

Periodico di Attualita', Politica e Cultura - Fondato e Diretto Da Mario Astarita Etre léger comme l'oiseau, pas comme la plume P. Valery


Nel libro-dvd “Cara politica” un condensato di vero giornalismo d’inchiesta
Il libro Cara politica. Come abbiamo toccato il fondo. Le inchieste di Report (Biblioteca Universale Rizzoli 2007, pagg. 124, euro 19,50) rappresenta una sorta di summa del lavoro svolto dalla redazione della trasmissione di Raitre in dieci anni di messa in onda. Nel libro viene ripercorso il modo in cui sono state condotte, davanti e dietro le telecamere, quattro tra le più importanti inchieste di Report, contenute in un dvd allegato. Si tratta di "Cattivi consigli" di Giovanna Boursier, dedicata alla gestione di alcune aziende pubbliche italiane come Alitalia, Enel, Sviluppo Italia, Anas, Ferrovie Dello Stato, Poste Italiane; “Intoccabili” di Sabrina Giannini, sul tema dei “fannulloni impuniti” della pubblica amministrazione; “Cara politica” e “Province per tutti” di Bernando Iovene, entrambe sui costi della politica. La conduttrice di Report, Milena Gabanelli, ha firmato la prefazione.
L'ampiamente discusso problema dei costi della politica è quindi centrale in questo volume, soprattutto con riferimento a come tali costi siano negli ultimi anni lievitati in maniera spoporzionata e inspiegabile. Viene fatto notare come la questione venga ripetutamente sollevata all'interno della classe politica, ma alla fine nulla di concreto venga fatto per porvi rimedio. “Province per tutti” rappresenta un esempio particolarmente illuminante: da più parti si reclama la necessità di ridurre nel numero – se non di cancellare – alcuni tipi di enti locali (in particolare le province) che producono dei costi eccessivi in relazione alle loro competenze. La risposta reale è stata però un'altra, opposta: la proliferazione di nuove province, alcune delle quali racchiudono addirittura meno di 60.000 abitanti.
In Cara politica i giornalisti di Report dosano attentamente denuncia e analisi, senza mettere in discussione l'idea che l'amministrazione pubblica comporti dei costi e che essi siano necessari. Tuttavia, laddove la loro crescita diventa incontrollabile e immotivata, la classe dirigente diventa soggetto che perpetra un abuso ai danni della cittadinanza. I casi menzionati in questo libro sono svariati. C’è, appunto, l’ambizione di tante città italiane a diventare capoluoghi di provincia – pur non possedendone i “requisiti”– che da semplice ambizione diventa meccanismo di rivendicazione o di minaccia in sede politica. C’è anche il mistero del funzionamento dei consorzi che dovrebbero occuparsi della raccolta differenziata ma che – come dimostra l'attuale situazione in Campania – in realtà non funzionano affatto. Ci sono poi le spropositate quantità di manager che siedono nei consigli di amministrazione delle principali aziende pubbliche, il radicato e tollerato costume dell’assenteismo, i finanziamenti poco limpidi, gli sprechi degli enti locali. Tutto ciò, insomma, ognuno a modo proprio, produce il risultato di sperperare denaro pubblico attraverso una gestione personalistica e clientelare della cosa pubblica a tutti i livelli.
Questo libro rappresenta un condensato di vero giornalismo di inchiesta, uno dei rari esempi nel nostro Paese, che non viene scalfito né dalle continue pressioni politiche bipartisan né dall'isolamento in cui di fatto si viene a trovare chi svolge seriamente questo lavoro. D'altronde,
Il modello di giornalismo proposto da Report rappresenta dunque, nelle intenzioni di chi lo fa, un modo per affemare che un altro tipo di Paese è possibile, che non è vero – come molti sostengono – che queste inchieste non producono alcun effetto, ma che anzi le cose si muovono in silenzio e le conseguenze si fanno vedere a distanza di qualche anno dopo. L'obiettivo prioritario di un'inchiesta – secondo la Gabanelli – dovrebbe essere quello di imbeccare una magistratura che altrimenti il sistema politico non è in grado di far funzionare, piuttosto che trovare visibilità sugli altri media. Già il giornalismo d'inchiesta in Italia è servito a qualcosa, cioè a creare una coscienza che ha portato a un punto di crisi, a fare dell'informazione un volano per far sentire la propria voce e da qui tentare di modificare gli atteggiamenti collettivi dannosi, che nel nostro caso sono principalmente la rassegnazione e l'egoismo. Infatti, ha scritto Milena Gabanelli: «incontro persone per bene che di malefatte ne vedono tante, ma tacciono e alla fine si adeguano o si rassegnano, diventando complici, perché devono pur lavorare. Incontro spesso un’altra categoria di complici, per la quale ho meno compassione, quelli che, interrompendo un giro vizioso, non rischierebbero di perdere lo stipendio. Sono coloro che, davanti agli orrori, fanno finta di niente, per il timore di veder svanire il piccolo potere di cui godono. Il potere di agevolare la carriera di un figlio, di un parente, un amico, o il potere conferito da frequentazioni importanti e che li mantiene dentro al giro che conta (che solitamente disprezzano): quello dei salotti dove si decidono i destini di persone che sono sempre le stesse. Tutte legate fra loro da anni di convivenze e connivenze, dove nessuno è disposto ad ammettere di aver superato il limite oltre il quale tutto è effetto collaterale e paralisi. La società della “conoscenza” è stata eliminata dalla società “delle conoscenze”, e così siamo diventati il paese più deriso e meno affidabile d’Europa».
L’antisemitismo in un racconto semiserio ambientato tra Catanzaro, il Vaticano ed il Paradiso
E’ uscita da alcune settimane un’interessante pubblicazione a cura di Aldo Ventrici, instancabile e appassionato cultore della storia catanzarese.
Si tratta della prima traduzione italiana – edita da Calabria Letteraria Editrice - del breve racconto “Luigi di Catanzaro” che porta la firma dello scrittore inglese Louis Golding il quale, nella sua quarantennale carriera a cavallo tra le due grandi guerre del ‘900, portò alla luce una serie di romanzi incentrati sulla vita degli ebrei in Inghilterra e sull’ideale dell’armonia razziale approdando al successo di pubblico con il celebre “Magnolia Street” da cui fu tratto anche un adattamento teatrale.
Da grande collezionista e ricercatore di opere riguardanti la storia della città di Catanzaro, Ventrici – venuto a conoscenza dell’esistenza di questo libretto di Golding pubblicato nel 1926 – è riuscito ad impossessarsi dell’opera dopo una serie di difficoltose ricerche presso le librerie antiquarie di tutto il mondo. Il lavoro aveva una tiratura di sole 100 copie, firmate di proprio pugno dall’autore: una vera e propria rarità libraria di assoluto pregio che giustificava il prezzo altissimo dei pochi esemplari sopravvissuti all’usura del tempo. Con costanza ed un briciolo di fortuna, Ventrici è riuscito a procurarsi, con poche decine di dollari, una copia informatizzata dell’opera a cura della Jewish National & University Library di Gerusalemme. La difficile attività di traduzione di un linguaggio risalente al primo Novecento, reso volutamente aspro dalla volontà dell’autore, ha portato alla scoperta di importanti considerazioni di carattere religioso, politico e sociale che si celavano dietro la fantasiosa e sarcastica vicenda raccontata da Golding.
