Periodico di Attualita', Politica e Cultura - Fondato e Diretto Da Mario Astarita
Etre léger comme l'oiseau, pas comme la plume
P. Valery
2009-01-20
LA LEGGE MERLIN DOPO CINQUANTANNI
Sottofondo
di Franca Fortunato
Il disegno di legge della ministra Mara Garfagna con cui la prostituzione di strada diventa reato, è coinciso con il cinquantennale della chiusura delle “case chiuse”, in virtù della legge voluta dalla senatrice Lina Merlin.
Lina Merlin e Mara Garfagna, due donne, due parlamentari, la cui vicenda personale e politica incarna i segni dei tempi della politica.
Chi era Lina Merlin e perché volle chiudere le “case chiuse”?
Lina Merlin, padovana, nacque il 15 ottobre del 1887 e morì, dimenticata da tutti, il 16 agosto 1979. Donna politica, forgiata nel pieno della lotta antifascista, Lina Merlin fu maestra elementare e insegnante di lingue straniere. Per tutta la vita fu coerentemente socialista, al cui partito si iscrisse nel 1919.Antifascista convinta, quando da insegnante si rifiutò di fare giuramento al governo di Mussolini, perse il lavoro. Sopravvisse con lezioni private fino alla condanna, nel novembre del 1926,a cinque anni di confino da scontarsi in Sardegna, unica donna tra i confinati dell’isola. Lasciò la Sardegna il 24 novembre 1929 e si stabilì a Padova dove visse sotto stretta sorveglianza del regime. Costituì i che furono successivamente impiegati nella lotta clandestina. Dopo la liberazione da vice – commissario all’Istruzione nel governo regionale lombardo, si dedicò alla rinascita della scuola e nel 1945 è a Roma come responsabile della Commissione nazionale femminile del Partito. Il suo rapporto con il partito fu difficile sin dall’inizio. Eletta all’Assemblea Costituente, lasciò una significativa traccia nella Costituzione. All’art.3 volle che si aggiungesse “di sesso”. L’ebbe vinta. Nel 1956 intervenne in Senato sul disegno di legge relativo all’ingresso delle donne in magistratura, rintuzzò con sarcasmo e in modo argomentato, le obiezioni maschili contro questa legge. Nel 1955 divenne legge una sua proposta che cancellava in estratti e documenti anagrafici l’infamante “figli di N.N.” . Si batté contro il licenziamento di donne che contraggono matrimonio e portò avanti la battaglia per la legge per cui divenne famosa, la legge che affrontava il problema delle e che aveva presentato il 6 agosto 1948, subito dopo la sua elezione al Senato. Sin dall’inizio, quella proposta suscitò un vespaio, dentro e fuori il Parlamento, ci fu una campagna di stampa contro, che poneva l’accento sulla “funzione sociale” delle e faceva leva su argomenti quali la tutela della salute dei clienti, il soddisfacimento dei bisogni sessuali dei giovani, degli handicappati in particolare,la preoccupazione delle donne sposate che, una volta chiuse le case, temevano l’intrecciarsi da parte dei mariti di relazioni extra coniugali e, infine, la preoccupazione che le prostitute sarebbero rimaste senza lavoro. Ci vollero dieci anni di discussione, di scontri ma alla fine vinse lei con la sua tenacia. Tra il 1958 e il 2008, tra Lina Merlin e Mara Garfagna, c’è di mezzo la crisi della politica e l’avvento della libertà femminile, che ha cambiato le donne, anche le prostitute e la prostituzione. Molte delle prostitute sono donne consapevoli che scelgono liberamente di “vendere il proprio corpo” e rivendicano la liberalizzazione della prostituzione. Le stesse immigrate non tutte sono sfruttate e schiavizzate, molte sono consapevoli. Ed ecco che Mara Carfagna, arrivata in Parlamento per chiamata diretta, si scaglia contro la prostituzione all’aperto,la definisce “allarme sociale” e criminalizza non solo le venditrici ma anche il compratore, il cliente. Non dà ascolto alle donne, come suor Rita, che in una lettera aperta,lei che da anni aiuta le immigrate, le scrive che la donna, costretta a vendere il proprio corpo, e a subire violenze da parte degli sfruttatori e da un’immensa schiera di uomini italiani (che faticano a ritrovare una loro identità maschile,liberata da manie di onnipotenza e di potere), è una vittima. Pertanto va tutelata e aiutata e non condannata >. A cinquantanni dalla legge di Lina Merlin la prostituzione, con Mara Carfagna, diventa reato e così il vero problema che riguarda la sessualità maschile viene, ancora una volta, rimosso.
