2008-12-29

Il processo di integrazione europa

Osservatorio comunitario

di Domenico Primerano*

Europe Direct della Provincia di Catanzaro è un Centro europeo, situato all’interno del Palazzo di Vetro , in via Piazza Rossi, che agisce come intermediario tra l’Unione europea i cittadini e le istituzioni a livello locale e regionale. La sua missione è promuovere concretamente l’idea dell’Europa comunitaria permettendo a cittadini e istituzioni pubbliche e/o private, di ottenere informazioni, assistenza, risposte a domande e consulenza in chiave europea. Le tematiche alle quali risponde il Centro riguardano le istituzioni e la legislazione comunitaria, le politiche, i programmi e le possibilità di presentare progetti e richiedere le sovvenzioni messe a disposizione dall'Unione Europea sia con la mediazione degli enti nazionali e regionali sia direttamente presso le sue istituzioni. Il Centro promuove attivamente il dibattito locale e regionale sull’Unione Europea e le sue politiche; consente alle Istituzioni europee di migliorare la diffusione di informazioni e di adattarle alle necessità locali e regionali; offre ai cittadini la possibilità di fornire un feedback alle istituzioni europee in forma di domande, pareri e suggerimenti; realizza la ricerca di partner a livello locale, nazionale e transnazionale. Nello svolgere la missione di comunicatori dell’Europa comunitaria, il Centro si conforma alle indicazioni della Commissione europea, adattandole al contesto locale e regionale. Ciò significa che accanto alle azioni d’informazione e comunicazione, svolge una importante azione di documentazione e formazione in chiave europea, in particolare si propone di far conoscere le Istituzioni Europee , e far comprendere l’allargamento dell’Unione Europea.

Comprendere l’allargamento

Da mezzo secolo, secondo Olli Rehn, membro della commissione europea responsabile dell’allargamento, l’Unione europea è impegnata in un progressivo processo di integrazione e si apre al tempo stesso a nuove adesioni. Nella maggior parte dei casi, i due processi si sono svolti in parallelo, determinando l’attuale volto dell’UE: 27 Stati membri e una popolazione di circa 500 milioni di abitanti danno vita oggi ad un’europa più sicura, più prospera, più forte e più influente rispetto alla Comunità economica europea da cui siamo partiti 50 anni fa, costituita da 6 membri e con meno di 200 milioni di persone.

Il processo di integrazione europea ha comportato, sin dall’inizio, l’adesione di nuovi membri. Il dibattito sull’allargamento è vecchio quanto l’unione stessa. Ad ogni nuova adesione, L’UE cambia volto. Riflettendo su cosa possiamo diventare, ci costringe a riflettere su cosa siamo e su cosa vogliamo essere in futuro.

Pur essendosi rivelato un grande successo per l’unione, l’allargamento ai paesi dell’Europa centrale ed orientale e dell’area mediterranea, avvenuto tra il 2004 ed il 2007, è servito da capro espiatorio per i problemi socio-economici più disparati. In realtà, quest’ultima tornata di adesioni ha allargato lo spazio di pace, stabilità e democrazia del nostro continente, rafforzando l’economia europea grazie a mercati più estesi, creando nuovi posti di lavoro e permettendo l’ingresso sul mercato comune di economie in rapida crescita. L’UE è oggi il più vasto spazio economico al mondo. Un mercato interno più esteso e nuove opportunità economiche assicurano agli europei maggiori prosperità e competitività.

I governi democraticamente eletti degli Stati membri dell’Unione, riuniti in sede di Consiglio europeo, hanno deciso che i futuri allargamenti interesseranno i paesi impegnati nel processo di adesione all’UE: la Croazia,L’ex repubblica Iugoslava di Macedonia, L’Albania, la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Serbia compreso il Kosovo e la Turchia.

Ogni singolo paese potrà aderire solo quando rispetterà i requisiti richiesti. Un processo di allargamento graduale e attentamente gestito va a pieno vantaggio di tutti i paesi coinvolti.

Chi può aderire ?

Nel corso della sua evoluzione, l’UE è andata stabilendo dettagliati requisiti d’adesione al fine di garantire chiarezza per i cittadini e di fornire una guida ai paesi che intendono unirsi.

Secondo l’articolo 49 del Trattato sull’unione, può diventare membro dell’Unione ogni stato europeo che condivide i principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e stato di diritto.

Per diventare membro dell’UE, un paese deve riunire tutti i criteri necessari all’adesione, definiti dal Consiglio Europeo di Copenhagen nel 1993 e ribaditi nel 1995, ovvero:

1° sul piano politico : stabilità delle istituzioni che garantiscono la democrazia,lo stato di diritto, i diritti umani e il rispetto e la tutela delle minoranze;

2° sul piano economico: un’economia di mercato funzionante e il diritto alla concorrenza;

3° la capacità di assumersi obblighi derivanti dall’appartenenza all’UE, compresa l’adesione agli obiettivi dell’Unione politica, economica e monetaria;

4° l’adozione dell’intero corpus normativo comunitario.

Chi decide ?

