2008-12-01

L'ultima lezione

Punti di vista

di Marzia Bonacci

Quattordici ottobre, la sua lectio di congedo dalla vita accademica presso l'aula magna dell'ateneo di Torino. Padre del "pensiero debole", che distrugge i dogmi e il fanatismo ideologico per una società plurale e libera, Gianni Vattimo saluta l'università dopo 44 anni di attività. Ecco cosa ci ha raccontato di questa esperienza, ma anche della politica, della società e del mondo che siamo diventati, oltre che del futuro che attende la filosofia

Quarant'anni di vita accademica che ufficialmente si sono interrotti in un giorno autunnale quando ha tenuto la sua lezione di congedo presso l'aula magna dell'ateneo di Torino, che lo ha visto anche preside della facoltà di Lettere e Filosofia. C'è da chiedesi con quale spirito e con quali considerazioni Gianni Vattimo si accosta a questo momento, dopo una vita intellettuale e politica intensa. Per questo gli abbiamo rivolto alcune domande, cercando di tracciare un bilancio, per quanto sia possibile farlo, di questi 44 anni di esistenza filosofica e non solo. Decenni ricchi, in cui il pensatore ha spaziato a 360 gradi: dai libri e dalle letture al parlamento europeo (1999-2004), dalla riflessione su molti importanti quotidiani (La Repubblica e La Stampa) alla partecipazione a vari comitati scientifici di riviste italiane e straniere, passando per le lauree honoris causa che numerose università del mondo gli hanno conferito, fino al riconoscimento di Grande ufficiale al merito della Repubblica italiana. Ma soprattutto considerato padre fondatore del cosiddetto "pensiero debole", elaborazione filosofica e politica che contesta il dogmatismo e l'intransigenza etica, e che aspira ad una società pluralista e libertaria. Debole, dunque, perché in contrapposizione alla forza (presunta e auto-proclamata) dei dogmi, del fanatismo dei principi, della parte che pretende di aver ragione su tutti.

Più di quarant'anni di vita accademica che si sono chiusi, almeno formalmente, con la lezione pubblica del 14 ottobre presso l'università di Torino. Come si sente professore? Mi sento triste non perché lascio l'università, ma per come la lascio. Anche se sono consapevole che non è responsabilità mia. Quando vi sono entrato avevo molte più speranze e la situazione le giustificava: era il 1964 e si stava preparando il 1968, che quest'anno, in occasione del suo quarantennio, è stato deprecato da molti.

Un errore di valutazione? Si, perché l'università di quel periodo, nonostante le questioni aperte e ereditate dal futuro, era una grande università: esisteva ancora una vitalità politica e gli studenti manifestavano l'impegno al cambiamento della società. Oggi tutto questo non c'è più, ma al contrario dominano i tentativi dei governi attuali di rendere il mondo accademico un' impresa diretta principalmente a rincorrere obiettivi economici, non solo un'impresa privata che vuole guadagnare, come accade in America, ma addirittura al servizio dello sviluppo economico. Persino il programma di Lisbona dell'Ue, che ha ispirato molte iniziative universitarie, è un programma della società della conoscenza che è fondamentalmente rivolto ad intensificare la ricerca scientifica e l'efficacia tecnologica, diretta a far guadagnare ai paesi e agli stati punti nella competizione per il Pil. Tutto questo nel '68 non c'era, ma anzi era messo in discussione.

Lei afferma che l'università in questi quarant'anni è cambiata, perdendo lo spirito positivo del ‘68. Perchè? C'è stato il terrorismo, poi gli anni '70 che ci hanno segnati profondamente, ma soprattutto si è verificato un cambiamento della società italiana che l'università non può che riflettere.

Allora la domanda da porle è come è cambiata la società italiana, cosa è diventata? E' diventata la società dove Berlusconi vince perché capitalista dei media, la gente è disinteressata alla politica, al punto da accettare anche questa crisi finanziaria come se fosse un procedimento naturale di fronte a cui non c'è molto da ri-fare o molto da ri-pensare rispetto al modello di sviluppo dominante.

E la filosofia, professore, ha ancora un senso e uno scopo in questa epoca globale, rapida, accelerata? L'ho sempre immaginata, e continuo anche oggi a farlo, come una forma di critica delle ideologie: riflessione sui sistemi di valori che ci guidano, sulla loro condizionatezza, sul fatto che bisogna mantenere il primato della politica e quindi anche della filosofia. Queste due realtà infatti non sono un agire o un sapere di natura scientifico-tecnologica e relativi all'andamento della società, ma si riferiscono ai valori che devono orientare anche le scienze e le tecnologie. Perciò il rapporto filosofia-scienza-tecnica mi sembra fondamentalmente da pensare come la capacità, da parte di un pensiero generale che è anche quello del linguaggio comune e dell'idee condivise, di porre limiti e orientamenti a queste ultime. Mi sento, adesso più di prima, legato alla definizione leniniana di comunismo e mi piace adattarla a questo ambito: la filosofia sono i soviet, è il sapere della società democraticamente discusso che dirige o orienta il lavoro tecnico, scientifico, economico, politico.

