2008-10-04

L'Ocse: "Italia a crescita 0,1%"

Osservatorio comunitario di Jacopo Matano
Le stime dell'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo abbattono le previsioni ottimistiche di Tremonti: la crescita del Pil si abbassa dal pronosticato 0,5% allo 0,1%, con il prossimo trimestre stagnante. Previsioni allarmanti in tutta Europa, che, secondo il direttore dell'organizzazione, è più vicina alla recessione degli Usa
"Le previsioni di crescita contenute nel Dpef saranno confermate", annunciava il 6 agosto scorso un Giulio Tremonti più che ottimista. Secondo la programmazione economica stilata dal governo alla chiusura delle Camere, il Prodotto Interno Lordo del BelPaese avrebbe raggiunto un incremento dello 0,5%. Ma al ritorno dalle vacanze, il titolare del dicastero dell'economia ha trovato le carte scompigliate. "UNA BRUTTA SORPRESA" - Le stime dell'Ocse, l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, parlano infatti di un'altra cifra. Precisamente, lo 0,1%. Il taglio di stime presenta dunque un'Italia a crescita quasi zero. Le notizie provenienti da rue André Pascal, sede dell'organizzazione a Parigi, sono tutt'altro che confortanti. Guardando ai prossimi trimestri, gli esperti dell'Ocse segnalano che la crescita italiana scenderà a zero nel terzo trimestre, per poi toccare lo 0,6% nel quarto trimestre. Stime vicine a quelle di Confindustria, che a fine giugno pronosticava lo stesso punteggio. ovvero "una sostanziale stagnazione per l'economia italiana". Scrivevano gli esperti di viale dell'Astronomia: "la crescita del Pil, quest'anno, si fermerà allo 0,1%, in forte rallentamento dall'1,5% del 2007". Sul rischio recessione si erano espresse anche le sirene dell'Istat, che l'8 agosto scorso disegnavano un'Italia a crescita zero nel secondo trimestre del 2008, e a crescita 0,1 come previsione fino al prossimo capodanno. Le stime dell'Ocse abbattono una scure di pessimismo su tutta Eurolandia. Le attese di crescita della zona euro scendono dall'1,7 all'1,2 per cento. Le sue maggiori economie si abbattono punto per punto, dalla Francia (dall'1,8 per cento a +1 per cento), alla Germania (dal +1,9 per cento al +1,5 per cento) , al Regno Unito (da +1,8 a +1,2 per cento). Anche sul Giappone i dati sono in ribasso (dall'1,7 per cento all'1,2), mentre per il G7 restano invariate, merito anche degli Usa, che spiazzano la concorrenza lasciando prevedere una crescita ai ritmi dell'1,8 per cento, contro l'1,2 ipotizzato in precedenza. SUPEREURO + CINA = - EXPORT - Colpa della crisi delle borse, del petrolio, dell' immobiliare sì, ma anche del cambio forte e della concorrenza spietata dei mercati emergenti. "Nella zona euro - ha spiegato il capo economista dell'Ocse Elmeskov - l'economia ha subito un forte rallentamento perchè oltre a dover far fronte alla crisi finanziaria, al caro petrolio e alla crisi immobiliare, soffre anche dell'impatto negativo del cambio che influisce sulle esportazioni. L'export italiano -ha aggiunto l'economista facendo riferimento alla situazione del made in Italy- è penalizzato come quello degli altri Paesi europei non solo dall'euro forte ma anche dalla concorrenza dei paesi emergenti. Ma ha anche beneficiato, ha ricordato l'economista, del caro petrolio in quanto i paesi produttori di greggio sono grandi importatori di prodotti europei e in particolare quelli tedeschi". "Un forte calo del prezzo delle materie prime sarebbe positivo per l'economia in quanto rilancerebbe l'attività, ma - ha concluso - sarebbe negativo per l'export". NO AGLI STIMOLI FISCALI - Le previsioni per il nostro continente rappresentano una "brutta sorpresa", per il condirettore del dipartimento economico dell'Ocse Jean-Luc Schneider, che confida a France Presse di ritenere Eurolandia più vicina alla soglia della recessione di quanto lo siano gli Usa. Parallelamente alla stagnazione, d'altronde, si allarga la forbice dell'inflazione. Che in Europa fa crescere i prezzi al consumo del 4,8% su base annua, ed in Italia del 4,1%. Energia e beni alimentari si mantengono al top degli aumenti, con il 22,5% in più per il primo settore ed il 7,2% per il secondo. Schneider ed Elmeskov temono che l'Italia e gli altri paesi europei intendano utilizzare l'arma fiscale per rilanciare l'economia, e lanciano un messaggio chiaro. "L'Europa", ha spiegato Elmeskov, "non si può permettere gli stimoli fiscali come gli Usa, in quanto è sottoposta a pressioni inflazionistiche più forti". Per l'Italia, inoltre, la situazione è aggravata dal deficit, vicino al 3%. "L'economia italiana soffre degli stessi mali degli altri Paesi, è già partita nel 2008 più debole degli altri. Ora la situazione è debole, né può esserle di conforto il fatto che un paese come la Germania rischi la crescita zero nel terzo trimestre".

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