Nel libro-dvd “Cara politica” un condensato di vero giornalismo d’inchiesta
Il libro Cara politica. Come abbiamo toccato il fondo. Le inchieste di Report (Biblioteca Universale Rizzoli 2007, pagg. 124, euro 19,50) rappresenta una sorta di summa del lavoro svolto dalla redazione della trasmissione di Raitre in dieci anni di messa in onda. Nel libro viene ripercorso il modo in cui sono state condotte, davanti e dietro le telecamere, quattro tra le più importanti inchieste di Report, contenute in un dvd allegato. Si tratta di "Cattivi consigli" di Giovanna Boursier, dedicata alla gestione di alcune aziende pubbliche italiane comeAlitalia, Enel, Sviluppo Italia, Anas, Ferrovie Dello Stato, Poste Italiane; “Intoccabili” di Sabrina Giannini, sul tema dei “fannulloni impuniti” della pubblica amministrazione; “Cara politica” e “Province per tutti” di Bernando Iovene, entrambe sui costi della politica. La conduttrice di Report, Milena Gabanelli, ha firmato la prefazione.
L'ampiamente discusso problema dei costi della politica è quindi centralein questo volume, soprattutto con riferimento a come tali costi siano negli ultimi anni lievitati in maniera spoporzionata e inspiegabile. Viene fatto notare come la questione venga ripetutamente sollevata all'interno della classe politica, ma alla fine nulla di concreto venga fatto per porvi rimedio. “Province per tutti” rappresenta un esempio particolarmente illuminante: da più parti si reclama la necessità di ridurre nel numero – se non di cancellare – alcuni tipi di enti locali (in particolare le province) che producono dei costi eccessivi in relazione alle loro competenze. La risposta reale è stata però un'altra, opposta: la proliferazione di nuove province, alcune delle quali racchiudono addirittura meno di 60.000 abitanti.
In Cara politica i giornalisti di Report dosano attentamente denuncia e analisi, senza mettere in discussione l'idea che l'amministrazione pubblica comporti dei costi e che essi siano necessari. Tuttavia, laddove la loro crescita diventa incontrollabile e immotivata, la classe dirigente diventa soggetto che perpetra un abuso ai danni della cittadinanza. I casi menzionati in questo libro sono svariati. C’è, appunto, l’ambizione di tante città italiane a diventare capoluoghi di provincia – pur non possedendone i “requisiti”– che da semplice ambizione diventa meccanismo di rivendicazione o di minaccia in sede politica. C’è anche il mistero del funzionamento dei consorzi che dovrebbero occuparsi della raccolta differenziata ma che – come dimostra l'attuale situazione in Campania – in realtà non funzionano affatto. Ci sono poi le spropositate quantità di manager che siedono nei consigli di amministrazione delle principali aziende pubbliche, il radicato e tollerato costume dell’assenteismo, i finanziamenti poco limpidi, gli sprechi degli enti locali. Tutto ciò, insomma, ognuno a modo proprio,produce il risultato di sperperare denaro pubblico attraverso una gestione personalistica eclientelare della cosa pubblica a tutti i livelli.
