2008-10-04
A trent’anni dalla legge 180, nel ricordo di Basaglia
Senza Filtro
di Matteo Davide Scorza
Trent’anni fa, il 13 maggio 1978, veniva approvata dal Parlamento italiano la legge 180 (“Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”), meglio conosciuta come “legge Basaglia” dal nome di uno dei suoi principali promotori in ambito psichiatrico. La legge 180 confluirà nel corso dello stesso anno nella legge 833, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale.
Ancora oggi, a distanza di trent'anni, la legge 180 regola il quadro legislativo dell'assistenza psichiatrica in Italia, nonostante abbia subito nel corso degli anni numerosi tentativi di modifica, talvolta anche radicale, del suo impianto sia giuridico che culturale in senso lato. Anche questo aspetto testimonia l'importanza che tale legge, anche in virtù del suo carattere intrinsecamente controverso, ha acquisito all'interno del dibattito pubblico in materia. Tuttavia, al di là delle differenti valutazioni (politicamente o sociologicamente determinate) che la legge Basaglia ha ricevuto, essa ha rappresentato una pietra miliare in campo psichiatrico, una vera e propria rivoluzione nel modo di affrontare la malattia mentale, effetto di un'epoca in cui i cambiamenti socio-culturali avevano messo in discussione i canoni sociali di valutazione tradizionalmente accettati, che si è riflesso in campo psichiatrico sulla diffusione di nuovi metodi di cura del malato mentale.
Essa stabilì la chiusura definitiva dei manicomi e sancì la diffusione sul territorio nazionale dei servizi di igiene mentale pubblici. Questo importante cambiamento,oggi, determina una serie di effetti rilevanti. Innanzitutto, la possibilità per il malato di uscire dal contesto claustrofobico e detentivo del manicomio, per poter tornare nel più ampio contesto sociale di appartenenza, all'interno del quale provare a reintegrarsi. In secondo luogo, viene chiamato in causa un approccio di cura totalmente differente rispetto al passato: non più una terapia basata su metodi di contenimento fisico del malato, sul ricorso massiccio e invasivo ai farmaci, e troppo di frequente alla terapia elettroconvulsivante (che, purtroppo, viene usata ancora oggi in numerosi casi); bensì delle modalità di trattamento più “umane”, focalizzate sull'individualità del malato, finalizzate a evitare una sua oggettivazione e a incentivare le sue capacità in quanto essere umano. Passando da un sistema di trattamento “negativo” a uno “positivo” si è inoltre iniziato a pensare a un metodo di prevenzione che superasse la logica della cura contenitiva e contemporaneamente promuovesse l'adozione di determinati stili di vita utili a garantirsi non solo la salute fisica ma anche quella mentale.
A un livello più alto, la legge 180 e, prima ancora della sua promulgazione l'introduzione all'interno dei manicomi di tecniche innovative di cura, hanno comportato almeno due svolte nel modo comune di pensare alla malattia mentale e di rapportarsi ad essa. In primo luogo è stato incrinato, almeno parzialmente, l'assioma di origine lombrosiana della sua “incurabilità”, della sua presunta origine di carattere genetico, e quindi dell'impossibilità di pensare a un sistema di cura efficace che non comportasse la segregazione fisica del malato. Contro questa idea Basaglia e soci hanno invece proposto un impianto di cura che ne rafforzasse l'individualità anziché reprimerla (come avveniva all'interno dell'istituzione manicomiale) definendo l'origine socialmente determinata della malattia mentale, in quanto tale trattabile in maniera differenti a seconda dei singoli casi.
Ma attraverso la legge 180 si è tentato di andare ancora oltre, tentando di spezzare il forte legame esistente nell'immaginario collettivo tra malattia mentale e pericolosità sociale. Mettendo in dubbio l'idea stessa dell'esistenza di una connessione logica tra questi due fattori (che rappresenta una delle principali “giustificazioni” teoriche del valore positivo dell'istituto del manicomio come struttura che garantirebbe una maggiore sicurezza segregando i “pazzi” in quanto individui socialmente pericolosi) si è potuto allestire un impianto normativo che favorisse appunto modalità di trattamento della malattia mentale centrate sulla reale cura e non sulla segregazione. Anche il giudice delle leggi ha successivamente recepito questa indicazione, superando progressivamente, attraverso una serie di sentenze e ordinanze, l'idea di questa presunta corrispondenza.
