2008-10-28

INCIDENTI SUL LAVORO E SICUREZZA

Senza filtro
di Antonio Liotta
Ne ha parlato Ezio Mauro in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo
2 ottobre 2008: a Barberino del Mugello (Firenze), tre operai (tra cui due calabresi: Giovanni Mesiti, 49 anni, di Locri, e Rosario Caruso, 26 anni, di Sinopoli) muoiono precipitando da una piattaforma posta all’altezza di 40 metri, in un cantiere della variante di Valico sull’A1. Intanto a Genova muore un addetto caduto tragicamente nel pozzo per l’estrazione di biogas nella discarica comunale. A Sesto Fiorentino, un operaio perde la vita mentre sta lavorando su un carrello per la manutenzione della linea aerea ferroviaria, mentre un altro muore a Torgiano, nella zona industriale di Perugia, travolto da un carro-ponte utilizzato per spostare carichi pesanti. Il giorno seguente: un uomo precipita da circa otto metri in un cantiere a Istrago (Pordenone) e, sempre nella provincia di Pordenone, un camionista rimane fatalmente schiacciato tra un camioncino e un muretto. A Roma, nel quartiere Cinecittà Est, un giovane operaio muore in un cantiere edile, mentre a Carlazzo (Como) un piccolo imprenditore edile viene schiacciato da una gru in movimento. Nel Chietino, un operaio viene travolto da un trattore e finisce in una scarpata profonda otto metri mentre a Maglie, nel leccese, un altro perde la vita precipitando in un condotto di estrazione dei fumi in un oleificio. Un vero e proprio bollettino di guerra, 12 morti sul lavoro in appena 48 ore: il destino sembra essersi accanito contro operai, manovali, muratori, camionisti, addetti vari sparsi nella penisola. Purtroppo, però, dietro questi tragici incidenti non c’è solo la fatalità, c’è anche la desolante realtà di un paese in cui le norme sulla sicurezza sono troppo spesso un optional mal digerito e la dignità e i diritti di chi lavora vengono facilmente messi in subordine rispetto al profitto, alla produttività, alle esigenze di competitività delle aziende. Non è un caso che l’Italia – secondo i dati diffusi dal Censis lo scorso agosto - sia di gran lunga il paese europeo dove si muore di più sul lavoro, quasi il doppio della Francia, il 30% in più rispetto a Germania e Spagna: le vittime sul lavoro sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi in incidenti stradali otto volte più degli omicidi. Secondo le statistiche Inail, nel 2007, nei cantieri e sui posti di lavoro italiani sono morti 1.260 operai di cui quasi la metà in infortuni “stradali”, nel tragitto casa-lavoro o travolti mentre lavoravano in strada. Un tema, questo delle morti bianche, da sempre caro al direttore di Repubblica, Ezio Mauro, che nei giorni della tragedia della ThyssenKrupp di Torino – tornando per una volta al suo vecchio ruolo di cronista – ha firmato uno splendido reportage per raccontare ai suoi lettori quella che ha definito “una storia drammatica ma soprattutto uno scandalo per la democrazia”. E che in occasione dell’ultimo Festival Internazionale del Giornalismo (tenutosi a Perugia dal 9 al 13 aprile scorso) ha dedicato un’intera lezione alla “questione aperta” degli incidenti sul lavoro e della sicurezza, soffermandosi sulle modalità con cui l’informazione tratta in genere di queste tematiche e sulle forme con cui l’opinione pubblica le riceve e le fa proprie. “La vicenda della ThyssenKrupp non è solo un fatto di cronaca tragica. E’ qualcosa di più, è una fotografia del nostro paese in questo momento” – ha sottolineato Mauro nel suo incipit - “è un evento troppo ricco di significato per non occuparsene, perché non riguarda solo Torino ma tutta l’Italia, proprio come la spazzatura di Napoli. Eppure dopo i funerali di quelle 7 vittime innocenti stava calando il silenzio su questa storia. Ma la memoria non ha solo la funzione di ricordare, serve anche per cercare di capire come si possa morire di lavoro nell’Italia del 2008 e in un modo così orribile”. La sua prima notazione è fredda quanto illuminante: nonostante sia scritto nel primo articolo della Costituzione che “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” – sancendo così una sorta di sacralità del lavoro stesso – proprio il