Questo libro rappresenta un condensato di vero giornalismo di inchiesta, uno dei rari esempi nel nostro Paese, che non viene scalfito né dalle continue pressioni politiche bipartisan né dall'isolamento in cui di fatto si viene a trovare chi svolge seriamente questo lavoro. D'altronde, la stessa Gabanelli ha scritto nella prefazione che «in televisione si fa molto poco giornalismo di inchiesta perché nessuno lo vuole. Non lo vogliono i giornalisti, i loro direttori, banchieri, imprenditori, politici, il signor qualunque. C’è la convinzione di far parte di un sistema rigido dove tutti gli elementi che lo compongono sono legati tra di loro in modo da formare una rete che non può essere spezzata». Ciò non fa che rendere più duro il lavoro dei pochi degni rappresentanti della categoria. L'insofferenza che i centri di poteri manifestano nei confronti di un'informazione libera e imparziale è dimostrata dal fatto che l'Italia è l'unico tra gli Stati occidentali in cui si fa ricorso addirittura a cause civili – che prendono circa 6-7 anni di tempo ciascuna – permettere a tacere un serio giornalismo d'inchiesta. La stessa trasmissione Report ne ha collezionate finora decine – 23 delle quali ancora aperte – con richieste di risarcimento danni, nessuna delle quali persa.
Il modello di giornalismo proposto da Report rappresenta dunque, nelle intenzioni di chi lo fa, un modo per affemare che un altro tipo di Paese è possibile, che non è vero – come molti sostengono – che queste inchieste non producono alcun effetto, ma che anzi le cose si muovono in silenzio e le conseguenze si fanno vedere a distanza di qualche anno dopo. L'obiettivo prioritario di un'inchiesta – secondo la Gabanelli – dovrebbe essere quello di imbeccare una magistratura che altrimenti il sistema politico non è in grado di far funzionare, piuttosto che trovare visibilità sugli altri media. Già il giornalismo d'inchiesta in Italia è servito a qualcosa, cioè a creare una coscienza che ha portato a un punto di crisi, a fare dell'informazione un volano per far sentire la propria voce e da qui tentare di modificare gli atteggiamenti collettivi dannosi, che nel nostro caso sono principalmente la rassegnazione e l'egoismo. Infatti, ha scritto Milena Gabanelli: «incontro persone per bene che di malefatte ne vedono tante, ma tacciono e alla fine si adeguano o si rassegnano, diventando complici, perché devono pur lavorare. Incontro spesso un’altra categoria di complici, per la quale ho meno compassione, quelli che, interrompendo un giro vizioso, non rischierebbero di perdere lo stipendio. Sono coloro che, davanti agli orrori, fanno finta di niente, per il timore di veder svanire il piccolo potere di cui godono. Il potere di agevolare la carriera di un figlio, di un parente, un amico, o il potere conferito da frequentazioni importanti e che li mantiene dentro al giro che conta (che solitamente disprezzano): quello dei salotti dove si decidono i destini di persone che sono sempre le stesse. Tutte legate fra loro da anni di convivenze e connivenze, dove nessuno è disposto ad ammettere di aver superato il limite oltre il quale tutto è effetto collaterale e paralisi. La società della “conoscenza” è stata eliminata dalla società “delle conoscenze”, e così siamo diventati il paese più deriso e meno affidabile d’Europa».
San Luigi di Catanzaro
Cogito di Domenico Iozzo
L’antisemitismo in un racconto semiserio ambientato tra Catanzaro, il Vaticano ed il Paradiso
E’ uscita da alcune settimane un’interessante pubblicazione a cura di Aldo Ventrici, instancabile e appassionato cultore della storia catanzarese.
Si tratta della prima traduzione italiana – edita da Calabria Letteraria Editrice - del breve racconto “Luigi di Catanzaro” che porta la firma dello scrittore inglese Louis Golding il quale, nella sua quarantennale carriera a cavallo tra le due grandi guerre del ‘900, portò alla luce una serie di romanzi incentrati sulla vita degli ebrei in Inghilterra e sull’ideale dell’armonia razziale approdando al successo di pubblico con il celebre “Magnolia Street” da cui fu tratto anche un adattamento teatrale.