La storia immaginaria, incentrata su una negata canonizzazione di un altrettanto fantastico beato Luigi di Catanzaro, ha inizio con il rifiuto espresso del Vaticano, allora guidato da Papa Pio XI che, secondo l’autore, era stato grande propulsore dell’attività missionaria quanto cinico e abile diplomatico. Il dibattito vede protagonista anche una folta schiera di Santi, direttamente dal Paradiso, impegnati in un divertente diverbio sull’argomento che vedrà coinvolti persino Gesù Cristo e Dio e sarà risolto dall’intervento dello Spirito Santo. Tutto questo rappresenta il pretesto per montare una lunga serie di battute goliardiche e dissacranti su personaggi e luoghi che caratterizzano il dogma della religione cristiana. Sicuramente destinato ad una ristretta cerchia di lettori appartenenti all’ampia comunità di ebrei sparsa per il mondo, l’esile volume - per ciò che ci interessa da vicino – contiene anche degli interessanti contributi sulla storia locale. Da appassionato viaggiatore, Golding infatti attraversò
In realtà nel volume ritroviamo tutta una serie di suggestioni ideologiche che, da lì a poco, avrebbero trovato conferma nella dilagante ondata antisemita del preciso disegno nazista di epurazione della razza. Non mancano, perciò, gli sfoghi rabbiosi di uno scrittore che era una icona della cultura ebraica del suo tempo e portatore sano dell’idea di convivenza multietnica e tolleranza religiosa. Catanzaro, a differenza del clima di tensione antisemita vissuto a Manchester ed al pari di quella Via Della Magnolia creata da Golding nell’omonimo romanzo, aveva ospitato gli ebrei per più di quattro secoli: un fatto, questo, che segnò in maniera decisiva l’andamento dell’economia calabrese. Affollando il centro del borgo medievale, le famiglie ebree entrarono a far parte attivamente di un tessuto sociale che faceva della libertà di circolazione e di soggiorno di tutti i popoli il connotato di una precisa identità mercantile ispirata all’ideale di una sana convivenza democratica. Come descritto da Corrado Jannino nella prefazione, gli ebrei erano i proprietari delle botteghe più tassate e titolari di miniere, fonderie e tintorie. L’attività più redditizia era legata al commercio della seta che non di rado vedeva la partecipazione di mercanti ebrei nelle fiere di tutta la regione. E ogni volta, al loro ritorno, tutta la città li aspettava per festeggiare a suon di balli e canti i loro buoni affari. Gli ebrei – gli unici che sapevano tutti leggere e scrivere – riuscirono per molto tempo a mantenere la loro autonomia di culto e di pensiero fino a quando, nel 1496, il patto di reciproca utilità e prosperità collettiva fu spezzato con la distruzione della Sinagoga e la cacciata della comunità giudaica dalla città. Oggi a Catanzaro non si rinviene alcun simbolo attestante la lunga permanenza degli ebrei in città che contribuì a comporre i tasselli dell’identità locale sulla base della pari dignità sociale e solidarietà tra cristiani e giudei.
Aldo Ventrici con la sua minuziosa traduzione, brillantemente impreziosita da un adattamento letterario di notevole spessore, ha voluto arricchire la storia e la cultura locale traducendo e presentando un autore di chiara fama nel panorama letterario anglosassone e consegnando all’attenzione dei lettori, non solo catanzaresi, una pagina sconosciuta ed inedita di letteratura internazionale.
In un saggio Giulio Tremonti illustra le fasi altalenanti dell’economia globale
“Abbiamo i telefonini ma non abbiamo più i bambini. Non solo. Come in un mondo rovesciato, oggi il superfluo costa meno del necessario. Puoi andare a Londra con 20 euro, ma per fare la spesa al supermercato te ne servono almeno 40. Doveva essere l'età dell'oro: non è così. Sale il costo della vita, dal pane alle bollette; i mutui si mangiano i bilanci delle famiglie; stiamo consumando le risorse del pianeta; i segnali che vengono dal mondo non sono segnali di pace”.
Giulio Tremonti ha così sintetizzato ciò che sta lentamente emergendo nella consapevolezza comune: la globalizzazione, tanto acclamata, ha un lato oscuro, la disoccupazione e i bassi salari, crisi finanziaria, rischi ambientali, pericolose tensioni internazionali. E, per l'Europa in cui viviamo, un doppio declino: cadono sia i numeri della popolazione (crescita zero), sia i numeri della produzione. Con un'analisi pungente e autorevole, Tremonti ci racconta le cause della situazione attuale, i passi falsi della politica e le spietate dinamiche della finanza internazionale, delineando i contorni della crisi globale in cui viviamo. Parla di mercatismo, di consumismo sfrenato, dell’emergenza ambientale e la scarsità delle risorse; descrive un Europa debole e piccola dinnanzi alle nuove emergenti potenze economiche quali India e Cina.
Ma il mercatismo di Tremonti altro non è che una nuova fase del liberismo economico, nuovamente incontrollabile e non regolamentato, spregiudicato e imparziale.
Il saggio si limita, in questa prima parte, a raccontarci, o meglio, a descriverci il sistema economico e con esso le implicazioni politiche e sociali in cui viviamo, a sintetizzarci un’insieme di cause e di effetti della globalizzazione, ci parla di internet e della velocità delle informazioni, degli scambi finanziari, dell’apertura e dell’interscambio continuo e affluente di persone, merci e capitali; tuttavia non delinea l’excursus storico del capitalismo, dalle sue origine alla sua maturazione contemporanea (la globalizzazione o meglio, in gergo economico parleremo di mondializzazione).
Se ripercorriamo la storia del capitalismo riconosciamo, infatti, come ogni sua nuova fase (la rivoluzione industriale, il nuovo imperialismo ottocentesco, la crisi del ’29, ecc..) lo hanno reso incontrollabile e forse si è scoperto il volto più crudo e ruente rivelandoci in ogni stadio un lato dell’homo oeconomicus.
Da un’analisi storica, invero, si comprende come nuove sue fasi spesso coincidono semplicemente a nuovi cicli economici che implicano mutamenti alla struttura dell’economia – incidendo sulla produttività, sul lavoro, sulla struttura dei capitali – La globalizzazione e, in particolare il processo di internet, hanno inciso notevolmente sulle strutture delle economie occidentali e di quelle Europee, caratterizzando una crisi della politica e soprattutto dello Stato sociale. In breve, la crisi che attualmente viviamo potrebbe essere semplicemente una nuova fluttuazione del ciclo economico che tutti conosciamo come il processo di globalizzazione. Forse una fluttuazione prevedibile e prevista dagli stessi economisti mentre celebravamo, agli inizi degli anni 90, la tanto amata globalizzazione.
Nella seconda parte, invece, il Ministro indica la strada percorribile per uscire dalla crisi e ritrovare “la speranza”.
Se nei primi capitoli critica la sinistra e con essa la cultura del ’68 sottolineandone il fallimento ideologico, negli ultimi due capitoli delinea i valori europei a cui credere: valori, famiglia e identità; autorità,ordine, responsabilità, federalismo; valori che associa alla cultura ideologica “nuova” di destra e alla politica europea.