concetto di “lavoro” sembra scomparso dalla cultura politica moderna, e la gente non lo considera più come costitutivo dell’identità umana o come un valore primario della società. A ciò si unisce – secondo il direttore di Repubblica - la perdita di ruolo sociale dell’operaio e la riduzione della considerazione collettiva nei suoi confronti, con la gravissima conseguenza di aver relegato chi lavora in fabbrica nella miserabile e degradante condizione di “invisibile”. Quella “trasparenza” che gli operai della Thyssen hanno denunciato già all’indomani della tragedia e che si traduce “nel non avere la forza di far valere i propri diritti per almeno due motivi banali: perché di diritti non ne hai o comunque perché non riesci a percepirli come reali”. Ma se l’operaio diventa invisibile e perde peso ed apprezzamento nella società, allora perde automaticamente anche la capacità di rappresentanza e di tutela all’interno della fabbrica. Si verifica, in questo modo, un indebolimento progressivo delle necessarie misure di garanzia e protezione che dovrebbero invece caratterizzare il lavoro operaio. Lo dimostrano gli scarsi standard di sicurezza che troppo spesso contraddistinguono le fabbriche, i cantieri, gli stabilimenti italiani. Lo dimostra la stessa storia degli operai della Thyssen, che, prima della vampata letale, cercavano di arginare le fiamme con estintori inspiegabilmente scarichi. “Tutti gli operai – ha proseguito Mauro nel suo intervento – meriterebbero il rispetto che si deve a chi fa con orgoglio il proprio lavoro, a chi incarna la cultura del lavoro, a chi produce e mantiene in moto il paese. Non si tratta di rimpiangere la coscienza della classe operaia, o la stagione delle lotte sociali e gli anni ’70, si tratta di avere consapevolezza dell’Italia che produce, una consapevolezza che purtroppo non c’è”. Probabilmente ciò accade perché negli ultimi cinquanta anni si è passati da una società del produttore ad una società del consumatore, e al cittadino-consumatore risulta troppo difficile uscire dal proprio angolo visuale per immedesimarsi nelle ragioni e nelle passioni dell’operaio-produttore. Eppure, a ben guardare, le vittime della Thyssen – così come le vittime di questi primi giorni di ottobre - erano persone assolutamente normali: “quegli operai, anche per la loro età, facevano una vita perfettamente visibile nella sua normalità” – ha ripetuto il direttore di Repubblica - “dopo la fabbrica si incontravano indifferentemente alla Fiom o al Mc Donald’s, ai funerali hanno messo musica dei Negramaro, hanno portato anche la maglia di Del Piero”. Un altro aspetto centrale della vicenda della Thyssen - che Mauro ha definito una “storia-simbolo, la cui portata va al di là del singolo episodio” – riguarda il modo in cui l’opinione pubblica ha reagito alla notizia di un evento così drammatico, dal momento che “la tragedia, nonostante il risalto che ha avuto sui media, è stata digerita, in fin dei conti, come un normale fatto di cronaca, c’è stata compassione nei confronti delle vittime e dei loro familiari, ma non c’è stata condivisione”. E’ un punto nevralgico nel suo ragionamento, che lo porta a concludere che, di fronte ad una collettività oramai assuefatta alla constatazione della disgrazia, “c’è bisogno di un’assunzione collettiva di responsabilità, che coinvolga il mondo delle imprese, la politica, il mondo dell’informazione”. Dall’inchiesta giornalistica a firma di Ezio Mauro sul rogo della Thyssen è poi nata una commovente opera teatrale nella quale l’attrice Paola Cortellesi ha recitato il testo del reportage pubblicato su Repubblica, e alla quale hanno partecipato anche Claudio Gioè e Valerio Mastrandrea: un modo per ricordare il sacrificio di quelle vittime, delle loro vite di padri normali e di giovani normali. Un’iniziativa di cui il direttore del quotidiano romano si è detto felice “perché il teatro può restituire la parola ai testimoni e ai protagonisti della tragedia della ThyssenKrupp, ed aiutare a superare l’emarginazione sociale e l’oblio culturale a cui è stato sottoposto il mondo del lavoro negli ultimi anni”.

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