2008-10-28
Rosario Livatino, un modello di magistrato
Sottofondo
di Fabio Celi
Fu freddato, senza pietà, da quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra.
La risposta ad una morte così tragica è presente nel cuore della sua professione e del suo impegno. Come giudice a latere del Tribunale aveva, infatti, deciso di far parte del collegio chiamato a decidere sulla proposta di confisca dei beni a quattro presunti potenti mafiosi locali. Tra questi anche i capi famiglia della sua stessa Canicattì.
E Livatino non prendeva affatto il suo lavoro alla leggera.
Scrisse e firmò sentenze a tutto spiano. Secondo dati forniti tempo addietro dalla Procura della Repubblica di Agrigento, tra il 1984 e il 1988 è stato proprio lui il magistrato più prolifico, al quale tra l'altro si concede il primato per i procedimenti, per le richieste di rinvio a giudizio e per la proposta di impugnazioni.
L' uccisione del giudice fu decisa ed eseguita dalla Stidda per dare un segnale chiaro di potenza militare agli avversari di Cosa nostra. Un modo anche per pareggiare la spietata eliminazione da parte della mafia del giudice Antonino Saetta e del figlio Stefano, canicattinesi trucidati due anni prima.
La sua eliminazione volle allora avere una doppia funzione, di vendetta ma anche preventiva. Una decisione che veniva presa tra l'altro in un momento di profondo e sanguinoso scontro mafioso.
E' stato un uomo che ha saputo coniugare tenacia ed equilibrio nell'esercizio dell'azione giudicante. Prendiamo esempio dal suo coraggio e dalla sua umiltà.
Svolgeva il suo lavoro senza pregiudizi, con rigore e senza troppo clamore.
Impegniamoci senza tregua ad estirpare dalla nostra terra ogni radice marcia, per far germogliare invece semi di speranza, affinche' ci sia un futuro di liberta' e di prosperita', dove non c'e' posto per i mafiosi, in nessun stato e grado della societa' italiana.
Rosario Livatino morì perchè era un giudice integerrimo e capace che faceva il proprio dovere, come lo fanno oggi tanti magistrati impegnati contro tutte le mafie in tutto il resto del paese e dell’europa.
Morì perchè con le sue inchieste era andato a toccare gli intrecci, ancora oggi vivi, fra mafia e politica.
Secondo la sentenza, Livatino venne ucciso perché perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioé una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia.
Un giovane magistrato che ha sacrificato la propria vita per estirpare da questa terra il cancro della mafia.
Rosario Livatino incarna un modello ideale di magistrato, sia requirente che giudicante, che tutti i cittadini vorrebbero avere. Un magistrato cioè privo di pregiudizi ideologici, che valuta le persone sottoposte al suo giudizio per quello che hanno commesso e non per quello che appaiono e comunicano.
Un giudice che sappia essere sereno e autenticamente indipendente e che non prende anticipate posizioni sulle questione sulle quali dovrà esprimersi. Un magistrato, dunque che sappia essere puramente e semplicemente un buon giudice.
Rispettiamo oggi la sua memoria ed il suo impegno operando per cancellare l’immagine di quella politica che allora come oggi critica e deride in privato lo zelo e l’impegno antimafia e poi magari si va vedere alle commemorazioni.
Ricordare oggi Livatino significa operare a 360 gradi in tutti i settori della società civile affinchè sia garantita l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, per darle le risorse e gli strumenti necessari perche' svolga con sempre maggiore efficacia la propria azione.
Ma significa anche non cercare sempre di screditare i magistrati impegnati in prima linea, come ha piu' volte fatto qualche esponente delle istituzioni, nel passato come nel presente, solo per il fatto che portano avanti inchieste scomode per alcuni settori della politica.
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