L’adesione di un nuovo membro è decisa all’unanimità da tutti i governi degli Stati membri dell’UE democraticamente eletti, riuniti in sede di Consiglio dei Ministri o di Consiglio Europeo.

Quando un paese si candida per l’adesione all’Unione, i governi degli stati membri decidono in sede di Consiglio (dopo aver ascoltato il parere della Commissione Europea) se accettare la candidatura,se si, riconoscono il paese quale candidato. Analogamente, sono gli stati membri a decidere quando e a quali condizioni aprire e chiudere i negoziati di adesione con i paesi candidati nei singoli settori strategici.

Affinchè il paese candidato diventi un paese aderente, è necessario che il progetto di trattato di adesione sia sottoscritto e siglato da ciascun stato membro e dal paese interessato; segue quindi la ratifica da parte degli stati membri e del paese aderente secondo le rispettive procedure istituzionali. E’ previsto inoltre, l’accordo del Parlamento Europeo, eletto a suffragio diretto dai cittadini europei.

*Responsabile Europe Direct

- centroEuropeo “Europa per tutti” della Provincia di Catanzaro-

L'attualità di Vittorio Foa

Pentagramma

di Matteo Davide Scorza

Il 20 ottobre scorso è venuto a mancare uno dei massimi intellettuali che non solo il pensiero di sinistra ma tutta la cultura italiana abbia prodotto dal dopoguerra in poi. Vittorio Foa si è spento dopo una lunga esistenza sempre in prima linea: nella lotta partigiana contro i tedeschi e i fascisti prima, e successivamente nella politica parlamentare attiva e in una produzione letteraria e giornalistica di ampio raggio che ha analizzato con rigore e onestà intellettuale numerosi aspetti che hanno caratterizzato sessant'anni di vita recente del nostro Paese.

Vittorio Foa fu antifascista della prima ora, con l'ingresso nel movimento Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli già nel 1933, diversi anni prima dell'emanazione delle leggi razziali. Il suo impegno contro il regime di Mussolini gli costò anche sette anni di carcere, dal 1936 al 1943, che valgono da monito, nel caso di Foa come di tutti coloro che sperimentarono sulla propria pelle le prigioni fasciste – alcuni dei quali morendovi – per tutti quelli che, anche fregiandosi del proprio ruolo istituzionale, vogliono far passare l'improponibile idea dell'esistenza di due distinte fasi storiche del fascismo utilizzando come linea di demarcazione le leggi razziali e l'alleanza bellica con la Germania di Hitler, laddove quello che è avvenuto prima di questi eventi si suppone possa considerarsi come qualcosa di accettabile.

Già all'interno dell'ambiente carcerario e in seguito alla sua scarcerazione, con l'ingresso nel '43 nel Partito d'Azione, Foa ebbe modo di condividere idee politiche e l'esperienza della Resistenza con alcuni dei principali fautori del pensiero europeista come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che col Manifesto di Ventotene tracciarono il solco ideologico del processo di unificazione europea.

Da membro dell'Assemblea Costituente partecipò alla stesura della Carta Costituzionale, il cui valore e la cui attualità rimangomo oggi inalterati nel rispetto del suo spirito liberale, antitotalitario e democratico, nonostante le continue accuse trasversali di anacronismo e i numerosi tentativi di modifica più o meno radicale cui è sottoposta.

Sin dalla seconda metà degli anni '40 Vittorio Foa ha diviso il proprio impegno tra l'attività di giornalista, quella di parlamentare con tre mandati da deputato nelle file del PSI, e quella di leader sindacale. Proprio in questo ambito, prima da menbro della Segreteria nazionale della CGIL e poi da segretario nazionale della FIOM, dimostrò una rara capacità di analisi del tessuto socioeconomico del Paese e una lungimirante progettualità sulle azioni di intraprendere a difesa dei diritti dei lavoratori, facendosi portavoce della politica dell'autonomia operaia che preconizzò l'esperienza che prese realmente forma durante gli anni '70.

Anche l'esperienza politica in senso stretto di Foa ha dimostrato la sua capacità di prevedere sviluppi e necessità che si sarebbero poi imposti ad anni di distanza. Dopo l'esperienza nel PSIUP seguita alla scissione interna al Partito Socialista, divenne dirigente del Partito di Unità Proletaria, con il quale si pose l'obiettivo di creare una forza politica di sinistra che orientasse i gruppi rivoluzionari verso una prospettiva di alternativa seria di governo e non solo di lotta, in sostanza una svolta che anticipava nei tempi e nei contenuti la scelta fatta dal PCI di Berlinguer con il compromesso storico. Nelle liste del PCI, da indipendente, Foa venne eletto al Senato nella X legislatura, partecipando poi alla transizione da Partito Comunista a PDS.

La produzione letteraria dello studioso torinese ha attraversato tuttia la storia della democrazia italiana toccando svariate tematiche, con un'attenzione particolare ai cambiamenti che sono incorsi nella struttura economico-produttiva e ai riflessi che questi hano prodotto sulla vita dei lavoratori e sull'organizzazione del movimento sindacale. L'affermazione costante del valore dell'antifascismo come elemtno destoricizzato e l'esaltazione dell'esperienza partigiana hanno poi occupato un ruolo rilevante dell'opera di Vittorio Foa, in particolare negli ultimi anni.

