2008-07-21

L'energia costa troppo e si torna a parlare di nucleare

Pentagramma
di Fabio Celi
Dall'inizio dell'anno le quotazioni del petrolio hanno registrato aumenti consistenti e le previsioni da qui a fine anno non lasciano ampi spazi di manovra. Le pazzie del petrolio hanno fatto volare la bolletta elettrica dell'8% (tasse escluse), pari a 35/40 euro in più l'anno per la famiglia media. L'energia costa troppo, si cercano strade per assottigliare il prezzo del chilowattora, e c'è chi sostiene ancora i vantaggi economici del carbone e addirittura chi immagina anche il ricorso al nucleare. Grazie anche alla presenza comunque di centrali nucleari a pochi chilometri dal confine italiano (Francia e Slovenia) e il continuo sviluppo tecnologico in merito. Ma è necessario guardare un po’ indietro per comprendere meglio la situazione. L'Italia negli anni sessanta acquisì le competenze necessarie per la costruzione di reattori senza alcun sostegno dall'estero. Nel 1964, avevamo ben tre centrali nucleari, con tre tecnologie diverse, le stesse che poi si sono affermate in tutto il mondo come le migliori: la centrale ad acqua in pressione di Trino Vercellese (1965–1987), quella ad acqua bollente del Garigliano (1964–1978), e quella a gas/grafite di Latina (in servizio dal 1963 al 1986). In quel momento, a metà anni '60, l'Italia é il quarto Paese al mondo, dopo USA, URSS e Gran Bretagna, a disporre non solo di centrali funzionanti, ma di competenze e tecnologie in grado di consentire la progettazione e la costruzione in modo autonomo di centrali e di aprire quindi prospettive in un mercato mondiale in rapida espansione. Ma proprio alla metà degli anni '60 cambia profondamente lo scenario politico italiano: la produzione di energia elettrica viene "nazionalizzata" con la creazione dell'ENEL. L'unificazione della rete elettrica nazionale è il passo necessario che preclude alla modernizzazione del sistema energetico e, negli auspici, allo svincolo nei confronti della dipendenza dall'estero. Nel frattempo con l’apertura delle tre centrali l’italia diminuì le importazioni di petrolio. Di colpo, il nucleare si ferma per anni, e con le decisioni dei governi Moro e Fanfani l'Italia viene sommersa in poco tempo da raffinerie che esportano all'estero i derivati del petrolio prodotti, lasciando sul territorio nazionale solo i problemi di impatto ambientale e di inquinamento. In questo periodo l'Italia si distingue per l'abbandono progressivo della ricerca in tutti i settori alternativi, dal nucleare all'energia solare. Nel 1987 il referendum popolare determina la fine della tecnologia nucleare in Italia. Si decise a furor di popolo, sicuramente influenzati anche dal disastro avvenuto a Chernobyl l’anno precedente, di escludere il nucleare come possibile fonte di energia per il paese. Con il referendum abrogativo fu "di fatto" sancito l'abbandono da parte dell' Italia del nucleare come forma di produzione energetica ed infatti le quattro centrali nucleari in Italia furono chiuse. Oggi nel settore del nucleare lavorano meno di un centinaio di persone, impegnate nella costruzione di centrali nucleari all'estero per conto dell'Enel. La chiusura delle centrali ha però determinato un nuovo tipo di problemi: ancora oggi i rifiuti radioattivi sono custoditi non in condizione di massima sicurezza e in più località (generalmente nei pressi delle vecchie centrali nucleari). Inoltre resta ancora da effettuare il totale smantellamento, la rimozione e la decontaminazione (operazioni di "decommissioning") degli impianti nucleari in Italia. Sia delle centrali ex-Enel: Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano (Caserta), sia degli impianti di ricerca sul ciclo del combustibile ex-Enea: EUREX di Saluggia (Vercelli), FN-Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo (Alessandria), OPEC in Casaccia (Roma), Plutonio in Casaccia (Roma), ITREC in Trisaia - Rotondella (Matera). In giugno il governo ha annunciato che farà il primo passo in Consiglio dei ministri, con un pacchetto energia con, tra l'altro, incentivi per i cittadini e i territori che accettino la presenza di impianti di produzione. I luoghi del nucleare in questi anni sono cambiati, ma nell’Italia dell’era Berlusconi non è detto che non possano tornare alla moda i vecchi progetti se pur rinnovati. Questi venti anni che sono passati dal referendum ci confermano dunque che per gli italiani i tempi sono maturi per una scelta "responsabile" sul nucleare. Il primo impegno del governo, dunque, è il rilancio del nucleare di IV generazione entro il 2013. Quattro anni per quattro centrali di terza generazione evoluta che potrebbero entrare in funzione già intorno al 2016 per fornire almeno il 10% dell'elettricità necessaria. Ma il problema reale è la gestione delle scorie, il decommissing e il ciclo del combustibile tutto, che noi in Italia non siamo in grado di gestire. Tutti costi che non vengono seriamente considerati e valutati. E poi che tipo di nucleare si vuole quello di quarta generazione ? Un reattore di IV generazione è tale se soddisfa alcuni punti fondamentali. Nessuna emissione inquinante in atmosfera, e vita media a lungo termine (20 anni di funzionamento ininterrotto) con elevata efficienza di consumo del combustibile, e soprattutto si devono ridurre al minimo le scorie nucleari radioattive. Deve essere eliminata la necessità di prevedere un piano di emergenza in caso di incidente e quindi una effettiva sicurezza nucleare. Ciò riguarda sia la sede del reattore, sia il trasporto del materiale nucleare, il suo uso e immagazzinamento. Altro vincolo è che non venga dato luogo alla proliferazione nucleare di uso militare. Essere economicamente vantaggioso rispetto alle altre fonti di energia elettrica. In conclusione il processo è tutto da riavviare, ma senza chiacchiere e convegni perditempo, bensì con gruppi di ricerca e sviluppo composti da veri esperti e sostenuti da una politica europea di ricerca e sviluppo. E’ indispensabile dunque partecipare ai grandi progetti internazionali per i reattori di IV generazione.

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