2008-10-04
Agosto 1968: invasione di Praga
Sottofondo
di Mariarosaria Zinzi
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 le truppe del Patto di Varsavia invadevano Praga con un contingente stimato fra i 200.000 e i 600.000 soldati e fra 5.000 e 7.000 veicoli corazzati. L’Unione Sovietica aveva scelto la soluzione militare per porre fine al tentativo di liberalizzazione economica e culturale promosso da Alexander Dubček e conosciuto come “Primavera di Praga”.
La risposta alle difficoltà economiche e alle esigenze di rinnovamento della Cecoslovacchia era stato un “socialismo dal volto umano”, un nuovo corso che rappresentava la naturale conclusione delle agitazioni degli intellettuali e degli studenti contro il tradizionalismo del leader stalinista Novotný.
“Martedì 20 Agosto era un tipico giorno estivo, caldo, con un sole velato. Praga era piena di turisti, intere famiglie passeggiavano o sedevano nei parchi. La città, anzi l'intero paese era tranquillo... “era inconcepibile pensare che nel giro di poche ore i carri armati sovietici ci avrebbero assalito”: con questa parole Dubček descrisse l’arrivo improvviso delle truppe per bloccare sul nascere ogni tentativo riformistico. L’Unione Sovietica aveva deciso di agire militarmente, benché i comunisti cecoslovacchi avessero più volte sostenuto la loro intenzione di restare fedeli ed obbedienti al governo centrale. “Possiamo garantire ogni sostegno al nostro governo, eventualmente anche con le armi, se esso realizzerà il mandato che gli affideremo; e assicureremo i nostri alleati che terremo fede ai trattati di alleanza, amicizia e commercio”: così aveva scritto lo scrittore Ludvík Vaculík nel Manifesto delle duemila parole, documento programmatico firmato da un gruppo di intellettuali praghesi.
Una scelta politica così spiccatamente controcorrente e non del tutto fedele alla linea, quale quella di Dubček, non poteva non destare il sospetto dell’ex URSS, e, soprattutto, il timore che il germe della disobbedienza potesse diffondersi al resto dei paesi sotto l’egida sovietica. La marcia dei carri armati su Praga fu il simbolo della violenta repressione sovietica del nascente movimento di liberalizzazione nato nel seno del fervore culturale che stava agitando l’intera Europa, e che sarebbe rimasto famoso come “il Sessantotto”.
L’ingresso delle truppe nella città, di notte e in coincidenza con la celebrazione del congresso del Partito Comunista Cecoslovacco che avrebbe dovuto sancire il nuovo corso, rappresentò la morte di un ideale politico che, per rispondere alle difficoltà del paese, aveva provato a superare il diktat stalinista e a riformulare la teoria comunista nei termini di riforme economiche in senso capitalistico e apertura ad un governo di tipo democratico. Innovazioni che venivano a scontrarsi con il principio di “sovranità limitata” degli stati nell’orbita sovietica, elaborato in seguito alla destituzione di Chruščëv e alla salita al potere di Brežnev.
L’invasione sovietica della Cecoslovacchia spezzò l’unità del polo comunista: fu condannata dalla Cina, che la etichettò come un atto di “socialimperialismo”, dalla Romania e dalla Iugoslavia, che se ne dissociarono, e dai partiti comunisti francese e italiano, che parlarono di grave errore. La rinascita di una strategia imperialistica e anticapitalista nell’URSS sarebbe stata una delle cause principali della definitiva rovina del sistema bipolare che opponeva il potere statunitense a quello sovietico, e che sarebbe culminato nel giro di quasi vent’anni con l’abbattimento del Muro di Berlino.
L’occupazione armata di Praga rappresentò l’ennesimo colpo sferrato da un regime totalitario, incapace di rinnovarsi e terrorizzato da tutto quello che, discostandosi dall’ortodossia, poteva rappresentare una mina per il potere costituito. Il suicidio di lì a pochi mesi di Jan Palach, un giovane studente di filosofia che si diede fuoco davanti alla statua di San Venceslao, divenne il simbolo della protesta contro la “normalizzazione” politica in Cecoslovacchia e contro un potere che sapeva rispondere alla crisi solo tramite la repressione e l’azione militare, incapace di capire le pecche della sua costituzione.
A quarant’anni dall’invasione di Praga sono pochi a conservarne memoria. Al di là di ogni vizio ideologico, al di là del proprio credo politico, al di là di facili strumentalizzazioni, la marcia in città, nella notte, delle truppe del Patto di Varsavia incarna bene una delle caratteristiche più aberranti dei totalitarismi: la necessità di sacrificare il cittadino al bene dello Stato, che non può prescindere dalla sua stabilità politica. Con l’ingresso delle truppe nella città terminava sul nascere una stagione di riforme che non voleva rovesciare il regime, ma umanizzarlo, e il cui frutto era stato il solo progetto politico che fosse riuscito a conciliare le esigenze progressiste di un paese in rovina con la linea dettata dal governo sovietico.
La rivoluzione intellettuale di Praga incarnava per la sinistra dei Paesi democratici il sogno che fosse possibile un regime politico-economico capace di eliminare le ingiustizie del capitalismo mantenendo inalterata la libertà degli esseri umani. L’intervento sovietico spezzò ogni speranza in nome della stabilità della coalizione.
Ricordare quanto accadde quella notte significa tenere viva la memoria storica dell’intera Europa, e rafforzare il senso critico di un tempo che troppo spesso tende a rimuovere le vecchie ferite e a dimenticare cosa volesse dire soffrire sulla propria pelle le costrizioni di un regime totalitario, qualunque veste esso indossasse. Ma conoscere gli eventi permette anche di non lasciarsi abbindolare da critiche faziose, o peggio ancora qualunquiste. È dallo stesso comunismo che aveva dato vita al regime sovietico che era nato l’illuminato progetto di Dubček, e pare poco accorto, perciò, accusare incondizionatamente la sinistra di aver incarnato l’antiliberalismo.
Un regime totalitario è e rimane tale, al di fuori di ogni connotazione partitica. Fu un regime totalitario a spegnere nel sangue la scintilla riformistica cecoslovacca. Una lapide che commemora Jan Palach è stata posta in Piazza Venceslao, perché anche chi non ha vissuto quegli anni ricordi l’ennesima notte in cui la ragione e la democrazia furono immolate sull’altare della ragion di stato.
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