2008-10-04

Ernesto “Che” Guevara, uomo del nostro tempo

Storia e società di Fabio Celi
Ernesto Rafael Guevara De la Serna nasce il 14 giugno 1928 a Rosario de la Fe in Argentina.
Figlio della piccola borghesia agiata, Ernesto «Che» Guevara de la Serna era riconosciuto da tutti “Che” per la sua abitudine di pronunciare questa breve parola in mezzo ad ogni suo discorso, una specie di cioè.
Il padre Ernesto è ingegnere civile, la madre Celia una donna colta, grande lettrice, appassionata soprattutto di autori francesi. Sofferente di asma fin da bambino, nel 1932 la famiglia Guevara si trasferisce vicino a Cordoba per consiglio del medico che prescrive per il piccolo Che un clima più secco. Ma in seguito, fattosi più grandicello, la malattia non gli impedirà di praticare molto sport. Studia con l’aiuto della madre, che avrà un ruolo determinante nella sua formazione umana e politica. Nel 1936-1939 segue con passione le vicende della guerra civile spagnola, per la quale i genitori si sono impegnati attivamente. A partire dal 1944 le condizioni economiche della famiglia peggiorano, ed Ernesto comincia a lavorare più o meno saltuariamente. Legge moltissimo, senza impegnarsi troppo nello studio scolastico, che lo interessa solo in parte. Si iscrive alla facoltà di Medicina e approfondisce le sue conoscenze lavorando gratuitamente all’istituto di ricerche sulle allergie, a Buenos Aires, dove la famiglia si è trasferita nel 1945. Con l’amico Alberto Granados, nel 1951, parte per il suo primo viaggio in America Latina. Visitano il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela. A questo punto i due si lasciano, ma Ernesto promette ad Alberto, che lavora in un lebbrosario, di rincontrarsi appena finiti gli studi. Ernesto Guevara nel 1953 si laurea, riparte per mantenere la promessa fatta a Granados. Come mezzo di trasporto usa il treno sul quale a La Paz incontra Ricardo Rojo, un esule Argentino, insieme al quale comincia a studiare il processo rivoluzionario che è in corso nel paese. Decide per questo di rimandare la sua carriera medica. L’anno successivo il Che giunge a Città di Guatemala dopo un viaggio avventuroso, con tappe a Guajaquil (Ecuador), Panama e San Josè de Costa Rica. Frequenta l’ambiente dei rivoluzionari che sono affluiti in Guatemala da tutta l’America Latina. Conosce una giovane peruviana , Hilda Gadea, che diventerà sua moglie. Il 9 luglio del 1955, nella casa della cubana Maria Antonia Sanchez, Ernesto Che Guevara incontra una figura decisiva per il suo futuro, Fidel Castro. Fra i due scatta subito una forte intesa politica e umana, tanto che si parla di un loro colloquio durato tutta la notte senza alcun dissenso. Oggetto della discussione sarebbe stata l’analisi del continente sudamericano sfruttato dal nemico yankee. All’alba, Fidel propone ad Ernesto di prendere parte alla spedizione per liberare Cuba dal «tiranno» Fulgencio Batista. Ormai esuli politici, parteciparono entrambi allo sbarco a Cuba nel novembre 1956. Fiero guerriero dall’animo indomito, il Che si rivela abile stratega e combattente impeccabile. A fianco di una personalità forte come quella di Castro ne assume le direttive teoriche più importanti, assumendo l’incarico della ricostruzione economica di Cuba in qualità di direttore del Banco Nacional e di ministro dell’Industria (1959). Non completamente soddisfatto dei risultati della rivoluzione cubana, però, avverso ad una burocrazia che si andava sclerotizzando malgrado le riforme rivoluzionarie, irrequieto per natura, abbandona Cuba e si avvicina al mondo afro-asiatico, recandosi nel 1964 ad Algeri, in altri paesi africani, in Asia e a Pechino. Cavaliere errante e senza pace del diritto al riscatto dei più umili, dopo aver vinto nell’amata Cuba e aver tentato di vincere nell’Africa martoriata, depredata ed umiliata dal colonialismo, decise di andare incontro alla morte tra le alture boliviane. Nel marzo del 1965 e proprio nelle Ande boliviane aveva scelto di andare a tentare la sua ennesima rivoluzione. Lasciò tutto quello che aveva per dedicarsi a tutto quello per cui viveva e si unì alle guerriglie in Africa e in America latina. Fidel, che scelse di aiutarlo per rispettare il patto tra loro, che prevedeva la possibilità di proseguire altrove la sua impresa, una volta che l’isola fosse stata liberata dalla tirannia di Batista, lo lasciò andare via fornendolo di tutto ciò che chiedeva e consentendogli di scegliersi i compagni d’avventura. Nessuno aveva notizie di lui. Dove e con chi si trovasse era un mistero. Nell’ottobre del 1967 venne ferito e catturato in Bolivia. La CIA lo seguiva già da qualche anno. Il “Che” era stato tradito dai comunisti boliviani, da qualche intellettuale improvvisato e da gruppi di contadini reazionari. La CIA lo perseguitava e diresse le truppe boliviane alla ricerca di un uomo che, già da vivo, diventava un simbolo. Dalla tribuna