Da grande collezionista e ricercatore di opere riguardanti la storia della città di Catanzaro, Ventrici – venuto a conoscenza dell’esistenza di questo libretto di Golding pubblicato nel 1926 – è riuscito ad impossessarsi dell’opera dopo una serie di difficoltose ricerche presso le librerie antiquarie di tutto il mondo. Il lavoro aveva una tiratura di sole 100 copie, firmate di proprio pugno dall’autore: una vera e propria rarità libraria di assoluto pregio che giustificava il prezzo altissimo dei pochi esemplari sopravvissuti all’usura del tempo. Con costanza ed un briciolo di fortuna, Ventrici è riuscito a procurarsi, con poche decine di dollari, una copia informatizzata dell’opera a cura della Jewish National & University Library di Gerusalemme. La difficile attività di traduzione di un linguaggio risalente al primo Novecento, reso volutamente aspro dalla volontà dell’autore, ha portato alla scoperta di importanti considerazioni di carattere religioso, politico e sociale che si celavano dietro la fantasiosa e sarcastica vicenda raccontata da Golding.
La storia immaginaria, incentrata su una negata canonizzazione di un altrettanto fantastico beato Luigi di Catanzaro, ha inizio con il rifiuto espresso del Vaticano, allora guidato da Papa Pio XI che, secondo l’autore, era stato grande propulsore dell’attività missionaria quanto cinico e abile diplomatico. Il dibattito vede protagonista anche una folta schiera di Santi, direttamente dal Paradiso, impegnati in un divertente diverbio sull’argomento che vedrà coinvolti persino Gesù Cristo e Dio e sarà risolto dall’intervento dello Spirito Santo. Tutto questo rappresenta il pretesto per montare una lunga serie di battute goliardiche e dissacranti su personaggi e luoghi che caratterizzano il dogma della religione cristiana. Sicuramente destinato ad una ristretta cerchia di lettori appartenenti all’ampia comunità di ebrei sparsa per il mondo, l’esile volume- per ciò che ci interessa da vicino – contiene anche degli interessanti contributi sulla storia locale. Da appassionato viaggiatore, Golding infatti attraversò la Calabria prima di approdare in Sicilia e rimase affascinato dalle “strette vie” e dalsuggestivo corso post-ottocentesco di una Catanzaro d’altri tempi. Nel testo ritroviamo, così, alcune citazioni relative al tenore di vita benestante della città capoluogo – che secondo lo scrittore inglese sarebbe diventato motivo di “dissolutezza” – e alla conservazione delle reliquie del beato Luigi nella chiesa di Santo Stefano, una volta eretta sulle fondamenta dell’antica Sinagoga del quartiere ebraico, sulla cui area oggi sorge Palazzo Fazzari.
In realtà nel volume ritroviamo tutta una serie di suggestioni ideologiche che, da lì a poco, avrebbero trovato conferma nella dilagante ondata antisemita del preciso disegno nazista di epurazione della razza. Non mancano, perciò, gli sfoghi rabbiosi di uno scrittore che era una icona della cultura ebraica del suo tempo e portatore sano dell’idea di convivenza multietnica e tolleranza religiosa. Catanzaro, a differenza del clima di tensione antisemita vissuto a Manchester ed al pari di quella Via Della Magnolia creata da Golding nell’omonimo romanzo, aveva ospitato gli ebrei per più di quattro secoli: un fatto, questo, che segnò in maniera decisiva l’andamento dell’economia calabrese. Affollando il centro del borgo medievale, le famiglie ebree entrarono a far parte attivamente di un tessuto sociale che faceva della libertà di circolazione e di soggiorno di tutti i popoli il connotato di una precisa identità mercantile ispirata all’ideale di una sana convivenza democratica. Come descritto da Corrado Jannino nella prefazione, gli ebrei erano i proprietari delle botteghe più tassate e titolari di miniere, fonderie e tintorie. L’attività più redditizia era legata al commercio della seta che non di rado vedeva la partecipazione di mercanti ebrei nelle fiere di tutta la regione. E ogni volta, al loro ritorno, tutta la città li aspettava per festeggiare a suon di balli e canti i loro buoni affari. Gli ebrei – gli unici che sapevano tutti leggere e scrivere – riuscirono per molto tempo a mantenere la loro autonomia di culto e di pensiero fino a quando, nel 1496, il patto di reciproca utilità e prosperità collettiva fu spezzato con la distruzione della Sinagoga e la cacciata della comunità giudaica dalla città. Oggi a Catanzaro non si rinviene alcun simbolo attestante la lunga permanenza degli ebrei in città che contribuì a comporre i tasselli dell’identità locale sulla base della pari dignità sociale e solidarietà tra cristiani e giudei.