L'importanza del pensiero di Foa rimane quantomai attuale anche dopo la sua scomparsa. Egli è stato considerato uno degli ultimi storici in grado di raccontare attivamente l'esperienza partigiana alle generazioni successive alla propria. Il valore di tale narrazione rimane intatta se si pensa a come la memoria storica della Resistenza venga continuamente e imputenemente attaccata anche da figure istituzionali, le quali cercano d'altro canto anche di riabilitare e sdoganare il regime fascista e la sua presunta “moralità”.

Ma la lezione di Vittorio Foa diventa ancor più stringente leggendo al suo curriculum politico, dalla lotta contro un regime totalitario per instaurare un sistema democratico all'impegno continuo finalizzato all'attuazione pratica di quei principi sanciti dalla Costituzione repubblicana. Per questo motivo il suo impegno civile non può che spingere all'indignazione verso la situazione politica attuale, caratterizzata da un esecutivo democraticamente eletto ma che travalica quotidianamente le funzioni del Parlamento, e di riflesso del popolo sovrano.

Terza edizione di Arte in Corso

L’angolo della cultura

di Maria Grazia Leo

Momenti di gioia, di stupore, di divertimento per i cittadini, di ogni età!

E’ così che l’assessorato al turismo di Catanzaro guidato da Roberto Talarico- un giovane politico, pieno d’iniziative e tanta voglia di fare - ha allestito e messo in scena per il capoluogo di regione il terzo Festival della rassegna “Arte in Corso”, che si svolgerà da venerdì 19 dicembre a domenica 21 dello stesso mese.

Arte in Corso è un modo e anche un mezzo che l’amministrazione comunale ha ideato per far esibire in strada una moltitudine di artisti desiderosi di offrire con la loro naturale creatività e passione un tripudio di suoni, colori, numeri bizzarri, gag divertenti e spettacoli acrobatici.

Quale parterre migliore poteva essere utilizzato se non il ristrutturato Corso Mazzini, affiancato e costeggiato dalle tante caratteristiche “viuzze” che nel periodo natalizio regalano alla città atmosfere ricche di colori e sapori d’altri tempi?

Il teatro ritrova nella strada il suo palcoscenico, gli artisti circensi e non solo trovano come tetto il cielo…mentre i nastri, le fiaccole infuocate, i tanti lazzi e nasi rossi faranno da vetrina all’esplosione della magia dell’arte che ammalierà e incanterà i presenti.

Tutti almeno nella gioia di un attimo, potranno far rifiorire il fanciullino che è in noi. E la serenità sarà Natale.

Questo il messaggio culturale leggero e in un certo senso vario che i politici che amministrano la città offrono. “Arte in Corso” da tutti si aspetta gradimento e apprezzamento.

Sul palcoscenico di Soverato, uno scoppiettante Flavio Insinna

L’angola della cultura
Maria GraziaLeo

Debutta con “Senza Swing” la stagione teatrale che l’amministrazione comunale di Soverato, il suo assessore alla cultura Sonia Munizzi e il direttore artistico Giovanni Carpanzano hanno sapientemente e variegatamene allestito.

La prova del fuoco 2008-2009 è spettata al noto e affermato attore e presentatore Flavio Insinna. ( chi non ricorda la sua simpatia e le sue note letterarie in “Affari tuoi” dello scorso anno?)

Con la regia di Giampiero Solari, Insinna accompagnato da una band di musicisti che si esibiva dal vivo su una pedana girevole, ha eseguito- potremo definirlo- un monologo a più voci, imitando con espressioni linguistiche, gesti, mimica, personaggi variegati e diversi tutti esercitanti il ruolo di militari. La caserma era collocata nell’Italia del nord – a Legnano-, e tra i militari spiccavano i soldati semplici Virgili e Pallone e il maresciallo Bellini. I primi due pur di evitare le difficili fatiche delle prove militari tentano di farsi inserire nella banda musicale esistente presso la caserma. Pallone credendo nell’amicizia e nella solidarietà di corpo si affida a Virgili per essere presentato al maresciallo Bellini che dirige la band… In reltà Pallone non verrà mai segnalato come suonatore di violino e di chitarra, perché Virgili vuole ingraziarsi tutto solo soletto il maresciallo Bellini, senza avere validi concorrenti. E ci riesce bene! Diventa- grazie all’aiuto esterno di un suo amico che lavorava alla Rai nel settore musicale- braccio destro di Bellini, con funzioni di produttore e arrangiatore di testi musicali. Un ruolo che gli permette di avere molti permessi per lasciare Legnano e tornare nella sua città natale e di residenza- Roma- per svolgere ed eseguire più che doveri ed adempimenti d’ufficio presso il ministero della Difesa, piaceri e” questioni sentimentali” di personale e privata pertinenza.

…intanto il suo amico Pallone provato dalle varie esercitazioni e dai corsi che la dura vita di militare gli riservava, tenta il suicidio e perciò viene trasferito presso l’ospedale militare di Roma.