In particolare precisa proposte concrete per l’Europa. E’ in questo capitolo che il Ministro individua la speranza e con essa le azioni di politica economica e di politica fiscale da attuare, in termini di politica europea, dopo aver anche indicato come ad oggi l’Europa non è ancora in grado di garantire un’unica identità politica e europea.
La storia può accadere: Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. E Barack Obama potrà far accadere nella storia dei nostri tempi qualcosa di veramente straordinario, traghettando il mondo in una nuova era. Prima di tutto servendosi dell’audacia della speranza, titolo del volume uscito anche in Italia connotandosi del noto discorso introduttivo alla convention del Partito democratico che tanto entusiasmò il pubblico, rievocando quel prezioso ottimismo nel futuro, da lui definito appunto “audacia della speranza”. Questo libro è una biografia, ma non unicamente di un uomo, quanto delle trasformazioni avvenute nel pianeta negli ultimi anni: madre statunitense, padre keniano, patrigno indonesiano, giovinezza trascorsa alle Hawaii e in Indonesia, insomma la metafora della globalizzazione.
Il prologo del libro, anticipato da una deliziosa e significativa introduzione di Walter Veltroni, rappresenta la scelta di fondo di Obama: dedicarsi alla carriera politica. Senza reticenze egli mette in luce le complessità, i dubbi, le sconfitte, i successi di una strada ricolma di ostacoli da superare, di malintesi e sotterfugi, intrisa allo stesso da voci, richiami, quotidianità, sogni. Ricorda la sua prima candidatura per un incarico politico, circa dieci anni addietro, per un seggio nel corpo legislativo dell’Illinois, evidenziando l’entusiasmo nel condurre la prima campagna elettorale e la volontà esasperata di confronto, poi le difficoltà della candidatura al Senato superate sempre col confronto popolare; sono stati infatti i comizi elettorali a fargli conoscere quella parte di americani, secondo lui la stragrande maggioranza, con cui condividere gli ideali fondamentali intrisi di orgoglio, senso del dovere e spirito di sacrificio, per stabilire “un filo ininterrotto di speranza” a sostegno “dell’improbabile esperimento di democrazia”.
Obama è consapevole di come sia arduo discorrere in questi termini, nonostante il possesso di una lingua condivisa, in un’epoca come la “nostra”, delle aspre e incessanti lotte politiche e culturali, delle parole ambiziose impiegate per scopi cinici, degli interessi infiniti: vuole ristabilire “la rotta della nave americana” nuovamente verso il mito, in direzione del “Sogno”, quello descritto dai “vecchi” libri di storia. Afferma di non avere la presunzione di sapere come fare, ma di volerci provare: in ogni singolo capitolo evidenzierà, a grandi linee, il cammino che vorrà seguire, con riflessioni personali sui valori che l’hanno condotto alla vita pubblica, con le opinioni scaturite dall’esperienza da “senatore e avvocato, marito e padre, cristiano e scettico” in termini comprensibili da tutti, “senza grafici e diagrammi, programmi e piani”.
Giustificando nel suo essere democratico, la possibilità che alcuni lettori possano trovare parziale la sua presentazione degli argomenti, molto simile “agli editoriali del “New York Times” , a quelli del “Wall Street Journal”.
Barack Obama sottolinea come il suo essere nuovo sulla scena politica e il pensare alla società in un modo del tutto differente dal comune, potrebbero renderlo impopolare ma, allo stesso tempo, mette in luce come questo sia il secondo fine del suo libro, la sua volontà di “evitare le trappole della celebrità, il desiderio di piacere a tutti, la paura di perdere, salvaguardando quel fondo di verità” che aleggia su “i nostri più profondi impegni”.
Il leader afroamericano si sofferma sull’opinione non troppo positiva che gli elettori hanno in generale dei politici. Ad attanagliare questi ultimi è spesso la “paura”, l’emozione definita come “la più pervasiva e certamente la più distruttiva”, la sensazione di perdere e l’obbligo di doversi “leccare le ferite” in pubblico, fingendo sorrisi e stringendo apaticamente mani.
Analizzando il rapporto denaro - politica, il professore di Diritto Costituzionale descrive con quanta sfacciataggine alcuni dirigenti utilizzino i finanziamenti ottenuti da privati per lo svolgimento della campagna elettorale, per i propri vezzi, per “mantenere lo status e il potere; allontanando gli sfidanti e sconfiggendo la paura”. Il raccogliere fondi risulterà un’impresa umanamente poco gratificante, a volte mortificante, ma del tutto necessaria; si impara a ricevere dei “no” come risposta e a continuare a chiedere per fede nella politica; si praticherà la compilazione di questionari infiniti, stracolmi di domande inutili, magari rimandandoli alle organizzazioni, nella speranza che ad essere rinviato sia un assegno e non un’altra dozzina di fogli; si imparerà a riconoscere da uno sguardo le persone che possono far parte del proprio staff, ad essere riconoscenti nei confronti di chi sostiene e a cercare di risanare l’obbligazione per non ricadere nelle critiche dei sindacati.
Ma eccolo - senza disturbare affatto la trattazione - tornare agli anni del college, alla ribellione adolescenziale, al rifiuto dell’autorità di quegli anni, al ricordo degli insegnamenti dell’infanzia, ai valori che gli erano stati trasmessi dalla famiglia. Valori che ostinatamente Obama cercherà anche negli avversari politici, volendo trovare elementi unificanti, un senso condiviso nell’essere americani.
Obama vide per la prima volta
Tale apprezzamento per “the Bill of Rights” deriva dal suo aver trascorso una parte della sua infanzia in Indonesia e dall’avere ancora parenti in Kenya, Paesi in cui i diritti individuali sono soggetti all’esercito e ai capricci dei burocratici corrotti.
Obama Parla descrive una libertà intesa in senso “negativo”, ad un livello elementare, riferendosi alla tendenza del vicino ad “impicciarsi”, e di libertà in senso “positivo”, radicata nell’ottimismo di base nei confronti della vita, intesa come opportunità e insieme di valori secondari che aiutano a realizzare tali prospettive: valori d’indipendenza, miglioramento di sé e disponibilità a correre rischi, determinazione, disciplina, temperanza e duro lavoro, parsimonia e responsabilità personale.
Chiarendo la sua posizione sulla pena di morte, Obama evidenzia come il suo buon senso lo porti a definirla come un deterrente per niente efficace contro il crimine, ma allo stesso tempo è consapevole che esistono delitti così efferati - gli omicidi di massa, gli infanticidi, la violenza sessuale - da giustificare l’afflizione della massima pena. Altro tema toccato è quello della religione che, contrariamente a quanto fatto da Bush, non va usata, dice il 44° Presidente. come una clava, non può avere un valore puramente strumentale, non deve dividere, ma unire. Ugualmente il tema ecologico, visto come prioritario da affrontare, viene inteso come bene comune da tutelare, come ricchezza universale cui l’uomo deve rapportarsi con responsabilità e passione.
