2008-10-04
Al progetto Gutenberg torna d’attualità il caso Moro
L’Angolo della cultura
di Domenico Iozzo
Il caso Moro è tornato d’attualità in occasione dell’ultima edizione del progetto Gutenberg, promossa dal Liceo Classico “Galluppi”, che ha offerto l’abituale incetta di giornate culturali trascorse in “Viaggio con Erodoto”. Nel nutrito cartellone di dibattiti ha trovato spazio anche l’interessante relazione tenuta dal giovane docente Istvàn Naccarella proveniente dall’Università di Pècs. Al centro dell’incontro con gli studenti non solo il racconto dei 55 giorni di prigionia dello storico presidente della Dc ma anche una breve cronaca dei processi politici che caratterizzarono la vita del nostro Paese a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 e determinarono l’assetto dei futuri equilibri di governo. I ragazzi seduti al tavolo dei relatori, aprendo la discussione con alcuni spezzoni delle lettere di prigionia e dei comunicati scritti dalle Brigate Rosse, hanno riposto da subito l’attenzione sul terribile travaglio vissuto da Moro a contatto con i terroristi. “Da quei fatti derivò una serie incontrollata di dietrologie e un’ampia bibliografia, spesso concepita da chi aveva partecipato emotivamente all’evento, che in tutti questi anni ha deviato l’attenzione dello studente verso una serie di interpretazioni spesso risolte in semplici supposizioni”, ha commentato il prof. Naccarella. Il dubbio più grosso riguardò la veridicità delle famose lettere. In realtà risultò che Moro non fosse per niente condizionato nella scrittura: erano le istituzioni che avevano creato il pretesto di un filtro da parte dei persecutori arrivando persino a credere che Moro fosse impazzito o sotto l’effetto di droghe. L’accusa più grave che gli venne rivolta fu quella di essere stato un vigliacco perché intento a salvare la propria pelle a discapito dell’interesse di Stato, qui addotto come motivo di giustificazione del muro di fermezza che i rappresentanti del potere avevano innalzato contro le Br nel comune interesse di non dare credito politico ai terroristi. La situazione cadde ben presto in una inarrestabile personalizzazione dello scontro il cui esito finale fu accolto con esultanza da alcuni ambienti interni alla Chiesa perché il personaggio Moro “non dava fastidio solo alla classe operaia” – continua Naccarella – “ma anche alle istituzioni che temevano il progetto della grande apertura a sinistra da lui concepito in quegli anni”. Il Governo italiano si era retto per tanto tempo sulla frammentarietà di alleanze formate solo per calcoli opportunistici che avevano consentito alla Dc di tenere a lungo le redini del potere. Secondo Moro - che nutriva in sé una profonda coscienza democratica e una preoccupazione incessante verso le reminiscenze della destra estrema dopo la faticosa ricostruzione del Paese - il risveglio politico sarebbe dovuto passare inevitabilmente dal riconoscimento e dallo sdoganamento delle forze comuniste e socialiste che avevano fatto parte dell’arco costituzionale e che godevano di una grossa fetta di consensi. Convinto della necessità di rivalutare il ruolo della sinistra storica, il presidente si batté contro il mito della Resistenza inteso sotto forma di bandiera ideologica propria dei comunisti e si impegnò a riabilitare la funzione dei piccoli gruppi di pensiero che agivano ai margini della aule parlamentari. L’esasperazione del conflitto sociale avrebbe infatti portato alla crescita della sfiducia di massa e al diffondersi dell’anti-istituzionalismo, poi confluito nelle correnti della politica “fai da te” di ispirazione terroristica. Il riconoscimento della sinistra sarebbe stato il primo passo verso una transitoria compartecipazione alla vita politica e la definitiva alternanza al governo tra due grandi poli dialettici che avrebbe dato maggiore stabilità ai processi decisionali del nostro Paese. Un progetto che incontrò da subito le resistenze delle forze oscure e conservatrici interne anche alla Dc che, preoccupate dal dilagante riformismo, minacciarono un “colpo di stato” che in effetti condizionò la politica del secondo governo Moro. L’eliminazione fisica di un personaggio ritenuto scomodo era ormai inevitabile, conseguenza paradossale determinata dalla rigidità dei comunisti, gli stessi che avevano promosso la stagione del “compromesso storico” e ora sembravano intenti solo ad evitare ogni forma di congiuntura ideologica con le Br. Il resto è storia. Con il binomio nato insieme a Pietro Nenni, il cinque volte Presidente del Consiglio aveva per la prima volta aperto la strada della gestione del potere a partiti che erano rimasti sempre esclusi dalla partecipazione politica. Anche se le sorti del nostro Paese, più che mai dalla sua morte, cominciarono a dipendere sempre più dalle pressioni di lobby e gruppi esterni al Parlamento. Una tragedia che si sarebbe potuta evitare se una stretta cerchia di miopi avesse voluto vedere in Moro, e non nei terroristi, il suo necessario interlocutore.
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