L'impianto giuridico della legge Basaglia è fortemente centrato sulla diffusione di un metodo di cura che rispetti la volontà e l'individualità del malato, laddove, all'articolo 1 si stabilisce la volontarietà degli accertamenti e dei trattamenti sanitari, mentre all'articolo 3 si afferma che il trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera per malattia mentale dev'essere disposto dal sindaco, corredato da motivata proposta medica, e notificato dal giudice tutelare. Anche un prolungamento del TSO oltre il settimo giorno, che si può peraltro chiedere di revocare o modificare, deve essere adeguatamente motivato dal responsabile del servizio psichiatrico.
La promulgazione della legge 180 ha rappresentato quasi il traguardo di un percorso ideale caratterizzato da una progressiva ridefinizione dei metodi terapeutici in campo psichiatrico iniziato già da diversi anni, il cui merito va ascritto a un gruppo di pionieri della moderna psichiatria, tra cui Franco Basaglia.
La figura del professore veneziano ha rappresentato il simbolo della battaglia ideologica e culturale che a cavallo tra gli anni '60 e '70 si batté contro una visione della psichiatria come strumento di controllo sociale piuttosto che di cura, attirandosi su di sé anche le inimicizie e l'ostruzionismo di numerosi ambienti. I metodi di cura di Basaglia e della sua equipe sono tuttavia passati indenni anche alle calunnie e a vicende giudiziarie torbide che lo hanno coinvolto direttamente, che però non hanno fatto altro che avvalorare tali metodi.
Forte della lezione teorica di Bentham, Foucault e Goffman sul controllo esercitato dalle istituzioni sociali, Basaglia tentò di applicare le sue teorie moderne già in campo accademico, da cui si allontanò ben presto a causa della cattiva accoglienza che ricevette. Da lì in poi diresse l'ospedale psichiatrico di Gorizia, successivamente quello di Parma e infine quello di Trieste. All'interno di essi introdusse il modello della “comunità terapeutica”, con l'apertura dei cancelli dei reparti, la possibilità per i malati di tornare all'esterno del manicomio, un nuovo rapporto medico-paziente basato sulla cura e non sulla detenzione.
Già a fine anni '60 parte dell'opinione pubblica e del mondo dei media puntava la propria attenzione sulle condizioni disumane in cui versavano i degenti dei manicomi italiani e da molti settori si cominciava a reclamare la necessità di una riforma che ridefinisse i principi dell'assistenza psichiatrica. Nel frattempo i metodi di cura “alternativi” riscuotevano un consenso sempre maggiore sia nella società civile che all'interno della comunità scientifica, con la nascita nel 1971 di “Psichiatria Democratica”. L'applicazione dei metodi proposti da Basaglia trovarono il loro esempio più virtuoso all'interno del manicomio di Trieste, al cui interno vennero istituiti dei laboratori di pittura e di teatro e crea una cooperativa di lavoro per i pazienti.
La promulgazione della legge 180 non è che la naturale evoluzione, che va oltre la trasformazione della vita all'interno dell'ospedale psichiatrico, e anzi ne comporta la chiusura in quanto simbolo di un metodo superato di affrontare la malattia mentale. Al suo posto viene costruita una rete di servizi esterni di assistenza della persone affette da disturbi mentali, e più in generale viene rifiutato il ruolo della psichiatria come motore di esclusione del "malato mentale" e come meccanismo che simula la risoluzione delle contraddizioni interne alla società credendo sia sufficiente allontanarle da sé.
A distanza di trent'anni dalla promulgazione, la legge 180 sicuramente non ha ancora esaurito il proprio ruolo di motore di cambiamento né, tuttavia, ha messo in atto tutte le proprie “potenzialità”. Alcuni settori faticano tutt'ora a digerire una riforma così radicale, che tocca uno dei nodi critici di funzionamento delle società moderne, cioè l'organizzazione dei meccanismi di “autodifesa” rispetto a possibili fonti interne di contraddizione.
Uno degli elementi che hanno impedito una rapida e capillare attuazione della legge 180 riguarda il fatto che essa era demandata alle Regioni, le quali hanno legiferato in maniera eterogenea, con il risultato che solo a metà anni '90 si completò la chiusura di tutti i manicomi, mentre permangono ancora oggi in diverse realtà metodi di cura disumani che la legge Basaglia vieta. Ma soprattutto rimane un gap di natura strettamente culturale (sotto la cui lente si possono forse leggere le numerose proposte di riforma avanzate nelle ultime legislature), che porta molti a storcere il naso di fronte a un metodo di trattamento del malato mentale considerato eccessivamente “liberale”, che non prevede alcuna forma di segregazione tra i “malati” e i “sani”, che non è definito aprioristicamente ma adattato all'individualità dei pazienti. Anche su questo ha provato a lavorare chi volle fortemente questa riforma ma forse, in questo caso, lo scarto tra evoluzione sociale ed evoluzione di pensiero rimane troppo ampio da colmare.
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