Aldo Ventrici con la sua minuziosa traduzione, brillantemente impreziosita da un adattamento letterario di notevole spessore, ha voluto arricchire la storia e la cultura locale traducendo e presentando un autore di chiara fama nel panorama letterario anglosassone e consegnando all’attenzione dei lettori, non solo catanzaresi, una pagina sconosciuta ed inedita di letteratura internazionale.
Copertina_Libro__La__paura_e_la_speranza
“La Paura e La Speranza”
Incipit di Santina Sammarco
In un saggio Giulio Tremonti illustra le fasi altalenanti dell’economia globale
“Abbiamo i telefonini ma non abbiamo più i bambini. Non solo. Come in un mondo rovesciato, oggi il superfluo costa meno del necessario. Puoi andare a Londra con 20 euro, ma per fare la spesa al supermercato te ne servono almeno 40. Doveva essere l'età dell'oro: non è così. Sale il costo della vita, dal pane alle bollette; i mutui si mangiano i bilanci delle famiglie; stiamo consumando le risorse del pianeta; i segnali che vengono dal mondo non sono segnali di pace”.
Giulio Tremonti ha così sintetizzato ciò che sta lentamente emergendo nella consapevolezza comune: la globalizzazione, tanto acclamata, ha un lato oscuro, la disoccupazione e i bassi salari, crisi finanziaria, rischi ambientali, pericolose tensioni internazionali. E, per l'Europa in cui viviamo, un doppio declino: cadono sia i numeri della popolazione (crescita zero), sia i numeri della produzione. Con un'analisi pungente e autorevole, Tremonti ci racconta le cause della situazione attuale, i passi falsi della politica e le spietate dinamiche della finanza internazionale, delineando i contorni della crisi globale in cui viviamo. Parla di mercatismo, di consumismo sfrenato, dell’emergenza ambientale e la scarsità delle risorse; descrive un Europa debole e piccola dinnanzi alle nuove emergenti potenze economiche quali India e Cina.
Ma il mercatismo di Tremonti altro non è che una nuova fase del liberismo economico, nuovamente incontrollabile e non regolamentato, spregiudicato e imparziale.
Il saggio si limita, in questa prima parte, a raccontarci, o meglio, a descriverci il sistema economico e con esso le implicazioni politiche e sociali in cui viviamo, a sintetizzarci un’insieme di cause e di effetti della globalizzazione, ci parla di internet e della velocità delle informazioni, degli scambi finanziari, dell’apertura e dell’interscambio continuo e affluente di persone, merci e capitali; tuttavia non delinea l’excursus storico del capitalismo, dalle sue origine alla sua maturazione contemporanea (la globalizzazione o meglio, in gergo economico parleremo di mondializzazione).
Se ripercorriamo la storia del capitalismo riconosciamo, infatti, come ogni sua nuova fase (la rivoluzione industriale, il nuovo imperialismo ottocentesco, la crisi del ’29,ecc..) lo hanno reso incontrollabile e forse si è scoperto il volto più crudo e ruente rivelandoci in ogni stadio un lato dell’homo oeconomicus.
