2008-10-28
L'Europa e la crisi
Editoriale
di Nane Cantatore
Il panico per la crisi finanziaria americana sembra mandare in confusione l'Europa, tra soluzioni nazionali, crolli dei titoli e scelte variamente discutibili. Ma la situazione è effettivamente molto composita, e forse proprio l'ordine sparso è il modo migliore in cui affrontarla.
La situazione europea è molto diversa da quella americana, per diversi motivi. In primo luogo, la crisi degli istituti finanziari Usa colpisce una realtà pesantemente esposta, con un portafogli creditizio gravemente sopravvalutato e un eccessivo flottante sul mercato, in una situazione nazionale aggravata da un pesante passivo commerciale, da un eccessivo indebitamento privato e da un deficit pubblico che, tra tagli fiscali, guerre, spesa sociale (il governo Bush ha notevolmente aumentato la spesa scolastica e sanitaria) e i 700 miliardi di dollari del pacchetto Paulson, ha ormai raggiunto livelli mostruosi; a ciò si aggiunge una forte perdita di competitività, dovuta all'obsolescenza delle infrastrutture e alla deindustrializzazione e alla riduzione degli investimenti, che la crisi non potrà che aggravare. In Europa la situazione è nettamente diversa, sia perché i diversi Paesi si trovano in situazioni altrettanto differenti, con una forte esposizione diretta in Gran Bretagna, Irlanda e Spagna, dove la corsa al credito facile e agli immobili ha creato forti rischi, l'Olanda e il Belgio appesantiti dal rischio indiretto, visto che i loro istituti bancari, ampiamente sovradimensionati rispetto alle economie nazionali, hanno pescato allegramente nel mercato internazionale dei derivati, mentre Francia, Germania e Italia si trovano decisamente più al riparo, al di là dei rischi indiretti per alcuni grossi istituti bancari, come Dexia in Francia (già messa al riparo da un intervento ad hoc), Deutsche Bank in Germania e Unicredit in Italia.Questa diversità si riflette anche nelle differenze tra le misure adottate dai governi: mentre la soluzione approvata, tra mille polemiche, negli Stati Uniti prevede l'acquisto dei cosiddetti crediti tossici da parte dello Stato, ricostituendo di fatto i patrimoni bancari a spese dei contribuenti, le proposte europee, di fatto francesi e tedesche, prevedono la costituzione di fondi di garanzia sui depositi. Ciò significa che non ci sarà nessun esborso reale, ma soltanto che i correntisti saranno tutelati in caso di crisi bancaria, il che dovrebbe apportare un doppio beneficio: in primo luogo, permetterebbe di evitare la corsa a ritirare i propri soldi dalle banche a rischio, rafforzando la fiducia dei risparmiatori e rendendo meno immediato il passaggio dalla crisi al crollo per istituti finanziari che si trovino in cattive acque; in secondo luogo, visto che si tratta di una misura a beneficio dei correntisti e non delle banche, esso non costituirebbe affatto un aiuto indebito agli istituti di credito gestiti allegramente, il che spiega anche il via libera ricevuto dall'Antitrust europeo. Si capisce allora perché sia preferibile un approccio nazionale rispetto alla costituzione di un fondo europeo, visto che l'obiettivo è quello di intervenire a favore dei titolari dei conti, dunque dei cittadini e delle imprese, piuttosto che in difesa delle banche, ossia di soggetti che possono emettere azioni e obbligazioni sui diversi mercati.
Del resto, si tratta essenzialmente di misure prudenziali, che mirano a evitare l'allargarsi indebito di una crisi che, per quanto pesante, non colpisce direttamente l'Europa ma solo le diverse bolle prodotte in giro per il mondo dall'eccesso di liquidità dovuto alla finanza allegra. Insomma, è un modo di mettere fieno in cascina di fronte ai rischi generati dalla scarsità di liquidità prossima ventura e dalle oscillazioni dei mercati finanziari, e al tempo stesso per ridare ai governi quella funzione di salvaguardia e controllo dell'economia alla quale avevano sostanzialmente derogato, se non esplicitamente rinunciato, in nome dei dogmi neoliberisti. In altre parole, lo scopo di questa manovra, e di molti altri discreti provvedimenti presi dalle banche centrali di Europa, Cina, Russia e Giappone, è quello di stendere una sorta di cordone sanitario intorno all'economia americana che, se negli ultimi
anni, la crescita artificiale degli Usa aveva trainato il resto del mondo, ora rischia di trasformarsi in una sorta di buco nero che risucchia i quattrini di mezzo mondo.
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