2008-12-01

John Fitzgerald Kennedy, 1000 giorni di passione finiti nel sangue

Futuro passato
di Domenico Iozzo

A 45 anni dalla sua morte, l’elezione di Obama rappresenta l’alba del risveglio democratico

Quarantacinque anni fa, il 22 Novembre del 1963, moriva assassinato a Dallas con un colpo di fucile alla nuca, John Fitzgerald Kennedy. Con lui moriva il sogno della democrazia americana che aveva accompagnato ed entusiasmato gli elettori per soli 1000 giorni. Eletto presidente degli Stati Uniti d’America, assunse la carica nel gennaio del 1961 all’età di 43 anni; secondogenito di 9 figli, fu il primo presidente cattolico della storia americana, il primo presidente nato nel XX secolo e, purtroppo, il più giovane a morire mentre era ancora in carica. Celebre sostenitore della libertà e dei valori democratici, convinto portatore di uguaglianza e fervido divulgatore di concetti di pace e solidarietà sociale, fu una figura amatissima dal popolo americano ma odiata spesso ai vertici del potere. Indimenticabile il discorso inaugurale in cui parlò così del bisogno di tutti gli americani di essere cittadini attivi: “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”. In uno dei famosi discorsi della Nuova Frontiera, chiese alle nazioni del mondo di unirsi nella lotta contro ciò che chiamò “i comuni nemici dell’umanità...La tirannia, la povertà, le malattie e la guerra”. Dopo queste parole la storia, e non solo quella americana, cambiò.

La carriera politica brillante e l’appoggio della famiglia lo portarono alla poltrona presidenziale, per lui a volte molto scomoda: la politica estera ad esempio lo vide occupato nella soluzione del critico rapporto con Cuba originato dai numerosi attentati terroristici avvenuti durante il precedente governo Eisenhower in attuazione del piano mirato a rimuovere il leader socialista Fidel Castro dalla guida dell’arcipelago caraibico. In seguito al fallito tentativo dello sbarco nella Baia dei Porci - che buttò discredito sull’immagine di Kennedy perché capovolse gli auspici della sua propaganda elettorale tanto che, ancora oggi, i sostenitori della teoria cospirazionistica ritengono che l’assassinio del presidente fu conseguenza delle responsabilità legate al fallimento militare - crebbe la paura intorno alla “crisi missilistica” a causa della base militare che i russi costruirono a Cuba in risposta a quella che gli Usa avevano installato in Turchia. JFK, pur contrastando con il parere di ufficiali e ministri, invece di sferrare un attacco militare che avrebbe dato vita ad una guerra nucleare, ordinò il blocco navale ed avviò i negoziati con i sovietici: in cambio del ritiro dei missili, Kruscev ottenne da Kennedy l’impegno formale a non attaccare militarmente l’isola di Cuba sventando, così, gravi catastrofi già annunciate. Gli effetti di quella controrivoluzione fallita restano però ancora oggi: l’Assemblea generale dell’Onu ha votato pochi giorni fa, per il 17esimo anno consecutivo, la fine dell’embargo, voluto dal presidente Kennedy, che il governo degli Stati Uniti mantiene contro Cuba da quasi 50 anni.

Affermando che “coloro che rendono impossibile una rivoluzione pacifica rendono inevitabile una rivoluzione violenta”, Kennedy cercò di contenere la diffusione del comunismo in America Latina fondando la Alliance for Progress con l’obiettivo di inviare aiuti alle nazioni in difficoltà e di cercare di imporre un maggior rispetto dei diritti umani nella regione. Istituì, durante il primo anno della sua presidenza, i Peace Corps - un programma di volontariato rivolto ai Paesi in via di sviluppo tuttora esistente - che rimangono una delle eredità più durature dell’amministrazione Kennedy. Nonostante nel 1954 fosse stata vietata la segregazione razziale nelle scuole, in molti centri del Paese, e soprattutto al Sud, si continuava a tenere i neri lontano dai bianchi; in questo clima di odio e rabbia Kennedy appoggiò la causa di Martin Luther King, portando con sé durante la campagna elettorale del 1960 la moglie del reverendo già recluso. Decisione coraggiosa e scomoda, ma che lo portò alla vittoria delle elezioni facendogli guadagnare il consenso dei neri, ma anche dei numerosi bianchi, che credevano nell’uguaglianza e nella possibilità di vivere in una sociètà libera e civile. Non si può poi dimenticare la questione Vietnam, ricordando che JFK aveva ordinato nel 1963 il ritiro di 1000 uomini dal fronte. Approdato in un periodo storico segnato dalla complessità della segregazione razziale, che avvelenava la società di quegli anni, Kennedy - ricordando l’umanità e la semplicità con cui conduceva la vita (ormai non privata) con la sua famiglia e i suoi figli nella Casa Bianca - ha sicuramente rappresentato il senso del cambiamento, una ventata di aria fresca talmente forte da spazzare via ogni dubbio: gli eroi, le persone coraggiose e portatrici di bene per il proprio Paese possono esistere e possono assumere le vesti di uomini politici, di presidenti della più grande potenza del mondo.

Nel suo primo discorso da neopresidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha detto “in America nulla è impossibile” restituendo vigore al sogno americano e annunciando che il tanto agognato cambiamento finalmente “è arrivato”. Una folla multirazziale, entusiasta fino alla commozione ha sentito il bisogno di esercitare il proprio diritto di voto per chiedere un cambio di rotta dopo 8 anni di mandato repubblicano, apertosi con la guerra e conclusosi con la guerra per di più aggravata dalla crisi economia. Al primo presidente nero - che è riuscito a raccogliere la voce del popolo contro un avversario che su di sé portava ancora i segni di un brutto passato chiamato Vietnam - non resta ora che rispondere con i fatti alla promessa di ridare speranza a chi si sente abbandonato o ai margini della società dimostrando che l’America è forte e compatta anche sul campo di battaglia dei diritti civili. L’alba del risveglio democratico è appena iniziata.

Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana

J.F.Kennedy

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