Tutto ciò in Virgili non provoca una grinza. Invitato dal maresciallo Bellini a fargli visita a nome di tutti i commilitoni in nome della loro amicizia, va a Roma all’ospedale ma non entra nella camera di Pallone. Ancora una volta predominano in lui, egoismo, indifferenza e voglia di essere migliore e superiore all’altro ad ogni costo, senza regole, senza morale senza il coraggio delle responsabilità del lavoro, solo per interesse.

La banda musicale della caserma di Legnano intanto si forgia abbastanza bene, nonostante tutte le difficoltà incontrate e la pazienza volutaci nelle prove che sono servite a mettere insieme militari/cittadini italiani, provenienti da tutta la penisola-isole comprese- con accenti,tradizioni, capacità intuitive, ambizioni, culture e sogni diversi. Tant’è che la banda ottiene l’ incarico di suonare presso la base Nato di Napoli davanti a l’ambasciatore, al console americano e tutti i militari Usa presenti.

L’emozione e l’agitazione è tanta nel maresciallo Bellini, perchè vuole essere pronto all’evento e fare bella, bella, figura. Seguiranno giornate intense di preparazioni, alle quali il soldato Virgili è chiamato a rispondere ed eseguire tutte le richieste musicali di Bellini. Lo scopo di Virgili è il solito. Non perdere il treno delle comodità, degli agi, dei privilegi e della libertà che in caserma sono sempre eccezioni, se non illusioni.

L’esito della serata alla base Nato è –dopo un momento di blocco della banda – di enorme successo, tanto che spinge il maresciallo Bellini ad impartire a Virgili lezioni di vita, sulla forza e la volontà del gruppo, sulla passione per le cose e il lavoro che si deve conseguire con sacrificio e dignità…ma è tutto vano! Virgili ha un’altra ambizione da portare avanti: prendere il posto del maresciallo Bellini alla guida della banda. Fa di tutto –riuscendoci- per farlo trasferire ad altro incarico più alto e lontano da Legnano, a Milano. Bellini intuisce tutto il gioco sottile, scaltro e sfacciato di Virgili che diventa direttore della banda musicale militare ma senza i suonatori storici, che lasciano la caserma per seguire il loro vero e autentico direttore- il superiore Bellini- che ricostituisce il gruppo inserendo finalmente il meritevole soldato Pallone.

Il Senza Swing di Flavio Insinna, con la genuinità e con l’allegria di un racconto “normale” di vita militare una lezione la dà: la verità alla fine viene sempre a galla, la lealtà viene ristabilita come la giustizia. Virgili diventa l’emblema di chi resta abbandonato a se stesso, alla sua furbizia, al suo ego...i sogni invece, le qualità e la sincerità degli animi umani continuano a vivere e a vibrare, nella quotidianità di ogni giorno.

2008-12-01

Non solo flamenco: la nuova “ola” della letteratura spagnola

Prooemium
di Mario Astarita
I critici sono ormai quasi tutti concordi la letteratura spagnola sta per essere attraversata da una nuova ondata di best seller che sta scuotendo il mercato mondiale. Sulle orme di Cervantes, Quevedo ed Unamuno la letteratura spagnola sta mietendo successi uno dietro l’altro on nuovi autori sulla cresta dell’onda letteraria. Gli scaffali delle librerie sono piene di romanzi di narrativa spagnola che non solo riscuotono un grande successo ma che piacciono al pubblico. E tanto. Libri come: “L’ombra del vento” Carlos Ruiz Zafòn (Mondatori), “La cattedrale del mare” di Ildefonso Falcones (Longanesi), “La spia di Dio” di Juan Gomez Jurado (Longanesi), “L’ultimo Catone di Matilde Asensi (Sonzogno), “La bibbia d’argilla” di Julia Navarro (Mondatori), “Cena segreta” di Javier Sierra (Tropea), e potremmo continuare a lungo, stanno scuotendo il mercato editoriale. Qual è il minimo comune denominatore di tutti queste opere? Senza dubbio che sono romanzi ben scritti, con trame avvincenti, con autori all’esordio che in breve hanno conquistato il mercato editoriale. Ma la verità è anche un'altra e cioè: questi romanzi storico – religiosi piacciono molto al pubblico e soprattutto vendono molto. I testi della nuova letteratura spagnola sono un mix ben concentrato di storia, mistero, cultura, amore, intrigo, con uno stile che mescola i vari generi letterari e che li fonde come un tutt’uno. Il più delle volte sembra quasi di seguire una pellicola cinematografica degli anni ’50 e ’60, tanto che la trama risulta avvincente. La verità però è anche che ormai la letteratura spagnola è stata trascinata fuori dal neorealismo antifranchista e si sta avvicinando sempre più a quello stile letterario presente ormai abitualmente nella letteratura anglosassone, che del filone mistery - fantasy né ha fatto da tempo una tradizione consolidata. Una nuova era si sta facendo strada per la letteratura spagnola: una strada forse un po’ in salita, ma sarà una lunga strada, che porterà sicuramente la letteratura spagnola alla ribalta della scena editoriale mondiale. Questo non è che l’inizio!