Obama critica la lettura del solito “copione” di ipocrisia che la maggior parte dei politici, in campagna elettorale e dopo, ostentano fieri; afferma di avvalersi in ogni situazione del valore dell’empatia, insegnatogli dalla madre, la quale, incitandolo alla riflessione, gli chiedeva: “ Come pensi che ti farebbe sentire?”. Il quadro della generosa e carismatica personalità di Obama non sarebbe completo se non si leggessero le numerose pagine dedicate, direttamente o indirettamente, alle figlie, alla moglie. Entra molto in profondità nel raccontare del suo primo incontro con Michelle, sua moglie, avvenuto presso lo studio legale dove entrambi lavoravano, le prime uscite a pranzo, il primo appuntamento, gli sguardi di lei e le sensazioni di chi aveva compreso che quella sarebbe diventata la donna della sua vita, descrivendola come una donna “intelligente, divertente, e assolutamente affascinante”. Obama sottolinea, riportando una serie di stime percentuali, di come siano cambiate le cose dagli anni cinquanta agli anni novanta fino ad oggi, per ciò che riguarda, ad esempio, i matrimoni e i divorzi, il sesso prima del matrimonio e le gravidanze in età adolescenziale. Prendendone visione si pone come sostenitore di un governo che non può avere il ruolo di censore della moralità sessuale, piuttosto, personalmente, incoraggia “i giovani ad avere maggior rispetto verso il sesso e l’intimità”, “le coppie a capire il valore dell’impegno e dei sacrifici che il matrimonio comporta”, stimolando genitori, congregazioni e programmi delle comunità locali a farlo insieme a lui.
Il cambiamento della famiglia americana risiede oltretutto, secondo Obama, nel fatto che oggi più del 70 per cento dei casi entrambi i genitori lavorano oppure separati e a badare al sostentamento della famiglia è uno solo. E’ Michelle a sostenere che “ il fardello della famiglia moderna grava maggiormente sulle spalle delle donne”, ma è lo stesso Obama a darle ragione, rivedendo sempre elementi della loro vita di coppia: riconosce che famiglie come la sua, dove non sono mai mancati i punti d’incontro e l’aiuto salvifico della mamma di Michelle, Marian, è raro trovarle in America. Vede la possibilità di intervenire, da parte del governo, “mettendo in atto strategie che rendano un po’ più facile giostrarsi tra figli e lavoro”, creando un servizio qualificato di assistenza per l’infanzia, più accessibile ad ogni famiglia.
La crisi finanziaria, la crescente insicurezza economica delle famiglie americane, le tensioni razziali e religiose interne al corpo politico, le minacce globali, dal terrorismo agli imminenti pericoli ecologici costituiscono punti da affrontare con decisione. Di fronte ai quali, sostiene il Kennedy nero, si rendono necessari investimenti pubblici nell’educazione, nella scienza e nella tecnologia e nell’energia come chiave per la creazione di nuove opportunità. Ma anche un ritorno allo spirito democratico e ai valori che sono alla base della Costituzione. E il coraggio di offrire un nuovo sogno ai cittadini statunitensi e a tutti i popoli del mondo. “L’audacia della speranza” è un libro sulla trasformazione del potere ma è principalmente la frase che disse il suo pastore e che ritornò alla memoria di Obama quando, in attesa di un suo intervento nella campagna elettorale a Boston, abbozzò il proprio discorso in una stanza di albergo a Springfield: gli passarono per la testa una serie di quadretti di vita comune, fatti di speranza, di sacrifici, di umiltà, orgoglio e “costante ottimismo a dispetto delle difficoltà”.
“Era il meglio dello spirito americano… avere l’audacia di credere, nonostante tutte le prove contrarie, che si po’ ricostruire un senso della comunità in una nazione lacerata dal conflitto; l’impudenza di credere che nonostante tutte le avversità personali… abbiamo un certo controllo - e pertanto la responsabilità - sul nostro destino”.
Sogno che un giorno i miei bambini possano vivere
in un paese che non li giudichi dal colore della pelle,
ma dalla qualità del loro carattere.
Ho un sogno oggi!
Martin Luther King - Waschington 28-8-1963
Da nord a sud una perfetta descrizione di questo paese alla rovescia
Nel libro Roba Nostra , Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, raccoglie gli articoli di una storia bruttissima fatta di soldi, politica e giustizia nel sistema del malaffare. Ricompone pezzo per pezzo i frammenti di una vicenda accaduta in Calabria e in Lucania dove si sta sperimentando un nuovo modello di Tangentopoli, diversa da Mani Pulite, più trasversale, più subdola, più oscura ed enigmatica al tempo stesso. Le storie che si intrecciano sono quelle di tre magistrati che con le loro indagini sono diventati famosi in questo paese: Henry John Woodcock a Potenza, Luigi De Magistris a Catanzaro e Clementina Forleo a Milano. Una lunga esposizione di inchieste giudiziarie che partono dalla Calabria (Poseidone e Why Not), alla Basilicata (Toghe Lucane), per risalire al nord con le inchieste di Bancopoli (le scalate bancarie ad Antonveneta e BNL), per tornare al sud con le inchieste sulla malasanità in Molise, dello scempio ambientale sui sassi di Matera, con le discariche in Puglia e i rigassificatori ad Agrigento, vicino alla Valle dei Templi.
Ha descritto dei nuovi comitati d'affari che hanno sostituito il vecchio sistema delle tangenti dagli imprenditori ai politici. Ma da cosa è costituito un comitato d'affari?
Prendiamo per esempio l'inchiesta Poseidone. Parte dal finanziamento da parte dell'Unione Europea di centinaia di milioni di euro per costruire dei depuratori in Calabria. I depuratori non sono mai stati costruiti e i soldi sono finiti nelle mani dei personaggi di questo comitato. Come è potuto accadere?
Tutto ciò accade in Calabria, quando la procura era retta da Mariano Lombardi (poi Dolcino Favi), quando nella GdF c'era il generale Cretella Lombardo, quando i politici erano e sono Nicola Adamo (DS), Giuseppe Galati (UDC), Lorenzo Cesa (segretario nazionale UDC).
Accade ancora, in Calabria, si tratta dell'inchiesta Why Not, dove era stata messa in piedi una struttura che dava lavoro con società interinali in cambio di consenso. E i personaggi si chiamano Antonio Saladino, l’ex magistrato Giuseppe Chiaravallotti (FI), Sergio Abramo (FI), Pietro Scarpellini (Margherita), generale Paolo Poletti della GdF e il faccendiere ed ex-giornalista Bisignani.
Obiettivo del comitato d'affari scoperto dall'inchiesta Why Not era mettere in piedi con i soliti finanziamenti pubblici consorzi pubblico-privati e dare un posto di lavoro alle persone che le
varie lobby segnalavano. Poco importa se poi queste imprese chiuderanno.
I lettori capiranno che chi eroga questi fondi e chi controlla il loro utilizzo (controllato e controllore) sono le stesse persone o persone dello stesso “comitato”.
In Toghe lucane la ragnatela del comitato d'affari vedeva i vertici della procura di Potenza (Vincenzo Tufano, Gaetano Bonomi, Felicia Genovese) ,
La ragnatela comprendeva i signori politici Filippo Bubbico (DS) e Vito De Filippo (Margherita), Nicola Buccico (AN). Ma quali i fini del comitato lucano?
Gestire i propri affari nella sanità (Michele Cannizzaro marito della pm Genovese) manipolando le nomine nelle ASL. L'affare dei villaggi turistici Marinagri finanziati direttamente dal CIPE (dove sedeva Bubbico e prima ancora Galati). Soffocare le poche inchieste giudiziarie che coinvolgevano i membri di questo comitato: l'omicidio dei fidanzati di Policoro, la scomparsa di Elisa Claps, la storia dei bachi da seta (per la fantomatica società Seta Italia), l'inchiesta sulle cellule staminali nella Asl di Matera.
