2008-07-21

Che Europa è?

Osservatorio comunitario
di Elena Marisol Brandolini,
Tempi duri, questi, per l'Europa, che non riesce neppure a far passare una timida riforma istituzionale, previamente concordata tra i governi dei suoi Stati. Che, in pochi giorni, tra la direttiva sui rimpatri e quella sull'orario di lavoro a 60-65 ore, sta rischiando di dilapidare un patrimonio culturale costruito in 50 anni di storia, quel modello sociale europeo, divenuto un punto di riferimento ammirato in tutto il mondo. Che sembra aver paura del suo stesso allargamento ed è tentata di farsi ogni volta più piccola. A meno di un anno dalle prossime elezioni del Parlamento Europeo, c'è da chiedersi per quale idea di Europa i cittadini e le cittadine del Vecchio Continente saranno chiamati a pronunciarsi. E’ netto il successo del NO al referendum irlandese sul Trattato di Lisbona. In tutte le circoscrizioni del paese, infatti, contro l'orientamento di tutto l'arco costituzionale, escluso il Sinn Fein, favorevole al SI, il NO si è affermato con circa il 60% dei suffragi. I distretti operai avrebbero contribuito decisamente a questo risultato, mentre il SI è stato preferito dall'elettorato di classe media; perfino nella capitale, Dublino, il voto contrario è prevalente. Non è la prima volta che l'Irlanda volta le spalle all'Europa, era già successo nel 2001, col Trattato di Nizza. Ma questa volta è diverso; questa volta il verdetto irlandese non riguarda più un solo Stato, ma mette in questione il futuro dell'intera Unione Europea. Le ragioni del rifiuto irlandese al nuovo Trattato europeo sarebbero molte, riguardando il quadro politico interno (la sconfitta del referendum sarebbe la sconfitta in primo luogo del Primo Ministro Brian Cowen e del suo partito, già indebolito dall'accusa di corruzione rivolta ad uno degli esponenti più autorevoli del governo, Bertie Ahern), le condizioni economiche del paese (con una crescita del PIL prevista per quest'anno ad un livello inferiore al 3%, dopo aver realizzato trend annui del 5% e, ancora prima, del 7%), il rifiuto ad una politica comune di difesa e del nucleare, la riduzione dell'influenza dell'Irlanda all'interno della UE. Probabilmente il timore di perdere alcuni privilegi che il diritto di veto e la presenza certa di un rappresentante nella Commissione avevano fin qui garantito, ha avuto la meglio sul pronunciamento referendario. Con una partecipazione al voto stimata superiore al 50%, è apparso comunque evidente lo scarso appeal, sulla popolazione irlandese, del progetto europeo che si è voluto rilanciare con il Trattato di Lisbona. Il Trattato di Lisbona, infatti, rappresentava già l'unico compromesso possibile che i Ventisette dell'Unione Europea avevano faticosamente raggiunto lo scorso anno, nel tentativo di sbloccare la crisi della UE, apertasi due anni prima con il rifiuto di Francia e Olanda al progetto costituzionale. Se dunque, come è stato detto, il Trattato di Lisbona rappresentava il piano B della Costituzione europea, è difficile ora immaginare un nuovo piano B che gli subentri. Perciò, al momento, non è chiaro come se ne possa uscire: se lasciare da parte il Trattato di Lisbona e rifarsi esclusivamente a quello di Nizza, dei tempi dell'Europa a quindici; oppure, stabilire un compromesso giuridico - come sembrano auspicare i francesi che, in prossimità d'assumere la presidenza dell'Unione Europea, si vedono rovinata la festa - tra Irlanda e gli altri 26 paesi; o, ancora, aspettare che l'Irlanda torni a ripetere la votazione tra qualche tempo. In ogni modo, lo smacco è grande per il futuro del progetto europeo. Sono già 18 gli Stati che avevano approvato il Trattato; altri, tra cui l'Italia, ne stavano avviando il processo di ratificazione. L'ipotesi originaria ne prevedeva la conclusione a ridosso delle elezioni europee del 2009. Ma certo, il risultato del referendum irlandese dà spazio agli euro-scettici della prima ora: in Italia, la Lega già esulta per l'esito ed è pronta a rilanciare contro l'Europa, anche se la Costituzione non consente referendum abrogativi di trattati internazionali; in Gran Bretagna, sarà invece la giustizia a dire se Gordon Brown sia tenuto o meno ad indire un referendum popolare sulla materia. Per l'Unione europea, le ratifiche del Trattato di Lisbona devono proseguire, ma intanto dai mercati arriva un primo verdetto, con un valore dell'euro sul dollaro che, con 1,5307, rappresenta il minimo mensile.

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