Barack ObamaPresidente :un nuovo capitolo nella storia della politica mondiale

Editoriale
di Erminia Chiodo

New York L’Empire State building e’ illuminato d’azzurro gia’ da ore e non sono ancora stati attribuiti ufficialmente i voti della California al candidato Democratico quando la Cnn proclama Barack Obama Presidente degli Stati Uniti dando inizio a quello che passera’ alla Storia come il giorno che ha cambiato per sempre non solo il corso della politica americana ma del mondo intero.

Il giorno in cui il sogno di Martin Luther King e’ diventato realta’, in cui la speranza e la fede hanno vinto, in cui gli americani hanno eletto il loro primo presidente nero, offrendo un vero grande esempio di democrazia: “siamo tornati ad essere cittadini che decidono le sorti del proprio paese e dimostrano al mondo cosa e’ davvero l’America”, dice John mentre festeggia al tripudio festoso che investe le strade di New York, da Times Square ad Harlem, gia’ a partire dalla mezzanotte del 4 novembre. Per Bob, afroamericano del Bronx, “quello che e’ successo oggi e’ una cosa molto importante perche’ dimostra che niente e’ impossibile”.

Dopo quasi 21 mesi di campagna elettorale, nelle ultime settimane minacciata da una pericolosa deriva razzista e xenofoba, descritta dal New York Times come la piu’ spaventosa che la storia Americana ricordasse, e che ha visto i repubblicani puntare sugli attacchi personali al senatore Afroamericano, chiamato regolarmente nei comizi Barack Hussein Obama e puntualmente accusato di spalleggiare i terroristi, Obama ha vinto la sua battaglia, conquistando il 52% dei voti contro il 47% dell’avversario McCain.

Una vittoria che il neopresidente, parlando alla folla commossa ed esultante che invadeva Grant Park di Chicago, ha definito “la vittoria del popolo Americano, la vostra vittoria . La forza dell'America- ha gridato Obama nella notte di Chicago- non è la sua potenza militare ma la capacità di creare democrazia, libertà e opportunità».

Da Phoenix, suo quartier generale, McCain si e’ congratulato con Obama, affermando che la sua vittoria “onora l’America” e che da oggi repubblicani e democratici dovranno lavorare insieme per risollevare la nazione dalla difficile crisi che l’ha colpita, mentre stamattina il Presidente uscente G.W. Bush ha offerto il suo appoggio ed il suo sostegno ad Obama, invitandolo insieme alla moglie Michelle ed alle due figlie alla Casa Bianca.

Luna di miele del neopresidente con l’America, come ha affermato qualcuno, o segnali e conferme di come e quanto il cambiamento fosse necessario in una nazione che eredita dagli otto anni di amministrazione Bush il bilancio disastroso di due guerre e la peggiore crisi finanziaria nella storia dell’economia mondiale dopo quella del 1929?

Votando per Obama il popolo americano ha deciso di tornare a far vincere il sogno sul cinismo, la forza dell’uomo davanti al potere, le idee ed il pensiero sulle barbarie militari.

Mentre i festeggiamenti e le lacrime continuano in quello che e’ stato chiamato l’”Obama Day”, il neoeletto presidente e’ gia’ perfettamente consapevole della difficile situazione che dovra’ affrontare nei prossimi mesi: “ dovremo lavorare duramente” – ha affermato in una delle sue prime dichiarazioni- annunciando l’intenzione di presentare il proprio team gia’ prima del vertice G20 previsto per la meta’ di questo mese.

Un team che si preannuncia molto “clintoniano”, considerata la possibilita’ di nominare al tesoro Lawerence Summers, gia’ Ministro durante l’amministrazione Clinton, ed Hillary alla Giustizia.

John Fitzgerald Kennedy, 1000 giorni di passione finiti nel sangue

Futuro passato
di Domenico Iozzo

A 45 anni dalla sua morte, l’elezione di Obama rappresenta l’alba del risveglio democratico

Quarantacinque anni fa, il 22 Novembre del 1963, moriva assassinato a Dallas con un colpo di fucile alla nuca, John Fitzgerald Kennedy. Con lui moriva il sogno della democrazia americana che aveva accompagnato ed entusiasmato gli elettori per soli 1000 giorni. Eletto presidente degli Stati Uniti d’America, assunse la carica nel gennaio del 1961 all’età di 43 anni; secondogenito di 9 figli, fu il primo presidente cattolico della storia americana, il primo presidente nato nel XX secolo e, purtroppo, il più giovane a morire mentre era ancora in carica. Celebre sostenitore della libertà e dei valori democratici, convinto portatore di uguaglianza e fervido divulgatore di concetti di pace e solidarietà sociale, fu una figura amatissima dal popolo americano ma odiata spesso ai vertici del potere. Indimenticabile il discorso inaugurale in cui parlò così del bisogno di tutti gli americani di essere cittadini attivi: “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”. In uno dei famosi discorsi della Nuova Frontiera, chiese alle nazioni del mondo di unirsi nella lotta contro ciò che chiamò “i comuni nemici dell’umanità...La tirannia, la povertà, le malattie e la guerra”. Dopo queste parole la storia, e non solo quella americana, cambiò.