Da un’analisi storica, invero, si comprende come nuove sue fasi spesso coincidono semplicemente a nuovi cicli economici che implicano mutamenti alla struttura dell’economia – incidendo sulla produttività, sul lavoro, sulla struttura dei capitali – La globalizzazione e, in particolare il processo di internet, hanno inciso notevolmente sulle strutture delle economie occidentali e di quelle Europee, caratterizzando una crisi della politica e soprattutto dello Stato sociale. In breve, la crisi che attualmente viviamo potrebbe essere semplicemente una nuova fluttuazione del ciclo economico che tutti conosciamo come il processo di globalizzazione. Forse una fluttuazione prevedibile e prevista dagli stessi economisti mentre celebravamo, agli inizi degli anni 90, la tanto amata globalizzazione.
Nella seconda parte, invece, il Ministro indica la strada percorribile per uscire dalla crisi e ritrovare “la speranza”.
Se nei primi capitoli critica la sinistra e con essa la cultura del ’68 sottolineandone il fallimento ideologico, negli ultimi due capitoli delinea i valori europei a cui credere: valori, famiglia e identità; autorità,ordine, responsabilità, federalismo; valori che associa alla cultura ideologica “nuova” di destra e alla politica europea.
In particolare precisa proposte concrete per l’Europa. E’ in questo capitolo che il Ministro individua la speranza e con essa le azioni di politica economica e di politica fiscale da attuare, in termini di politica europea, dopo aver anche indicato come ad oggi l’Europa non è ancora in grado di garantire un’unica identità politica e europea.
[ saggio La paura e la speranza – Giulio Tremonti – Mondadori]
It’s time of change con “L’audacia della speranza”
Logos pag. III di Davide Cosco
La storia può accadere: Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. E Barack Obama potrà far accadere nella storia dei nostri tempi qualcosa di veramente straordinario, traghettando il mondo in una nuova era.Prima di tutto servendosi dell’audacia della speranza, titolo del volume uscito anche in Italia connotandosi del noto discorso introduttivo alla convention del Partito democratico che tanto entusiasmò il pubblico, rievocando quel prezioso ottimismo nel futuro, da lui definito appunto “audacia della speranza”. Questo libro è una biografia, ma non unicamente di un uomo, quanto delle trasformazioni avvenute nel pianeta negli ultimi anni: madre statunitense, padre keniano, patrigno indonesiano, giovinezza trascorsa alle Hawaii e in Indonesia, insomma la metafora della globalizzazione. Il prologo del libro, anticipato da una deliziosa e significativa introduzione di Walter Veltroni, rappresenta la scelta di fondo di Obama: dedicarsi alla carriera politica. Senza reticenze egli mette in luce le complessità, i dubbi, le sconfitte, i successi di una strada ricolma di ostacoli da superare, di malintesi e sotterfugi, intrisa allo stesso da voci, richiami, quotidianità, sogni. Ricorda la sua prima candidatura per un incarico politico, circa dieci anni addietro, per un seggio nel corpo legislativo dell’Illinois, evidenziando l’entusiasmo nel condurre la prima campagna elettorale e la volontà esasperata di confronto, poi le difficoltà della candidatura al Senato superate sempre col confronto popolare; sono stati infatti i comizi elettorali a fargli conoscere quella parte di americani, secondo lui la stragrande maggioranza, con cui condividere gli ideali fondamentali intrisi di orgoglio, senso del dovere e spirito di sacrificio, per stabilire “un filo ininterrotto di speranza” a sostegno “dell’improbabile esperimento di democrazia”.