All' improvviso ecco, un magistrato si mette ad indagare su questi casi, in Calabria e sui colleghi lucani per competenza, si chiama Luigi De Magistris. Indaga senza guardare in faccia a nessuno diventando improvvisamente un pericolo. Viene fermato, e Vulpio spiega bene ai lettori di questo saggio-inchiesta la strategia che viene messa in atto.
Si inizia con le centinaia di interrogazioni parlamentari su questo magistrato. Poi iniziano le ispezioni del feroce Arcibaldo Miller (cui è dedicato un delizioso specchietto sul suo passato durante il terremoto in Campania). E poi ancora arrivano le classiche lettere minatorie (di cui i bravi giornalisti non danno mai notizia). Infine, se ciò non bastasse, arriva il Clemente Mastella di turno, con la richiesta di trasferimento.
In quale regime totalitario si chiederanno i lettori, un ministro messo sotto indagine chiede il trasferimento del magistrato per conflitto di interessi ?
Quello che è accaduto a Luigi De Magistris viene replicato anche nel caso del Gip milanese Clementina Forleo, reo di aver messo sotto accusa alcuni dirigenti dei DS e di FI, per la vicenda delle scalate bancarie.
Nonostante i depuratori (virtuali) siano ancora lì, nonostante i consorzi non fanno nulla, nonostante le discariche in Puglia, lo scempio a Matera con i sassi, nonostante la sanità al sud costringa la gente a farsi curare altrove, i personaggi di questa fiction sono rimasti quasi tutti al loro posto e le inchieste sono state bloccate o archiviate. I poliziotti che hanno fatto le indagini per davvero sono stati trasferiti e il giornalista Carlo Vulpio, spiato, intercettato e messo sotto accusa, è stato costretto a difendersi in tribunale. Le speranze del sud in un cambiamento sono state nuovamente tradite.
Fabio Celi
Titoli che inondano il mercato. Che catturano i lettori. Un vero boom dell’editoria scandinava sta, negli ultimi tempi, invadendo il mercato librario. Un boom che parte da molteplici fattori e che ricopre molteplici fattori. Titoli come “Il mercato dei ladri” pubblicato da Corbaccio dello svedese Guillon o “Il sangue versato” di Larsson edito da Marsilio, si possono facilmente trovare in libreria e sono tra i più venduti del momento.
Le case editrici fanno a gara per pubblicare i libri presenti nel panorama svedese che hanno finito per travolgere il panorama mondiale tanto da essere tradotti in più lingue. Basti pensare che l’opera di Henning Mankell e del suo commissario Wallander ha venduto oltre 26 milioni di copie ed è stato di recente pubblicato anche in alcune lingue asiatiche. Titoli come “Il ritorno del maestro di danza” (Marsilio) o “Il cervello di Kennedy” (Mondadori) hanno avuto un successo strepitoso.
Cosa sta succedendo al giallo scandinavo? Senza dubbio l’apertura per il bibliofili verso nuovi mondi al di là di quello anglosassone. Ma, soprattutto, le bellezze naturali che si percepiscono sfogliando le pagine di questi best-sellers: laghi ghiacciati, distese imbiancate, sole a mezzanotte, città tranquille, villaggi ordinati, dove tutto scorre con compostezza, rispetto, imperturbabilità. Il mondo scandinavo per le sue ambientazioni è particolarmente affascinante. Ma non sono solo le bellezze naturali ad attrarre i lettori. Anche le questioni sociali. Così l’intreccio serve per trattare di questioni politiche, sociali, ambientali. Si ha la sensazione di trovarsi davanti a veri e propri trattati di sociologia. L’indagine sociale serve anche infatti per costruire il comune denominatore di questi gialli. Temi come la criminalità, l’alcolismo, l’immigrazione, la solitudine, il suicidio preoccupano profondamente oggigiorno una nazione come
La popolarità di questi thriller è dovuta anche al fatto che le plot, le trame, scandinave sono lontane dagli abituali cliché anglosassoni. Gli scandinavi, infatti, in un mondo globalizzato, si sono resi conto di essere all’altezza di certi strumenti con cui è possibile conquistare un pubblico “globale”. E lo fanno bene. Anzi benissimo. Una nuova moda è stata inaugurata. Una moda che ben presto è diventata anche un “modo”. Un paradiso perduto: anzi ritrovato. Per la gioia dei lettori.
«In quasi trent'anni di giornalismo, avevo felicemente ignorato il Vaticano e avrei continuato a farlo se non fosse stata la Chiesa cattolica a occuparsi molto, troppo, di me. E di altri cinquantotto milioni di connazionali». Da questo incipit si potrebbe pensare che il libro
Maltese riprende e amplia l'inchiesta pubblicata “a puntate” su la Repubblica, toccando differenti aspetti di tale rapporto, ognuno dei quali caratterizzato da una logica ben lontana dal concetto di reciprocità: la Chiesa può intervenire in qualsiasi momento negli affari italiani, mentre il contrario non può avvenire. E ciò non solo in osservanza a un patto sancito ottant'anni or sono come forma di “compensazione” della breccia di Porta Pia del 1870, ma soprattutto in virtù della diffusa consapevolezza da parte della politica che la Chiesa bene o male “porta voti” e quindi mettersi contro di essa ostacolerebbe la possibilità di accaparrarsi il tanto ambito voto cattolico. I vantaggi che la Chiesa cattolica ha ricevuto e – soprattutto negli ultimi anni – continua a ricevere dallo Stato non hanno dunque colore politico, tanto l'ultimo governo Prodi quanto le amministrazioni locali di centrosinistra non si sono comportati diversamente rispetto al centrodestra. Anzi, le rarissime voci di “dissenso” sono state sollevate proprio dagli enti locali, in particolare in riferimento alla questione dell'esenzione dell'Ici ai beni ecclesiastici, giudicata illegittima anche dalla Corte di Cassazione.
Ma la Chiesa sembra non accontentarsi nei numerosi vantaggi economici che riceve dai contribuenti, anzi arriva addirittura a pretenderne degli ulteriori, alcuni dei quali appaiono assolutamente evitabili, accampando tale presunto diritto proprio in ottemperanza agli accordi dei Patti Lateranensi e della loro revisione del 1984, che però nulla dicono a tal proposito.
Molto spesso il travaso di fondi pubblici a favore della Chiesa avviene inconsapevolmente per gli stessi contribuenti. È esemplare a tal proposito la ripartizione del gettito derivante dall'otto per mille dell'Irpef: sul totale solamente il 40,86% indica espressamente la destinazione e il 36,7% indica la Chiesa cattolica. Ciononostante, quest'ultima riceve il 90% dei fondi attribuiti (quasi 900 milioni di euro secondo la ripartizione del 2007) mentre alle restanti confessioni rimangono le briciole, dal momento che la distribuzione del totale avviene proporzionalmente alle destinazioni espresse. Dimostrazione questa di quanto le caratteristiche del rapporto tra Stato e Chiesa in Italia rappresentino un unicum in negativo rispetto agli altri Paesi, anche quelli in cui è presente una forte tradizione cattolica, come la Germania, dove vige il sistema della “decima” (i cittadini hanno la facoltà di scegliere se destinare l'8 o il 9 per mille del proprio reddito alla Chiesa) o la Spagna, dove le quote non espresse del cinque per mille rimangono allo Stato.