La carriera politica brillante e l’appoggio della famiglia lo portarono alla poltrona presidenziale, per lui a volte molto scomoda: la politica estera ad esempio lo vide occupato nella soluzione del critico rapporto con Cuba originato dai numerosi attentati terroristici avvenuti durante il precedente governo Eisenhower in attuazione del piano mirato a rimuovere il leader socialista Fidel Castro dalla guida dell’arcipelago caraibico. In seguito al fallito tentativo dello sbarco nella Baia dei Porci - che buttò discredito sull’immagine di Kennedy perché capovolse gli auspici della sua propaganda elettorale tanto che, ancora oggi, i sostenitori della teoria cospirazionistica ritengono che l’assassinio del presidente fu conseguenza delle responsabilità legate al fallimento militare - crebbe la paura intorno alla “crisi missilistica” a causa della base militare che i russi costruirono a Cuba in risposta a quella che gli Usa avevano installato in Turchia. JFK, pur contrastando con il parere di ufficiali e ministri, invece di sferrare un attacco militare che avrebbe dato vita ad una guerra nucleare, ordinò il blocco navale ed avviò i negoziati con i sovietici: in cambio del ritiro dei missili, Kruscev ottenne da Kennedy l’impegno formale a non attaccare militarmente l’isola di Cuba sventando, così, gravi catastrofi già annunciate. Gli effetti di quella controrivoluzione fallita restano però ancora oggi: l’Assemblea generale dell’Onu ha votato pochi giorni fa, per il 17esimo anno consecutivo, la fine dell’embargo, voluto dal presidente Kennedy, che il governo degli Stati Uniti mantiene contro Cuba da quasi 50 anni.

Affermando che “coloro che rendono impossibile una rivoluzione pacifica rendono inevitabile una rivoluzione violenta”, Kennedy cercò di contenere la diffusione del comunismo in America Latina fondando la Alliance for Progress con l’obiettivo di inviare aiuti alle nazioni in difficoltà e di cercare di imporre un maggior rispetto dei diritti umani nella regione. Istituì, durante il primo anno della sua presidenza, i Peace Corps - un programma di volontariato rivolto ai Paesi in via di sviluppo tuttora esistente - che rimangono una delle eredità più durature dell’amministrazione Kennedy. Nonostante nel 1954 fosse stata vietata la segregazione razziale nelle scuole, in molti centri del Paese, e soprattutto al Sud, si continuava a tenere i neri lontano dai bianchi; in questo clima di odio e rabbia Kennedy appoggiò la causa di Martin Luther King, portando con sé durante la campagna elettorale del 1960 la moglie del reverendo già recluso. Decisione coraggiosa e scomoda, ma che lo portò alla vittoria delle elezioni facendogli guadagnare il consenso dei neri, ma anche dei numerosi bianchi, che credevano nell’uguaglianza e nella possibilità di vivere in una sociètà libera e civile. Non si può poi dimenticare la questione Vietnam, ricordando che JFK aveva ordinato nel 1963 il ritiro di 1000 uomini dal fronte. Approdato in un periodo storico segnato dalla complessità della segregazione razziale, che avvelenava la società di quegli anni, Kennedy - ricordando l’umanità e la semplicità con cui conduceva la vita (ormai non privata) con la sua famiglia e i suoi figli nella Casa Bianca - ha sicuramente rappresentato il senso del cambiamento, una ventata di aria fresca talmente forte da spazzare via ogni dubbio: gli eroi, le persone coraggiose e portatrici di bene per il proprio Paese possono esistere e possono assumere le vesti di uomini politici, di presidenti della più grande potenza del mondo.

Nel suo primo discorso da neopresidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha detto “in America nulla è impossibile” restituendo vigore al sogno americano e annunciando che il tanto agognato cambiamento finalmente “è arrivato”. Una folla multirazziale, entusiasta fino alla commozione ha sentito il bisogno di esercitare il proprio diritto di voto per chiedere un cambio di rotta dopo 8 anni di mandato repubblicano, apertosi con la guerra e conclusosi con la guerra per di più aggravata dalla crisi economia. Al primo presidente nero - che è riuscito a raccogliere la voce del popolo contro un avversario che su di sé portava ancora i segni di un brutto passato chiamato Vietnam - non resta ora che rispondere con i fatti alla promessa di ridare speranza a chi si sente abbandonato o ai margini della società dimostrando che l’America è forte e compatta anche sul campo di battaglia dei diritti civili. L’alba del risveglio democratico è appena iniziata.

Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana

J.F.Kennedy

Scuole private, denaro pubblico

in corsivo

Vi riproponiamo il discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l'11 febbraio 1950.

Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata.

Allora il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private.Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private.Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato.E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private.Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta.Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto:- rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. - Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

L'ultima lezione

Punti di vista

di Marzia Bonacci

Quattordici ottobre, la sua lectio di congedo dalla vita accademica presso l'aula magna dell'ateneo di Torino. Padre del "pensiero debole", che distrugge i dogmi e il fanatismo ideologico per una società plurale e libera, Gianni Vattimo saluta l'università dopo 44 anni di attività. Ecco cosa ci ha raccontato di questa esperienza, ma anche della politica, della società e del mondo che siamo diventati, oltre che del futuro che attende la filosofia

Quarant'anni di vita accademica che ufficialmente si sono interrotti in un giorno autunnale quando ha tenuto la sua lezione di congedo presso l'aula magna dell'ateneo di Torino, che lo ha visto anche preside della facoltà di Lettere e Filosofia. C'è da chiedesi con quale spirito e con quali considerazioni Gianni Vattimo si accosta a questo momento, dopo una vita intellettuale e politica intensa. Per questo gli abbiamo rivolto alcune domande, cercando di tracciare un bilancio, per quanto sia possibile farlo, di questi 44 anni di esistenza filosofica e non solo. Decenni ricchi, in cui il pensatore ha spaziato a 360 gradi: dai libri e dalle letture al parlamento europeo (1999-2004), dalla riflessione su molti importanti quotidiani (La Repubblica e La Stampa) alla partecipazione a vari comitati scientifici di riviste italiane e straniere, passando per le lauree honoris causa che numerose università del mondo gli hanno conferito, fino al riconoscimento di Grande ufficiale al merito della Repubblica italiana. Ma soprattutto considerato padre fondatore del cosiddetto "pensiero debole", elaborazione filosofica e politica che contesta il dogmatismo e l'intransigenza etica, e che aspira ad una società pluralista e libertaria. Debole, dunque, perché in contrapposizione alla forza (presunta e auto-proclamata) dei dogmi, del fanatismo dei principi, della parte che pretende di aver ragione su tutti.

Più di quarant'anni di vita accademica che si sono chiusi, almeno formalmente, con la lezione pubblica del 14 ottobre presso l'università di Torino. Come si sente professore? Mi sento triste non perché lascio l'università, ma per come la lascio. Anche se sono consapevole che non è responsabilità mia. Quando vi sono entrato avevo molte più speranze e la situazione le giustificava: era il 1964 e si stava preparando il 1968, che quest'anno, in occasione del suo quarantennio, è stato deprecato da molti.

Un errore di valutazione? Si, perché l'università di quel periodo, nonostante le questioni aperte e ereditate dal futuro, era una grande università: esisteva ancora una vitalità politica e gli studenti manifestavano l'impegno al cambiamento della società. Oggi tutto questo non c'è più, ma al contrario dominano i tentativi dei governi attuali di rendere il mondo accademico un' impresa diretta principalmente a rincorrere obiettivi economici, non solo un'impresa privata che vuole guadagnare, come accade in America, ma addirittura al servizio dello sviluppo economico. Persino il programma di Lisbona dell'Ue, che ha ispirato molte iniziative universitarie, è un programma della società della conoscenza che è fondamentalmente rivolto ad intensificare la ricerca scientifica e l'efficacia tecnologica, diretta a far guadagnare ai paesi e agli stati punti nella competizione per il Pil. Tutto questo nel '68 non c'era, ma anzi era messo in discussione.

Lei afferma che l'università in questi quarant'anni è cambiata, perdendo lo spirito positivo del ‘68. Perchè? C'è stato il terrorismo, poi gli anni '70 che ci hanno segnati profondamente, ma soprattutto si è verificato un cambiamento della società italiana che l'università non può che riflettere.

Allora la domanda da porle è come è cambiata la società italiana, cosa è diventata? E' diventata la società dove Berlusconi vince perché capitalista dei media, la gente è disinteressata alla politica, al punto da accettare anche questa crisi finanziaria come se fosse un procedimento naturale di fronte a cui non c'è molto da ri-fare o molto da ri-pensare rispetto al modello di sviluppo dominante.

E la filosofia, professore, ha ancora un senso e uno scopo in questa epoca globale, rapida, accelerata? L'ho sempre immaginata, e continuo anche oggi a farlo, come una forma di critica delle ideologie: riflessione sui sistemi di valori che ci guidano, sulla loro condizionatezza, sul fatto che bisogna mantenere il primato della politica e quindi anche della filosofia. Queste due realtà infatti non sono un agire o un sapere di natura scientifico-tecnologica e relativi all'andamento della società, ma si riferiscono ai valori che devono orientare anche le scienze e le tecnologie. Perciò il rapporto filosofia-scienza-tecnica mi sembra fondamentalmente da pensare come la capacità, da parte di un pensiero generale che è anche quello del linguaggio comune e dell'idee condivise, di porre limiti e orientamenti a queste ultime. Mi sento, adesso più di prima, legato alla definizione leniniana di comunismo e mi piace adattarla a questo ambito: la filosofia sono i soviet, è il sapere della società democraticamente discusso che dirige o orienta il lavoro tecnico, scientifico, economico, politico.

Ma la filosofia italiana è cambiata in questi quarant'anni? La filosofia italiana ha subito un movimento di deformazione analogo a quello che ha subito la sinistra e che nasce dal convincimento che non c'è altro orizzonte politico possibile che il capitalismo, al massimo reso più compassionevole. I filosofi rivendicano l'oggettivismo, il realismo, osteggiano non solo il marxismo ma anche l'ermeneutica, cioè sono contro ogni forma di concezione storica della filosofia, contro ogni espressione storicista della filosofia. Attualmente la filosofia spinge per ripartire da "il gatto sta sul tappetino", cioè dal dato reale: ma il realismo in filosofia è sempre stato una prospettiva conservatrice che ha condotto all'accettazione del mondo. Il fatto che queste posizione filosofiche siano presenti soprattutto nella sezione culturale del Sole 24 ore è emblematico...

Ma il capitalismo è in crisi, almeno così sostengono molti commentatori in questi giorni di tsunami finanziario. Forse si sta innescando un processo critico, capace di portare con sé anche una nuova ondata di riflessione su cosa debba essere la filosofia? Può anche darsi, lo spero, ma sono scettico, perché siamo così avviluppati nella nebbia mediatica che questa riflessione critica, questa coscienza della crisi del capitalismo rischia di spegnersi con lo spegnersi dell'attenzione stessa: già oggi le borse risalgono... Non voglio vivere in un mondo affamato, ma vorrei anche che le persone avessero coscienza che questa prosperità di cui godiamo è in parte immaginaria e si realizza a spese di altri, tanti, troppi.

E allora, professore, quale futuro attende questa filosofia così eccessivamente realista, incapace di andare oltre il dato, incline quindi a ideologizzare e conservare? Mi aspetto un atteggiamento anarchico, cioè la capacità di esercitare una critica verso tutti gli assolutismi che ci dominano: la Chiesa che ci predica la legge naturale come l'unica strada possibile, il mondo degli affari che ci propone quella del mercato come unica soluzione. Ecco la filosofia deve sbarazzarsi e sbaraccare tutto questo. Wittgenstein ha scritto che la filosofia ha l'unica funzione o l'unica possibilità di liberarci dagli idoli: oggi è un messaggio ancora valido. Gli idoli attuali, per esempio, ci impediscono di avere una legislazione più democratica e si chiamano, di volta in volta e caso in caso, Fondo monetario internazionale o Chiesa.

Lei ha formulato il cosiddetto pensiero debole, dove le implicazione della filosofia con la politica sono evidenti. Diciamo che la politica l'ha sempre interessata, tanto da vantare anche un'esperienza come parlamentare europeo. Che bilancio farebbe di quegli anni a Strasburgo? Per quel che riguarda la mia esperienza politica in Europa, vale il giudizio che ho espresso sulla mia attività accademica: quando sono entrato al parlamento europeo, nel 1999, l'Europa era una speranza aperta, quando l' ho lasciato, era in una condizione asfittica. Anche in questo caso, come già detto in merito all'università, non per colpa mia.

In che senso? Sono diventato parlamentare dell'Ue nel 1999 quando si sperava nella Costituzione dell'Europa: avevamo l'allargamento alle porte ed era necessario lavorare ad una Costituzione che desse all'Ue una fisionomia più visibile, più forte, più autonoma nella politica mondiale. Adesso cosa abbiamo? Non abbiamo la Costituzione e l' allargamento si è rivolto a paesi che sono, per ragioni storiche, selvaggiamente filo-americani. Il sogno di un soggetto politico alternativo - e non dico opposto- al potere imperiale americano, è morto. Per gli italiani, per esempio, l'Europa è l'agenzia di controllo sulla nostra politica, come la Nato, il Fmi, non certo un soggetto politico. E' molto disperante. La crisi economica attuale potrebbe essere un'occasione per far rinascere quel sogno, ma per adesso non si sembra che l'Europa abbia colto o sfruttato questa chance.

Un'ultima domanda. Qual è il filosofo che le sta più a cuore? Nella mia carriera accademica mi sono occupato principalmente di Heidegger e Nietzsche, cioè di due pensatori che hanno avuto entrambi una reputazione negativa, perché l'uno è stato il filosofo assunto dai nazisti, mentre l'altro è stato lui stesso per qualche anno un filonazista. Sono pensatori decisivi perché ci hanno insegnato a non credere che quello che accade tutti i giorni sia normale: l'essere non è struttura stabile dato una volta per tutte, ma accadimento in cui noi siamo coinvolti, cioè l'essere è qualcosa che possiamo costruire, disfare, rifare. Esattamente il contrario di quello stare lì ad osservare oggettivamente la realtà per arrivare poi, normativamente, a rispettare quest'ordine come dato assoluto e immutabile. Il loro merito è stato aver combattuto l'oggettivismo, il realismo, la pretesa di guardare le cose come sono per conformarsi ad esse.

E Marx? Anche Marx, ma un Marx indebolito, cioè un Marx che va riscoperto con un pizzico di "pensiero debole", perché anche lui ha ripreso quell'idea hegeliana che si potesse arrivare ad una conciliazione perfetta, dopo la rivoluzione. Non a caso penso che con un marxismo indebolito, Stalin non sarebbe stato possibile...Il marxismo liberato da una visione non metafisica della storia mi sembra l'unica cosa che, come filosofia, si possa ancora oggi professare.