Obama è consapevole di come sia arduo discorrere in questi termini, nonostante il possesso di una lingua condivisa, in un’epoca come la “nostra”, delle aspre e incessanti lotte politiche e culturali, delle parole ambiziose impiegate per scopi cinici, degli interessi infiniti: vuole ristabilire “la rotta della nave americana” nuovamente verso il mito, in direzione del “Sogno”, quello descritto dai “vecchi” libri di storia. Afferma di non avere la presunzione di sapere come fare, ma di volerci provare: in ogni singolo capitolo evidenzierà, a grandi linee, il cammino che vorrà seguire, con riflessioni personali sui valori che l’hanno condotto alla vita pubblica, con le opinioni scaturite dall’esperienza da “senatore e avvocato, marito e padre, cristiano e scettico” in termini comprensibili da tutti, “senza grafici e diagrammi, programmi e piani”.
Giustificando nel suo essere democratico, la possibilità che alcuni lettori possano trovare parziale la sua presentazione degli argomenti, molto simile “agli editoriali del “New York Times” , a quelli del “Wall Street Journal”.
Barack Obama sottolinea come il suo essere nuovo sulla scena politica e il pensare alla società in un modo del tutto differente dal comune, potrebbero renderlo impopolare ma, allo stesso tempo, mette in luce come questo sia il secondo fine del suo libro, la sua volontà di “evitare le trappole della celebrità, il desiderio di piacere a tutti, la paura di perdere, salvaguardando quel fondo di verità” che aleggia su “i nostri più profondi impegni”.
Il leader afroamericano si sofferma sull’opinione non troppo positiva che gli elettori hanno in generale dei politici. Ad attanagliare questi ultimi è spesso la “paura”, l’emozione definita come “la più pervasiva e certamente la più distruttiva”, la sensazione di perdere e l’obbligo di doversi “leccare le ferite” in pubblico, fingendo sorrisi e stringendo apaticamente mani.
Analizzando il rapporto denaro - politica, il professore di Diritto Costituzionale descrive con quanta sfacciataggine alcuni dirigenti utilizzino i finanziamenti ottenuti da privati per lo svolgimento della campagna elettorale, per i propri vezzi, per “mantenere lo status e il potere; allontanando gli sfidanti e sconfiggendo la paura”. Il raccogliere fondi risulterà un’impresa umanamente poco gratificante, a volte mortificante, ma del tutto necessaria; si impara a ricevere dei “no” come risposta e a continuare a chiedere per fede nella politica; si praticherà la compilazione di questionari infiniti, stracolmi di domande inutili, magari rimandandoli alle organizzazioni, nella speranza che ad essere rinviato sia un assegno e non un’altra dozzina di fogli; si imparerà a riconoscere da uno sguardo le persone che possono far parte del proprio staff, ad essere riconoscenti nei confronti di chi sostiene e a cercare di risanare l’obbligazione per non ricadere nelle critiche dei sindacati. Ma eccolo - senza disturbare affatto la trattazione - tornare agli anni del college, alla ribellione adolescenziale, al rifiuto dell’autorità di quegli anni, al ricordo degli insegnamenti dell’infanzia, ai valori che gli erano stati trasmessi dalla famiglia. Valori che ostinatamente Obama cercherà anche negli avversari politici, volendo trovare elementi unificanti, un senso condiviso nell’essere americani.
Obama vide per la prima volta la Casa Bianca da appena diplomato al college mentre lavorava come coordinatore sociale fuori dal campus di Harlem del City College di New York: era il periodo di Reagan e dei suoi tagli ai sussidi scolastici, contro cui Obama si era presto battuto. Fu una visita veloce di cui gli rimase una riflessione: “…i nostri leader non erano così diversi da noi ed erano soggetti alle leggi e al nostro consenso collettivo”. Venti anni dopo, quando vi entrò da Senatore degli Stati Uniti, un po’ di cose erano cambiate: il presidente non era più Reagan ma Bush senior e nel tempo junior, di cui Obama è stato un critico – della politica e non della persona - costante e occasionalmente feroce, per i suoi tagli alle tasse a favore dei ricchi, per “la mancanza di un piano sanitario significativo, per l’assenza di una politica energetica e di una strategia per rendere l’America più competitiva, per l’azzardosa politica militare d’invasione”. Da qui Barack Obama riparte per affermare che: “E’ il linguaggio dei valori che le persone usano per mappare il mondo…ciò che le può spronare all’azione e farle uscire dal loro isolamento”. In quanto Americani bisognerebbe partire dal fatto che tutti “gli uomini sono creati uguali e che sono dotati dal loro Creatore di certi inalienabili diritti fra i quali quelli alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”: questa frase della Dichiarazione di indipendenza dovrebbe, secondo Obama, essere ricordata sempre e mai data per scontata da ogni Americano perché fondamento “del governo ,…sostanza del nostro credo comune”, un modo per “affrontare la vita”, orientarsi “ognisingolo giorno”.