delle Nazioni Unite aveva puntato il dito accusatore della Cuba liberata contro l’impero, che schiacciava sotto il tallone di dollari e repressione le speranze dell’indipendenza latinoamericana come di quella africana. Lo uccisero il 9 ottobre del 1967 i militari boliviani in circostanze non ancora chiare. Lo catturarono in combattimento, poi lo assassinarono. Non persero tempo nemmeno ad interrogarlo o a curarlo. Si guardarono bene dal portarlo nella capitale per giudicarlo: sarebbe stato un boomerang, come si era rivelato il processo a Fidel Castro dopo il fallito assalto alla caserma del Moncada. Un processo al “Che” avrebbe ottenuto il risultato di veder crescere il consenso alla sua causa, sarebbe stato l’atto di accusa definitivo contro l’impero e sarebbe riecheggiato in ogni luogo abitato dagli umili. Che Guevara ha perduto moltissime battaglie nella sua vita. Ne ha anche vinte alcune importantissime, di sicuro, come la rivoluzione cubana. Però non si è mai dichiarato soddisfatto, né delle sconfitte né delle vittorie. Che Guevara passa alla storia come uomo d'azione, e invece è stato un grande per le sue capacità di pensiero, di giudizio, di scelta, per le sue straordinarie doti di critico e i suoi dubbi, i suoi ripensamenti. Ma la vittoria dei rivoluzionari di Fidel Castro, il 2 gennaio del 1959, è stata la vera sorpresa. Gli Usa dominano da sempre la storia in America Latina e ogni governo progressista, da quelle parti, ha subìto feroci golpe militari. L’URSS non era ancora neanche lontana alleata di Cuba e l’economia dell’isola dipendeva quasi totalmente dalle multinazionali nordamericane. Eppure Cuba ha resistito, e il Che, uno dei capi militari più abili, ha subito assunto grandi responsabilità istituzionali e politiche. Ha compreso che solo l’unità con altri paesi del terzo mondo poteva dare a Cuba la forza di sopravvivere, e che l’alleanza con l’URSS non doveva diventare una meccanica trasposizione all’Avana della burocrazia, dell’inefficienza e dell’individualismo là presenti. La morte di Guevara rappresentò molte cose per i giovani di allora. Non sapevano di essere alla vigilia di un sessantotto che sarebbe stato devastante. La morte del Che fu come un pugno nello stomaco, un avvertimento, una specie di premonizione di quanto sarebbero state dure e profonde le lotte sociali nelle quali la gioventù di quel periodo si avventurava. Però fu anche un grande stimolo, Che Guevara diventò subito il simbolo della capacità di sacrifico, della superiorità delle idee e della passione politica su tutto il resto delle cose esistenti. Il suo nome e il suo volto sono stati richiamati infinite volte: nelle lotte studentesche e operaie, nelle manifestazioni pacifiste, nelle rivolte di molti popoli oppressi (Guatemala, Nicaragua, Chiapas), in tante occasioni di antagonismo sociale e politico. Come è possibile che quarant'anni dopo la sua morte, Guevara sia un simbolo ancora così forte per le generazioni giovani e sia un esempio positivo per chi crede nella pace, nella nonviolenza, proprio lui che aveva il mitra e la pistola, e che diceva di volere creare "1000 Vietnam", cioè di voler portare la guerriglia in tutto il mondo? Tutto questo non è legato solo alla semplice suggestione della sua immagine. Parlare del Che vuol sempre dire parlare di liberazione, di politica come impegno morale, di solidarietà militante. La morte del “Che” diede il via ad ogni ribellione, in ogni luogo del mondo. A quarant’anni dalla sua morte l'uomo, prima ancora che le sue gesta, é parte dell'immaginario collettivo che lo ha registrato come immortale. E’ inutile, oggi, dissertare sui suoi errori e sulle sue intuizioni. E’ stato soprattutto un politico capace di vedere l’orizzonte mondiale di ogni problema, un teorico attento, in grado di immaginare un futuro concreto per gli oppressi. Nell’odierno bisogno di una politica diversa, Guevara è una figura da riscoprire a fondo. Dedicarsi all'analisi del mito risulta molto più corposo e interessante che rinverdire il mito dell'analisi. La straordinarietà dell’uomo consisteva nel fatto che, a differenza di quanto è consuetudine in politica, Ernesto Guevara diceva ciò che pensava e faceva ciò che diceva. Fu soprattutto per questo se il suo volto, immortalato per caso durante una manifestazione a Cuba, divenne il volto della ribellione. Le migliaia di poster e magliette, di gadget e di foto con il suo volto avvincente, suggestivo e severo allo stesso tempo, lo sguardo dritto ed onesto, hanno circolato e circolano tuttora in ogni dove del pianeta, perché la voglia di riscatto e il desiderio di giustizia, hanno lo stesso volto e lo stesso sguardo ovunque. Cercano lontano il sogno di un futuro prossimo migliore tenendo i piedi puntati a terra. Indifferenti alla malattia dell’opportuno e del conveniente, sognano di vivere una vita diversa. E che, mentre sognano,vivono.

0 commenti: