2008-10-06

OBAMA O McCAIN: CHI ASSICURA IL CAMBIAMENTO???

Punti di vista di Antonio Liotta
Le presidenziali negli Stati Uniti d’America
E’ ormai entrata nel vivo la campagna presidenziale statunitense in vista delle prossime elezioni di novembre. Prima con la Convention democratica di Denver (Colorado), tenutasi dal 25 al 28 agosto, che ha incoronato Barack Obama quale primo candidato afro-americano in corsa per la Casa Bianca, forte anche dell’appoggio – all’insegna dell’unità dei democratici – incassato da Hillary Clinton; poi con la Convention repubblicana svoltasi a St. Paul (Minnesota) dal 1° al 4 settembre, una convention partita in sordina e all’insegna della solidarietà nazionale visto che proprio in quelle ore l’uragano Gustav minacciava la zona costiera della Louisiana, riportando con la mente l’America alla tragedia di tre anni fa, quando Katrina aveva letteralmente devastato New Orleans. A St. Paul il 72enne John McCain – l’eroe della guerra in Vietnam rimasto per più di 5 anni prigioniero del nemico – ha cercato di rimescolare le carte in gioco, scegliendo come sua vice Sarah Palin, 44enne governatrice dell’Alaska: una mossa con cui il candidato-patriota ha risposto al leit-motiv di Obama sul cambiamento e sulla necessità per gli Usa di voltare pagina, proponendo una candidata lontana dall’establishment di Washington e capace di attirare le simpatie della destra religiosa (ha una famiglia numerosa con 5 figli ed è una convinta anti-abortista) e dell’elettorato americano favorevole alla pena di morte e alla libera circolazione delle armi. Con la candidatura della Palin, McCain ha cercato una contromisura – come in una serrata partita a scacchi – alla strategia di Obama che aveva nominato come suo vice Joe Biden, politico navigato e pratico soprattutto di politica estera, scelto con l’obiettivo di rasserenare gli scettici su un terreno che più volte ha visto il senatore dell’Illinois esposto alle critiche perché ritenuto privo della necessaria esperienza. Proprio su questo punto – il fatto che Obama non sia ancora pronto per guidare una potenza mondiale del calibro degli Usa – hanno a lungo insistito nella convention di St. Paul sia McCain che la Palin, il primo vantando il suo passato e “le cicatrici che Obama non ha”, la seconda ricordando una carriera politica veloce e brillante, che l’ha già vista ricoprire un incarico di responsabilità come quello di governatore (tra l’altro la più giovane di sempre in uno stato americano). Di certo, se Obama è impreparato in materia di politica estera e di sicurezza, lo stesso deve dirsi della Palin, che in Alaska è al suo primo mandato e nel curriculum ha qualche anno di esperienza in meno rispetto al nuovo leader democratico. Nel suo discorso di fronte ai delegati repubblicani, McCain – non potendo in alcun modo competere col senatore nero sul piano dell’oratoria – ne ha preso in prestito gli slogan e le parole-chiave, ripetendo continuamente il termine “change”, intorno al quale il suo avversario ha costruito un’intera campagna presidenziale. Il candidato repubblicano e il suo entourage hanno infatti ben capito che il desiderio di cambiamento ha ormai contagiato tutta l’America, al di là degli steccati ideologici e degli schieramenti politici: per questo McCain ha prima tirato fuori dal cilindro il nome della Palin, una donna giovane, che si è fatta da sola, conservatrice dura e pura, “un pitbull col rossetto” come lei stessa ama definirsi; poi ha cercato – con un’operazione strategicamente più azzardata - di presentarsi come uomo della discontinuità, facendo leva sulla sua immagine di politico indipendente e bipartisan (“ho combattuto la corruzione – ha detto - non importa fossero democratici o repubblicani”), spesso critico rispetto alle scelte del suo stesso partito e per questo tenuto a lungo in disparte. Nonostante abbia trascorso almeno 25 anni nelle sale del potere statunitense, McCain ha rivendicato la sua purezza rispetto alla dirigenza deviata di Washington, che troppo spesso ha lavorato per perseguire interessi particolari e non per la gente. Una discontinuità implicita anche rispetto all’amministrazione Bush, che ha lasciato un’eredità, in termini di gradimento, tutt’altro che positiva per i repubblicani e che McCain ha preferito non citare mai nel suo discorso. La settimana precedente, dal palco di Denver - in uno stadio strapieno (84mila persone) ed in delirio per un momento storico della politica americana - Obama aveva sostenuto l’esatto opposto: e cioè che McCain non è altro che “il clone della presidenza fallita di Bush”, che è tutt’altro che un candidato indipendente, che nel 90% dei casi è stato ed è d’accordo con Bush, tanto da essere arrivato a dire che, sotto la sua presidenza, l’economia americana ha fatto grossi progressi. Dal canto suo, il senatore dell’Illinois ha deciso di mettere da parte la retorica e le belle parole per fare spazio ad un discorso diretto e di sostanza, con cui ha voluto dimostrare di avere delle ricette concrete per guarire l’America dalla recessione e convincere chi – anche tra i democratici - lo considera un predicatore-filosofo inadeguato a fare i reali interessi del paese. Un imperativo irrinunciabile di fondo: superare questi 8 anni di amministrazione Bush, perché “è arrivato il momento di cambiare l’America” e di “mantenere viva nel 21esimo secolo la promessa americana”. Questa volta, però, il senatore nero ha tradotto questa nobile aspirazione al cambiamento in punti programmatici ed obiettivi politici ben definiti. L’economia innanzitutto: Obama ha affermato di voler ridurre le tasse alla classe media lavoratrice e alle aziende che creano buoni posti di lavoro in patria, non all’estero. Ha parlato di istruzione, che dovrà essere di livello per i bambini come per gli universitari, in modo da reggere la competizione in un’economia globale; e di sanità, da rendere accessibile per ogni americano, combattendo soprattutto le assicurazioni sanitarie che discriminano chi è malato e ha più bisogno di cure. Per quanto riguarda la politica estera, Obama ha dichiarato che, come comandante in capo, non esiterà a difendere la nazione in caso di minacce esterne, ma che invierà le truppe “solo con una missione chiara e il sacro impegno a fornir loro quanto necessario durante la battaglia, e le cure e i benefici che meritano una volta a casa”, cercando di toccare con queste parole le corde sempre sensibili del patriottismo americano. Tuttavia non recede dal proposito di mettere fine, in maniera responsabile e in tempi brevi (18 mesi), alla guerra in Iraq, “un conflitto sbagliato” a cui si è opposto da subito e che invece McCain ha sostenuto e continua a sostenere, spalleggiato dalla sua vice secondo cui “la guerra in Iraq è stata voluta da Dio”; meglio concentrarsi nella battaglia in Afghanistan – ha ribadito Obama - contro quei terroristi che l’11 settembre hanno attentato all’integrità dell’America, con l’obiettivo di catturare una volta per tutte il nemico nazionale numero uno, Osama Bin Laden. Dal palco di St. Paul, McCain ha assicurato di sapere dove scovare il principe di al Qaeda e ha rinnovato il suo impegno nella lotta al terrorismo, mentre sull’Iraq è risaputo che, per il candidato repubblicano, gli Usa non possono permettersi di lasciare Baghdad perché rimettere in sesto la regione è il migliore deterrente per l’Iran e un tassello nella lotta contro l’integralismo islamico. Forte dell’effetto-sorpresa e dell’entusiasmo suscitato dalla sua vice, il vecchio senatore dell’Arizona ha potuto permettersi un tono pacato – ed obiettivamente monotono, “soporifero” a detta dei più critici – per esporre il programma con cui intende attirare l’elettorato di centro e gli indipendenti che molto probabilmente decideranno l’esito delle elezioni di novembre. In generale, la convention repubblicana ha probabilmente messo a segno qualche punto in più di quella democratica, non tanto per i discorsi dei candidati alla presidenza (anzi quello di Obama è stato nettamente più convincente, appassionante ed apprezzato da parte dei commentatori), ma per l’efficacia con cui si sono presentati i rispettivi vice. Pari l’intensità con cui si è attaccato l’avversario. Obama ha reso più aggressiva la sua tattica e non ha mancato di contestare – anche duramente – alcune posizioni dello sfidante repubblicano, per esempio sulla decisione di intervenire in Iraq, sulla gestione della guerra in Afghanistan e sui rimedi in campo economico; l’ha fatto col consueto stile, tanto da dichiarare che in effetti “a John McCain sta a cuore l'America, il problema è che non capisce”. McCain ha continuato a sostenere che l’elezione dell’inesperto senatore afro-americano indebolirebbe l’America in un momento decisivo per la sicurezza mondiale, anche se ha speso parole di elogio nei confronti del rivale (“Obama ha il mio rispetto e la mia ammirazione, nonostante le differenze sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono, siamo americani”). Entrambi i candidati hanno comunque i loro problemi. Obama non è ancora riuscito a ricompattare del tutto il partito dopo le lacerazioni delle primarie, e soprattutto deve riuscire a vincere la diffidenza che suscita ancora tra molti elettori bianchi, riluttanti ad affidare il ruolo di commander-in-chief ad un afro-americano che ha avuto contatti con l’ala radicale del movimento nero, e all’interno della potente comunità ebraica, che teme che Obama possa modificare in senso filo-arabo la politica statunitense. McCain, dal canto suo, deve vincere la diffidenza di chi lo considera un battitore libero, un cane sciolto ingestibile e deve convincere i conservatori di stretta osservanza che lo considerano troppo incline al compromesso bipartisan; deve rassicurare l’ala religiosa del partito (e in parte l’ha fatto scegliendo la Palin) che lo accusa di essere troppo liberale sui temi sociali e cancellare l’ombra imbarazzante di G. W. Bush che continua ad aleggiare sulla sua testa. La lotta tra il veterano della guerra del Vietnam e il giovane senatore che ricorda Kennedy e Luther King si deciderà probabilmente sul filo di lana, magari grazie ad uno slogan particolarmente incisivo, ad una gaffe fatale di uno dei due concorrenti (o dei loro vice), ad un episodio oscuro ripescato in qualche archivio dimenticato. Tuttavia l’impressione è che, se esisteva un candidato repubblicano in grado di affrontare una sfida difficile come quella di quest’anno, quello era proprio John McCain, che è riuscito a smarcarsi abbastanza dall’amministrazione uscente per sperare in una vittoria che, fino a pochi giorni fa, sembrava irraggiungibile.

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