2008-10-28

La gatta e il leone

Il Corsivo
di Stefano Rizzo
Verso le elezioni presidenziali negli Usa
Il confronto fra i due candidati alla vice presidenza, Biden per i democratici e Palin per i repubblicani, non ha visto colpi di scena: sono stati molto cauti e disciplinati, ed hanno evitato gli attacchi scomposti. Ma la "seconda" di McCain è apparsa fuoriposto rispetto ad un mondo, la politica, dove il vecchio senatore democratico gioca in casa. Non è bella come Liz Taylor nel film di Richard Brooks del 1958, ma è sicuramente piacente. Come "Maggie la gatta" (la protagonista del film) è anche lei di umili origini e si è vista catapultata improvvisamente nel mondo del potere (i soldi in un caso, la politica nell'altro). In comune le due donne, una fittizia l'altra vera, hanno anche il tetto, che per l'appunto scotta, e per non bruciarsi hanno dovuto sviluppare notevoli doti di furbizia e di cinismo. Parliamo naturalmente di Sarah Palin, il pitbull col rossetto come lei stessa si è definita, barracuda Sarah, come l'hanno definita le sue compagne di gioco sui campi di palla a volo: l'attuale governatrice dell'Alaska, oggi candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti grazie al brillante colpo di teatro (mediaticamente brillante) di John McCain, che l'ha scelta, o meglio dei suoi astutissimi consiglieri, che gliel'hanno fatta scegliere. E parliamo del dibattito di ieri sera a St. Louis nel Missouri, il primo e unico tra i due aspiranti vicepresidenti, tra lei e il democratico Joe Biden, veterano del Senato, dove siede da 32 anni. Biden è stato scelto da Barack Obama perché con la sua lunga esperienza di affari internazionali e le sue origini nella classe operaia della Pennsylvania potesse controbilanciare le due principali "debolezze" che gli vengono imputate: l'inesperienza in politica estera e l'intellettualismo di professore universitario. C'era molta attesa per il dibattito nella sede della Washington University, durato un'ora e mezza, minuziosamente disciplinato nei minuti concessi a ciascun contendente, nelle inquadrature televisive, nella presenza del pubblico e nella scelta della moderatrice, Gwen Ifill, una giornalista della PBS (il servizio televisivo pubblico), afroamericana come Obama e donna come Palin. L'attesa non era giustificata tanto dall'evento in sé, dal momento che i dibattiti tra gli aspiranti vice non hanno mai avuto gran peso nelle elezioni presidenziali, quanto dagli aspetti "teatrali" e di contorno: la battaglia tra un vecchio e spregiudicato leone della politica e una giovane gatta, altrettanto spregiudicata, promessa di essere uno spettacolo di successo, soprattutto tenendo conto dei tratti caratteriali dei due contendenti. Da Biden, noto per la sua verbosità e anche per le sue gaffe, ma anche per essere un parlamentare di solida esperienza e preparazione, ci si aspettava di vedere se sarebbe stato capace di contenere la sua retorica populista e, soprattutto, se avrebbe evitato di apparire condiscendente nei confronti della sua giovane rivale, cadendo nella trappola in cui lei sperava di attirarlo. Quanto a Palin, nei giorni immediatamente seguenti la sua nomina era stata la beniamina dei media, sempre avidi di novità spettacolari, che ne avevano decantato la freschezza, la spontaneità e la capacità di rivolgersi alla gente comune. Era stata presentata come una Hillary Clinton di destra, ma più accattivante e meno segnata dalla lunga carriera politica, che avrebbe conquistato il cuore degli americani medi, soprattutto delle americane medie. Ma poi erano arrivate le prime dichiarazioni e interviste "senza rete" che avevano fatto emergere tutta la sua impreparazione, la sua ignoranza dei fatti, la sua approssimazione verbale. A molti commentatori, anche conservatori, e a molte commentatrici che avevano visto in lei una versione di un inedito "femminismo di destra", era venuto il sospetto che dietro quegli occhialetti al carbonio, dentro quei tailleur dai colori sgargianti (non come i sobri pantatailleur di Hillary), sopra quei tacchi a spillo, non ci fosse niente. Quindi la curiosità su come si sarebbe comportata nella sua prima uscita nazionale in prime time, sotto gli occhi di nove milioni di spettatori, era altissima. Come è andata? Bisogna subito dire che non ci sono stati colpi di teatro, battute ad effetto, o risposte fulminanti, di quelle che poi girano su youtube per giorni. I due candidati sono stati molto cauti e disciplinati, hanno evitato gli attacchi scomposti e, come si dice, di azzannare la giugulare. Coloro che si aspettavano ossa rotte e spargimenti di sangue, come all'autoscontro, sono rimasti delusi. Alla fin fine qualcosa di più si è capito del loro carattere, dei loro programmi e dei candidati che sostengono. Biden ha dato retta alle raccomandazioni dei suoi consiglieri: anche quando avrebbe potuto (e per lui sarebbe stato facile), ha evitato di cogliere in fallo la sua rivale per non dare un'impressione di sufficienza. E' stato sobrio, competente, contrariamente alle sue abitudini non troppo prolisso; ha indicato fatti, nomi, cifre, lasciando nello spettatore l'impressione di avere davanti un candidato serio e preparato. Le sue critiche le ha concentrate sul candidato McCain e non sulla sua vice. Di Sarah Palin è difficile dire. Dopo la disastrosa intervista rilasciata la scorsa settimana a Katie Couric della CBS, in cui - secondo il consenso unanime- aveva detto un sacco di sciocchezze e per di più le aveva dette male, le aspettative erano molto basse. Partiva da così in basso che difficilmente avrebbe potuto fare peggio. Il migliore commento a caldo, al termine del dibattito, è stato di un giornalista di "The Politico", un influente foglio di Washington: "Non è andata troppo male, quindi è andata abbastanza bene". Il fatto è che Sarah, con tutta la sua inesperienza sulla scena nazionale, è abituata a situazioni di questo tipo. Il "format" lo conosce bene e lo ha praticato più volte. Ha costruito tutta la sua carriera politica sul modello: "giovane e intraprendente donna di saldi principi conservatori cerca maturo uomo politico, possibilmente liberal e spendaccione, da azzannare per prenderne il posto". Così ha fatto per conquistare la poltrona di sindaco di Wassilla, così ha fatto per scalzare il governatore e gli altri notabili politici dell'Alaska. Giovedì sera ha recitato lo stesso copione con Joe Biden, che le è riuscito fino ad un certo punto, perché Biden è sì un liberal "spendaccione" (secondo il punto di vista dei repubblicani), ma non è un pivellino e non si è fatto mettere nel sacco. Per riuscirci la giovane Sarah ha usato tutti i trucchi con cui ha conquistato il popolo repubblicano: un linguaggio popolaresco alla portata di tutti, una strizzatina d'occhio alla telecamera, un bacio mandato al pubblico al suo ingresso in sala, costanti riferimenti alla sua condizione di mamma che discute di politica vera - non quella dei politicanti- intorno al tavolo di cucina. In conclusione si è mossa con abilità sul tetto che scotta della politica, senza cadere e senza farsi troppo male. Ma, come la gatta del film, non ha potuto evitare di dare l'impressione di essere stata catapultata in un mondo che non è il suo e per il quale è penosamente inadeguata.

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