2008-07-21

La contrattazione secondo il giuslavorista Ichino

Intervista
di Emma Berti
La detassazione degli straordinari annunciata da Berlusconi non piace al Pd. Il professore Pietro Ichino la considera una discriminazione indiretta nei confronti delle donne, e avanza proposte diverse Lei si è detto contrario alla detassazione degli straordinari annunciata dal nuovo governo, poiché favorirebbe il lavoro maschile penalizzando quello femminile. Non potrebbe avere lo stesso risultato la contrattazione aziendale legata alla produttività? I dati statistici sono molto precisi: gli straordinari per la stragrande maggioranza sono fatti dagli uomini, per questo potrebbe configurarsi una discriminazione indiretta. Al di là del profilo strettamente giuridico, c'è l'esigenza macro economica di incentivare il lavoro femminile per alzare il tasso di occupazione delle donne, che in Italia è molto basso. I dati di cui disponiamo ci dicono che domanda e offerta del lavoro femminile sono più elastiche rispetto a quelle del lavoro maschile. Quindi una detassazione del lavoro delle donne darebbe una risposta molto maggiore in termini di aumento dell'occupazione, e costerebbe molto meno allo stato. Per quanto riguarda i premi di produttività, questi in genere hanno carattere collettivo, sono diretti a tutto il personale senza differenze di genere. Quindi è difficile si verifichi una situazione di disparità, anche perchè non si può dire che la produttività sia una prerogativa del lavoro maschile. Sicuro è che si dovranno individuare dei limiti di produttività adeguatamente calibrati. Il contratto nazionale fissa delle regole uguali per tutti, uomini e donne, è un elemento che garantisce la parità salariale tra i sessi. Pensa che la contrattazione aziendale lo possa in qualche misura sorpassare da questo punto di vista? La parità tra i generi deve essere difesa a tutti i livelli, nazionale, aziendale o della contrattazione decentrata. Non credo che il decentramento della contrattazione collettiva possa avere un impatto differenziato sul piano del genere e della parità di trattamento tra uomini e donne, mi sembra che il decentramento per questo aspetto sia neutrale. Anzi, per certi aspetti, la contrattazione aziendale può aggredire delle disparità difficili da affrontare a livello nazionale, ad esempio favorendo l'attivazione di servizi che possano consentire una maggiore libertà di scelta nel lavorare per le donne, favorendo forme di flessibilità dell'orario per la lavoratrice. Lei propone di dare un peso maggiore alla contrattazione aziendale... Senza nulla togliere all'importanza di quella nazionale, penso si debba dare alla contrattazione aziendale lo spazio necessario. Ad esempio per negoziare un piano industriale innovativo, o per introdurre forme di organizzazione del lavoro diverse, dal punto di vista retributivo, da quella premiata dal contratto nazionale. Oggi nel sistema italiano questa possibilità è molto ridotta per via della forte centralizzazione della disciplina, per cui il 95% della materia è regolata, inderogabilmente, a livello nazionale. Il problema della contrattazione aziendale è che occorre un sindacato capace di attivarla, un sindacato presente e radicato nel luogo di lavoro, cose non riscontrabili sempre e ovunque. Per questo non possiamo abolire o depotenziare il contratto nazionale: lasceremmo scoperte tante situazioni aziendali in cui il sindacato non è presente o non riesce a negoziare. Quali sono, secondo lei, gli effetti negativi di questa centralizzazione? Il contratto nazionale determina la quasi totalità delle retribuzioni, stabilendo un salario che deve andare bene per le tutte le zone del tessuto produttivo. Questo risultato è doppiamente insoddisfacente: insoddisfacente per le zone deboli, che in questo modo vedono implementata l'economia irregolare (pensiamo a quello che accade nelle periferie metropolitane della Campania, o in Calabria, dove il 50% dell'economia è irregolare), e insoddisfacente per le zone più forti, dove gli standard nazionali spesso sono del tutto insufficienti. Inoltre, nella determinazione delle retribuzioni, occorrerebbe tenere conto del costo della vita, che è diverso nelle città del nord e in quelle del sud. Con questo non intendo dire che non debba esserci un contratto