Ma la filosofia italiana è cambiata in questi quarant'anni? La filosofia italiana ha subito un movimento di deformazione analogo a quello che ha subito la sinistra e che nasce dal convincimento che non c'è altro orizzonte politico possibile che il capitalismo, al massimo reso più compassionevole. I filosofi rivendicano l'oggettivismo, il realismo, osteggiano non solo il marxismo ma anche l'ermeneutica, cioè sono contro ogni forma di concezione storica della filosofia, contro ogni espressione storicista della filosofia. Attualmente la filosofia spinge per ripartire da "il gatto sta sul tappetino", cioè dal dato reale: ma il realismo in filosofia è sempre stato una prospettiva conservatrice che ha condotto all'accettazione del mondo. Il fatto che queste posizione filosofiche siano presenti soprattutto nella sezione culturale del Sole 24 ore è emblematico...

Ma il capitalismo è in crisi, almeno così sostengono molti commentatori in questi giorni di tsunami finanziario. Forse si sta innescando un processo critico, capace di portare con sé anche una nuova ondata di riflessione su cosa debba essere la filosofia? Può anche darsi, lo spero, ma sono scettico, perché siamo così avviluppati nella nebbia mediatica che questa riflessione critica, questa coscienza della crisi del capitalismo rischia di spegnersi con lo spegnersi dell'attenzione stessa: già oggi le borse risalgono... Non voglio vivere in un mondo affamato, ma vorrei anche che le persone avessero coscienza che questa prosperità di cui godiamo è in parte immaginaria e si realizza a spese di altri, tanti, troppi.

E allora, professore, quale futuro attende questa filosofia così eccessivamente realista, incapace di andare oltre il dato, incline quindi a ideologizzare e conservare? Mi aspetto un atteggiamento anarchico, cioè la capacità di esercitare una critica verso tutti gli assolutismi che ci dominano: la Chiesa che ci predica la legge naturale come l'unica strada possibile, il mondo degli affari che ci propone quella del mercato come unica soluzione. Ecco la filosofia deve sbarazzarsi e sbaraccare tutto questo. Wittgenstein ha scritto che la filosofia ha l'unica funzione o l'unica possibilità di liberarci dagli idoli: oggi è un messaggio ancora valido. Gli idoli attuali, per esempio, ci impediscono di avere una legislazione più democratica e si chiamano, di volta in volta e caso in caso, Fondo monetario internazionale o Chiesa.

Lei ha formulato il cosiddetto pensiero debole, dove le implicazione della filosofia con la politica sono evidenti. Diciamo che la politica l'ha sempre interessata, tanto da vantare anche un'esperienza come parlamentare europeo. Che bilancio farebbe di quegli anni a Strasburgo? Per quel che riguarda la mia esperienza politica in Europa, vale il giudizio che ho espresso sulla mia attività accademica: quando sono entrato al parlamento europeo, nel 1999, l'Europa era una speranza aperta, quando l' ho lasciato, era in una condizione asfittica. Anche in questo caso, come già detto in merito all'università, non per colpa mia.

In che senso? Sono diventato parlamentare dell'Ue nel 1999 quando si sperava nella Costituzione dell'Europa: avevamo l'allargamento alle porte ed era necessario lavorare ad una Costituzione che desse all'Ue una fisionomia più visibile, più forte, più autonoma nella politica mondiale. Adesso cosa abbiamo? Non abbiamo la Costituzione e l' allargamento si è rivolto a paesi che sono, per ragioni storiche, selvaggiamente filo-americani. Il sogno di un soggetto politico alternativo - e non dico opposto- al potere imperiale americano, è morto. Per gli italiani, per esempio, l'Europa è l'agenzia di controllo sulla nostra politica, come la Nato, il Fmi, non certo un soggetto politico. E' molto disperante. La crisi economica attuale potrebbe essere un'occasione per far rinascere quel sogno, ma per adesso non si sembra che l'Europa abbia colto o sfruttato questa chance.

Un'ultima domanda. Qual è il filosofo che le sta più a cuore? Nella mia carriera accademica mi sono occupato principalmente di Heidegger e Nietzsche, cioè di due pensatori che hanno avuto entrambi una reputazione negativa, perché l'uno è stato il filosofo assunto dai nazisti, mentre l'altro è stato lui stesso per qualche anno un filonazista. Sono pensatori decisivi perché ci hanno insegnato a non credere che quello che accade tutti i giorni sia normale: l'essere non è struttura stabile dato una volta per tutte, ma accadimento in cui noi siamo coinvolti, cioè l'essere è qualcosa che possiamo costruire, disfare, rifare. Esattamente il contrario di quello stare lì ad osservare oggettivamente la realtà per arrivare poi, normativamente, a rispettare quest'ordine come dato assoluto e immutabile. Il loro merito è stato aver combattuto l'oggettivismo, il realismo, la pretesa di guardare le cose come sono per conformarsi ad esse.

E Marx? Anche Marx, ma un Marx indebolito, cioè un Marx che va riscoperto con un pizzico di "pensiero debole", perché anche lui ha ripreso quell'idea hegeliana che si potesse arrivare ad una conciliazione perfetta, dopo la rivoluzione. Non a caso penso che con un marxismo indebolito, Stalin non sarebbe stato possibile...Il marxismo liberato da una visione non metafisica della storia mi sembra l'unica cosa che, come filosofia, si possa ancora oggi professare.

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