Il modus all'italiana non solo andrebbe contro al principio secondo cui uno Stato “o è laico o non è democratico”, ma sarebbe anche una contraddizione rispetto al dettato costituzionale, che all'articolo 7 dice che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.
Uno dei padri della democrazia americana, Thomas Jefferson scrisse: “Nessuno può venir costretto a partecipare o a contribuire pecuniariamente a qualsivoglia culto, edificio o ministero religioso”. Questo avveniva a cavallo tra il 18° e il 19° secolo, mentre nell'Italia di oggi, come scrive Maltese,«a ogni livello, nazionale e locale, i cittadini sono “costretti”, volenti o nolenti, consapevoli o meno, a contribuire pecuniariamente non a qualsivoglia culto ma uno solo».
La posizione dogmatica della Chiesa porterebbe a considerare come “doverosi” i vantaggi economici che essa riceve dallo Stato in virtù della fortissima vocazione cattolica della maggior parte della popolazione italiana. Ma in privato molti esponenti del mondo cattolico affermano l'impossibilità di adottare un sistema di contribuzione alle finanze religiose basato sulla volontarietà del donatore - come avviene in Stati con diocesi economicamente floride come la Germania o gli Stati Uniti – poiché in Italia “non si raccoglierebbe una lira”. In effetti, come documenta Maltese, nel nostro Paese il libero contributo al sostentamento del clero arriva a meno di venti milioni di euro annui, cinquanta volte in meno rispetto a quanto proviene dal solo otto per mille. E qui si apre la contraddizione tra una Chiesa cattolica che continua a pretendere sempre maggiori vantaggi economici da parte dello Stato sulla base dell'assioma che
Maltese inoltre non mette in discussione il fatto che la Chiesa assolva oggigiorno a delle funzioni di welfare e di assistenza sociale che lo Stato da solo non è più in grado di garantire, ma dimostra quanto sbagliata sia l'idea molto radicata che la Chiesa si serva dei fondi che riceve quasi unicamente per assolvere a tali scopi. I dati dimostrano l'esatto contrario: dei fondi provenienti dall'otto per mille poco più del 20% sono destinati a realizzare interventi definiti di “carità”, solo l'8,6% del totale vanno per opere nel Terzo Mondo; il resto viene diviso tra “edilizia di culto” e stipendio dei sacerdoti. Alle vittime dello tsunami dello 2004 la Chiesa destinò solo 3 milioni di euro (lo 0,3% dell'otto per mille), in barba alle sbandierate campagne mediatiche che invadono i palinsesti televisivi nei mesi precedenti la dichiarazione dei redditi.
L'assurdità di tale aspetto si acuisce se si pensa che il governo Prodi con la Finanziaria del
Il capitolo otto per mille rappresenta solamente uno dei tanti capitoli di spesa che vanno a costituire la “questua” che lo Stato italiano, direttamente o tramite agevolazioni di varia natura, versa alla Chiesa cattolica. Maltese approfondisce numerose altre voci di spesa: l'esenzione dell'Ici, dell'Irap, dell'Ires; i vantaggi che foraggiano il gigantesco business del turismo religioso; i fondi pubblici che i Comuni versano come oneri di urbanizzazione secondaria; l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pagato con denaro pubblico.
Le reazioni stizzite che le gerarchie ecclesiastiche e i loro rappresentanti hanno riservato all'inchiesta di Maltese rappresentano un'ulteriore dimostrazione di come il rapporto tra Chiesa e Stato non si configuri sulla base della massima di Cavour “libera Chiesa in libero Stato”, ma di come la Chiesa non voglia che dall'esterno ci si interessi agli affari propri (nel senso economico del termine), anche quando le proprie fonti di finanziamento arrivano proprio dall'esterno e quando questa fonte sia una sola e riceva dalla stessa Chiesa commenti e interferenze incessanti sulle proprie attività interne.
Ma l'inchiesta di Maltese va anche oltre, rappresentando una delle rarissime voci del panorama della cultura e dell'informazione che affermano l'insindacabile principio della laicità dello Stato, dote che nel nostro Paese sembra ormai caduta in disuso, ma che necessita invece di essere rilanciata con forza.
Dalla Calabria al centro dell’inferno
Ci deve essere un centro da qualche parte. E se esiste, può essere davvero il centro dell'inferno…
nulla di sostanziale è mutato, se non l’espansione del potere criminale nell’economia e nella politica della Calabria…
Il novecento è stato per la ‘ndrangheta l’età dell’oro…
di Antonio Liotta
INTERVISTA SU ETICA E DIRITTO
Protagonista assoluto di questo libro – edito da Laterza – è il Prof. Gustavo Zagrebelsky, illustre costituzionalista e già presidente emerito della Corte Costituzionale, una delle voci più vive all’interno del dibattito politico-culturale del nostro paese, soprattutto nell’ambito dei rapporti tra la realtà giuridica e i temi legati all’etica e alla morale.
Già in alcuni articoli comparsi, negli ultimi anni, su vari quotidiani nazionali, Zagrebelsky aveva affrontato questioni di interesse generale con forti implicazioni etiche, parlando esplicitamente di eutanasia, ricerca sulle staminali, famiglia e convivenza. In questo libro, invece, raccoglie gli spunti di riflessione posti dalle domande del suo interlocutore – un altro docente universitario, Geminello Preterossi, dell’Università di Salerno - per chiarire la propria idea più generale sulle relazioni tra la legge positiva e le norme morali, posto che il contesto plurale e multiculturale della nostra società rende inevitabile il confronto tra visioni etiche e modelli di riferimento molto diversi, quando non contrapposti.
Uno dei pregi maggiori dell’opera sta proprio nell’impostazione generale scelta dagli autori: nonostante la materia trattata sia ostica e i problemi sollevati gravidi di conseguenze sul piano della teoria e del metodo, la forma dialogica facilita il coinvolgimento del lettore e sembra rispondere all’esigenza di rendere più agevole la lettura di un testo incentrato interamente sul diritto. Inoltre, il linguaggio tecnico viene controbilanciato da una struttura argomentativa chiara, in cui i concetti-cardine vengono via via specificati, facendo ricorso non solo al lessico giuridico. Costante – ed illuminante – è l’uso di metafore ed immagini che rendono bene il senso dei ragionamenti, così come non mancano i richiami chiarificatori ai classici greci (i “Discorsi sulla legge” di Senofonte e Sofocle, per esempio), i riferimenti più disparati ad eventi storici “di svolta” e a concezioni filosofiche che hanno condizionato visioni del mondo ed abitudini mentali. Altra peculiarità sono le numerose citazioni tratte dalla Bibbia, che “non è fonte del diritto” ma “ci richiama ai problemi fondamentali, credenti o non credenti che si sia”.
Ne viene fuori una breve (ma intensa) lezione di diritto, che Zagrebelsky tiene senza salire in cattedra, con lo spirito ben diverso di chi vuole mettere in gioco la propria visione sul senso della legge e della Costituzione, confrontandosi con un interlocutore tutt’altro che arrendevole, sempre pronto ad incalzarlo con nuovi interrogativi.