collettivo nazionale che fissi uno standard, ma che dovrebbe essere lasciato maggiore spazio a un'iniziativa del sindacato a livello regionale e aziendale per la determinazione di una parte rilevante della retribuzione. Un decentramento della contrattazione può portare ad un miglioramento della situazione sia nelle zone deboli che in quelle forti. Nelle prime può facilitare gli investimenti, attirare nuove imprese, favorire una politica di sviluppo. In quelle forti può consentire l'apertura degli spazi di innovazione oggi difficilmente accessibili. La centralizzazione, la rigidità del modello, è un disincentivo, un ostacolo all'investimento da parte degli investitrori stranieri, e indebolisce il sistema economico nazionale. Quali misure si potrebbero intraprendere per migliorare il sistema? Ad esempio, dal punto di vista retributivo, si potrebbe prevedere un assegno perequativo che copra una porzione maggiore, il 25-30%, dello standard nazionale, senza toccare uno zoccolo inderogabile di quest'ultimo. La contrattazione aziendale potrebbe così gestire l'intero segmento dell'assegno perequativo e, trasformandolo in premio legato alla produttività, alla redittività, a risultati variamente determinati e controllati, potrebbe consentire ai lavoratori di scommettere su un piano aziendale innovativo e portare a casa risultati migliori. Negoziare una struttura diversa della retribuzione può fare la differenza sia per i lavoratori che per gli investitori, soprattutto per quelli stranieri. Questi, come avviene negli altri paesi, dovrebbero poter avere maggiore peso nel meccanismo di negoziazione, ad esempio ponendo delle condizioni che abbassino il minimo garantito e leghino il maggiore livello di retribuzione al raggiungimento di determinati obiettivi da concordare. È indifferente che i benefici diretti ai lavoratori vengano unilateralmente dall'impresa o siano frutto di un negoziato con i sindacati? No, è ben diverso che un premio aziendale o un qualsiasi elemento della disciplina del rapporto sia negoziato con il sindacato oppure unilateralmente con un regolamento aziendale scritto solo dall'imprenditore. Però sarebbe sbagliato sostenere che la detassazione può operare soltanto in presenza di una contrattazione aziendale. Significherebbe attribuire al sindacato una funzione di "rubinetto", che determina in quali casi, a quali condizioni i lavoratori possono beneficiare di uno sgravio fiscale. Non è questo il compito del sindacato, e non mi sembra giusto che gli venga attribuito. Credo che la detassazione dei premi abbia comunque un effetto positivo di incentivazione della contrattazione aziendale, perché forme di retribuzione variabili a seconda del risultato non possono essere negoziate a livello nazionale. Le è stato proposto di entrare nella squadra di governo, ha risposto "no grazie". Cambierebbe idea se Berlusconi facesse proprio il "modello Sarkozy" di chiamare al proprio fianco presonalità del centro sinistra con rilevanti competenze tecniche? Non credo che questo sia possibile, la filosofia che ispira il programma del Partito democratico è profondamente diversa da quella del Popolo della libertà. Lo si vede da questo primo provvedimento proposto da Berlusconi: nel nostro programma il primo punto è portare dentro il tessuto produttivo le donne italiane che non sono occupate, passaggio che consideriamo fondamentale per rimettere in moto l'economia del notro Paese e per aumentar la capacità di crescita del sistema. La misura proposta dal nuovo governo va nella direzione opposta. Abbiamo punti di vista divergenti anche sull'apertura agli investimenti stranieri: tutto il programma del Pdl è all'insegna del protezionismo, dell'italianità delle imprese, lo abbiamo visto nella politica che Berlusconi ha seguito fin qui, e ora sta cambiando, per la questione Alitalia. Insomma, idee troppo diverse perché si possa configurare una collaborazione. Questo non toglie che su singole questioni e materie, se ci sarà una convergenza seria di vedute e prospettive d'azione, non ci possa essere una collaborazione: in quel caso non mi tirerei indietro, né lo farebbe il Pd. Per il progresso del Paese è bene che su ipotesi su cui si va d'accordo ci sia una posizione bipartisan.

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