofeo per chi ha fatto dell’illegalità la sua scelta di vita. La mafia esiste, e non si combatte a suon di martiri. Diceva Sciascia: “Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare”.

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