La prima parte del libro è quella più personale, nella quale Zagrebelsky racconta il suo percorso di graduale scoperta dell’universo del diritto: dal primo, fugace incontro con la parola “Costituzione” – una volta sola in tredici anni di studi cattolici, in un’epoca, gli anni ’50, in cui “la Costituzione era semplicemente ignorata” - alla decisione di intraprendere gli studi presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino (nella quale oggi insegna Diritto e Giustizia costituzionale), mosso non da una particolare inclinazione o passione per le materie giuridiche, ma indirizzato più che altro dalle circostanze contingenti (“la forza d’inerzia e dell’imitazione”). Quindi, la scelta di dedicarsi al diritto costituzionale, che in quel periodo non esercitava una grande attrazione per gli studiosi di legge e che, tuttavia, percepì - indipendentemente da una scelta propriamente politica - come lo strumento per la continuazione ideale dell’antifascismo e la realizzazione delle speranze di libertà e giustizia sociale.
Dal secondo capitolo in avanti, si entra, invece, nel vivo della riflessione e il discorso si concentra subito su uno dei problemi fondativi della scienza giuridica, quello del dualismo tra “diritto” e “giustizia”, tanto vicini nella teoria quanto distanti nella pratica. Alla diffusa critica secondo cui la legge avrebbe a che fare più col potere che con la giustizia – riassumibile nella massima weberiana per cui “la legge non è altro che il monopolio della violenza legittima” – Zagrebelsky risponde che, fin dall’antichità, la legge (nòmos) è sempre stata collocata in un punto d’incontro (anche se non sempre d’equilibrio) tra potere (bìa) e giustizia (dìke), anche perché una legge che negasse alcun rapporto con la giustizia non sarebbe nemmeno concepibile. Eppure ammette che questo rapporto, “non perché inesistente, ma perché totalmente non giuridico, o esclusivamente morale”, è stato per lungo tempo ignorato dal positivismo giuridico.
Il problema centrale sta, quindi, nell’interrogarsi su cosa possa intendersi per “giustizia” e nell’indagare i suoi rapporti con la legge, quale prodotto della volontà di un legislatore sovrano. Tutte le volte che il legislatore da sovrano si è trasformato in onnipotente – precisa Zagrebelsky - ciò non è accaduto perché il lato della giustizia sia stato distrutto dal potere ma perché il potere è riuscito a farsi portavoce di un ideale universale di giustizia, col quale ha rivestito la propria volontà. È quanto accaduto, in maniera emblematica, durante la dittatura giacobina, che aveva divinizzato la legge per mezzo di un sigillo incontestabile di verità e aveva individuato nel tribunale rivoluzionario lo strumento capace di dispensare la giustizia; o durante i regimi totalitari, che non potevano che reggersi sul totalitarismo giuridico per controllare qualsiasi aspetto della vita associata.
La posizione di Zagrebelsky (che gli è valsa l’accusa di relativismo) è che un concetto di giustizia assoluta, universale, non può sussistere, e chi crede di averlo trovata una volta per tutte rischia di cadere nel fanatismo o nel dogmatismo. Tuttavia, la soluzione non sta nel rinunciare alla ricerca (che significherebbe svilire la nostra stessa natura umana) ma nel promuovere un’idea del diritto come via per la convivenza tra le diverse concezioni della vita giusta, partendo ovviamente da un nucleo minimo di valori fondamentali comuni. Più corretto, a suo dire, parlare di “giustezza o ragionevolezza del diritto”, per indicare una relazione di adeguatezza pratica con qualcosa di esterno alla legge, con una realtà di tipo culturale (intrisa, quindi, anche di concezioni e visioni etiche diverse).
In questo quadro generale, la Costituzione si colloca come lo strumento adatto a ricomporre questo dualismo, perché essa rappresenta, secondo Zagrebelsky, proprio il lato sostanziale del diritto che a che fare con
Ma al di là della razionalità tecnica del legislatore costituente, il terreno della Costituzione è anche passionale, emozionale perché solo nel momento in cui si incarna nella storia di un popolo e diventa parte costitutiva della sua cultura, la Costituzione cessa di essere un pezzo di carta per diventare “elemento di rottura rispetto al passato, come fondazione di una nuova continuità verso il futuro, base e condizione di crescita civile”. Il fatto che in ballo ci siano anche elementi emozionali è dimostrato dall’impatto psicologico che la difesa della Costituzione ha esercitato e continua ad esercitare sugli animi – precisa Zagrebelsky - ricordando l’esito negativo del progetto di riforma costituzionale sottoposto di recente al voto popolare in Italia.
Zagrebelsky non perde l’occasione per valutare la “tenuta” della nostra Costituzione a distanza di 60 anni dalla sua approvazione, sottolineando che essa continua ad essere percepita come “propria” da una parte della cittadinanza che vi rintraccia delle radici comuni e la intende come fattore di riconoscimento tra generazioni. Sono più che altro i politici, sempre lanciati in progetti di riforma, e gli stessi costituzionalisti, pronti a sottoporla a continue scomposizioni e ricomposizioni, ad aver puntato il dito sul “processo di invecchiamento della Costituzione” e ad aver perso di vista il suo valore come prospettiva d’insieme, confinandola nelle biblioteche prima e nelle istituzioni politiche e giudiziarie poi.
Questa concezione della Costituzione si collega con la teoria del “diritto mite”, già formulata da Zagrebelsky in un’opera del 1992 (Il diritto mite. Legge, diritti, giustizia), in cui il diritto si configurava come strumento della convivenza fra diversi, piuttosto che come coercizione del più forte sul più debole, un diritto della ragionevolezza e della moderazione. Una teoria che si è esposta a numerose critiche e fraintendimenti, tra cui nuovamente l’accusa di essere una teoria relativista e, in ultima istanza, nichilista; ma che in definitiva non fa altro che constatare che, nel nostro tempo, la certezza del diritto è minata da diversi fattori che riguardano una società ormai multiculturale. Il diritto mite riconosce che il multiculturalismo - mettendo a confronto storie e culture estranee le une alle altre, quando non conflittuali - è ormai una sfida di portata globale: per questo assume un’idea di cittadinanza aperta, basata sul reciproco rispetto, e non si cristallizza nella difesa ostile di un’identità definita a priori. La sede dei valori non è lo Stato (il che scongiura il pericolo di un’etica di stato), ma la società stessa, che deve configurarsi come “inclusiva” e mirare alla convivenza pacifica, attraverso riconoscimenti e tolleranza.
Le soluzioni al problema prospettate finora sono state fallimentari: da una parte, la “co-esistenza senza con-vivenza”, che si risolve in un regime di separazione e può sfociare in segregazione (vedi la ghettizzazione dei neri negli Usa o il regime dell’apartheid in Sud Africa); dall’altra, l’integrazionismo, che mira ad una società omogenea attraverso l’egemonia della cultura dominante, e la cui vera natura sta nell’assimilare membri di comunità diverse riducendoli ad individui sradicati. La strada che Zagrebelsky intende percorrere è, invece, quella dell’interazione, che è il contrario del separatismo e dell’integrazionismo. Interazione significa che “nessuno deve assumere il monopolio di verità possedute una volta per sempre” (anche da qui il titolo dell’opera, La virtù del dubbio), significa combattere l’universalismo, la pretesa che un’unica concezione etica possa essere valida: questo vale ancora di più oggi, in una società in cui la conflittualità tra visioni del mondo è ancora più esacerbata dal confronto-scontro tra l’Occidente e l’Islam, in cui le religioni (cristiana e musulmana) si pongono come depositarie di verità incontrovertibili. Ma il problema fondamentale della formazione di una società a culture multiple non riguarda solo la convivenza con comunità etnico-culturali diverse dalla nostra, con cui veniamo a contatto soprattutto per via dei fenomeni di immigrazione e di globalizzazione. Bisogna cercare di ricucire le divisioni profonde tra etiche diverse, laica e cattolica soprattutto, su temi centrali quali le concezioni della vita, della famiglia, del matrimonio.
Le feconde riflessioni di Zagrebelsky si estendono, infine, all’idea utopica di una res publica universalis, uno Stato cosmopolitico, sulla scia del progetto di Kant (illustrato, già nel
La creazione di questa res publica universalis non può che derivare da una comunità di diritto e di diritti, che poggi su alcuni principi che tendono a diventare comuni a tutti i popoli, racchiusi nelle costituzioni nazionali e in numerosi convenzioni internazionali: valori come la dignità, l’uguaglianza, i diritti umani,
Un mare di gente
a flutti disordinati
s'è riversato nelle piazze,
nelle strade e nei sobborghi.
È tutto un gran vociare
che gela il sangue,
come uno scricchiolio di ossa rotte.
Non si può volere e pensare
nel frastuono assordante;
nell'odore di calca
c'è aria di festa.
Giuseppe Ayala partecipò sin dall'inizio all'attività del pool antimafia, rappresentando in aula la pubblica accusa nel primo maxiprocesso, a sostegno delle tesi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e della procura di Palermo di fronte ai boss e ai loro avvocati. Ayala fu sempre al fianco dei due magistrati e ora, a sedici anni dalla loro morte, pubblico un suo volume di esperienze e ricordi di quel periodo dal titolo "Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino" (Mondadori, pp.200, €17,50), nel quale viene ricostruita l'attività quotidiana del pool, i viaggi per le rogatorie internazionali, l'impegno di lavoro condiviso, le vacanze passate insieme, fino a quando, dopo i primi grandi successi, la diffidenza e l'indifferenza di molti iniziarono a danneggiarli, oltre che isolarli.
Oggi Ayala ha deciso di raccontare la sua verità su Falcone e Borsellino, ricordandone il fondamentale contributo alla lotta alla mafia e le attualissime riflessioni sulla Sicilia, su Cosa nostra, sulla giustizia e la politica; ma anche registrando e dando conto al lettore della loro travolgente ironia, della reciproca gioia di vivere, delle passioni umane e private, di quel visuto quotidiano che raramente si è avuto modo di conoscere con tanta dovizia di particolari. Ne deriva un quadro che riporta al centro dell'attenzione le enormi difficoltà da affrontare quando si ha a che fare con la criminalità organizzata, nutrita da silenzi, complicità, "disattenzioni" e colpe di una Sicilia e di un'Italia, che in fondo non sono troppo cambiate rispetto ad allora.
Giuseppe Ayala, come mai ha deciso proprio ora di pubblicare questo libro?
Finché sono stato in politica ho pensato fosse meglio lasciar stare, affinché non si pensasse che andassi cercando pubblicità, visto che all'inizio fui accusato di aver sfruttato le mie amicizie per andare in Parlamento, quando in realtà ero stato eletto prima delle tragedie del '92. Tutta questa serie di cose mi hanno frenato, poi quando sono rientrato in magistratura ho ritenuto opportuno fosse arrivato il momento di fare questa riflessione innanzi tutto con me stesso, per poi trasferirla agli altri che leggeranno il libro.
Nel racconto dei rapporti tra Falcone e Borsellino, lei restituisce al lettore due figure molto umane, a tratti ironiche, due personalità che tra loro avevano anche orientamenti politici diversi. Cosa è rimasto oggi di quel tipo di approccio collaborativo e professionale in coloro che hanno lavorato con loro e continuano ad occuparsi di mafia?
Mah, quelli che siamo rimasti siamo tutti legati, anche se magari non ci frequentiamo, non ci vediamo assiduamente, da un'amicizia molto profonda, molto forte. Penso a Di Lello, ma ne potrei citare molti altri. Perché abbiamo vissuto per dieci anni, non per un periodo breve, un'avventura straordinaria, ed è quindi inevitabile che il legame rimanga. E questo spiega anche perché per tutti noi, non soltanto per me, la ferita delle stragi del '92 è una ferita che non si potrà rimarginare mai.
Siamo all'anniversario della strage di Capaci. Ci sono ancora zone d'ombra da chiarire?
Io intanto rilevo questo, che sia quella di Capaci, sia quella di via D'Amelio, non sono rimaste stragi impunite, come purtroppo in Italia tante altre. Che poi sia stata fatta luce su tutta la verità, io questo francamente non lo posso dire. Però sicuramente sono stati condannati i vertici di Cosa nostra, quindi un risultato importante c'è stato. Che ci possa essere dell'altro, qui ci avventuriamo nella dietrologia, e non è un settore che amo frequentare.
In un altro libro, uscito per "Chiare lettere", dal titolo "L'agenda rossa di Paolo Borsellino", si ipotizza che il magistrato, indagando sulla morte del suo amico, era venuto a conoscenza di altre collusioni tra politica e mafia, come lo stesso Borsellino accenna nella sua ultima intervista rilasciata a un giornale francese. Lei cosa ne pensa?
Io non ho nessun elemento per confermarlo, ma non ho neanche nessun elemento per escluderlo... Certo, il fatto che l'agenda che stava lì, nella sua borsa, nella sua macchina, non si sia trovata, legittima degli inquietanti interrogativi. Ma oltre questo non posso andare, non saprei che dire.
Parlando del suo libro, lei ha detto che la mafia, rispetto agli anni delle vostre indagini, ha cambiato aspetto, mettendo da parte la sua natura violenta, facendo posto a quella maggiormente dedita a infiltrazioni e connivenza con le amministrazioni e il potere politico in genere. Quale tipo di mafia è più pericolosa, e più difficile da combattere?
Non c'è dubbio che la più difficile da combattere sia la seconda, cioè quella che rifugge dal clamore, dai riflettori che si accendono quando c'è l'attacco diretto e violento allo Stato. Diventa più subdola quando si infiltra, ed è quindi molto più difficile da colpire. Quello che mi sento di poter dire con una certa sicurezza è che i legami con la politica e la burocrazia siano ancora molto solidi. Ma è vero anche che ci sono altri segnali che incoraggiano alla speranza, segnali positivi: penso agli imprenditori che si ribellano al pizzo, alla Confindustria che prende posizione per sostenerli, ad associazioni come "Addio pizzo" che combattono contro l'estorsione. Dei segnali confortanti ci sono; ma finché non scioglierà il nodo dei legami tra mafia e politica, noi continueremo a parlare dello stato attuale della forza della mafia, e non riusciremo mai a sconfiggerla. Ecco perché ho voluto titolare in questo modo il mio libro: se abbiamo paura della mafia, ci facciamo uccidere tutti ogni giorno.
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