Tale apprezzamento per “the Bill of Rights” deriva dal suo aver trascorso una parte della sua infanzia in Indonesia e dall’avere ancora parenti in Kenya, Paesi in cui i diritti individuali sono soggetti all’esercito e ai capricci dei burocratici corrotti.
Obama Parla descrive una libertà intesa in senso “negativo”, ad un livello elementare, riferendosi alla tendenza del vicino ad “impicciarsi”, e di libertà in senso “positivo”, radicata nell’ottimismo di base nei confronti della vita, intesa come opportunità e insieme di valori secondari che aiutano a realizzare tali prospettive: valori d’indipendenza, miglioramento di sé e disponibilità a correre rischi, determinazione, disciplina, temperanza e duro lavoro, parsimonia e responsabilità personale.
Chiarendo la sua posizione sulla pena di morte, Obama evidenzia come il suo buon senso lo porti a definirla come un deterrente per niente efficace contro il crimine, ma allo stesso tempo è consapevole che esistono delitti così efferati - gli omicidi di massa, gli infanticidi, la violenza sessuale - da giustificare l’afflizione della massima pena. Altro tema toccato è quello della religione che, contrariamente a quanto fatto da Bush, non va usata, dice il 44° Presidente. come una clava, non può avere un valore puramente strumentale, non deve dividere, ma unire. Ugualmente il tema ecologico, visto come prioritario da affrontare, viene inteso come bene comune da tutelare, come ricchezza universale cui l’uomo deve rapportarsi con responsabilità e passione.
Obama critica la lettura del solito “copione” di ipocrisia che la maggior parte dei politici, in campagna elettorale e dopo, ostentano fieri; afferma di avvalersi in ogni situazione del valore dell’empatia, insegnatogli dalla madre, la quale, incitandolo alla riflessione, gli chiedeva: “ Come pensi che ti farebbe sentire?”. Il quadro della generosa e carismatica personalità di Obama non sarebbe completo se non si leggessero le numerose pagine dedicate, direttamente o indirettamente, alle figlie, alla moglie. Entra molto in profondità nel raccontare del suo primo incontro con Michelle, sua moglie, avvenuto presso lo studio legale dove entrambi lavoravano, le prime uscite a pranzo, il primo appuntamento, gli sguardi di lei e le sensazioni di chi aveva compreso che quella sarebbe diventata la donna della sua vita, descrivendola come una donna “intelligente, divertente, e assolutamente affascinante”. Obama sottolinea, riportando una serie di stime percentuali, di come siano cambiate le cose dagli anni cinquanta agli anni novanta fino ad oggi, per ciò che riguarda, ad esempio, i matrimoni e i divorzi, il sesso prima del matrimonio e le gravidanze in età adolescenziale. Prendendone visione si pone come sostenitore di un governo che non può avere il ruolo di censore della moralità sessuale, piuttosto, personalmente, incoraggia “i giovani ad avere maggior rispetto verso il sesso e l’intimità”, “le coppie a capire il valore dell’impegno e dei sacrifici che il matrimonio comporta”, stimolando genitori, congregazioni e programmi delle comunità locali a farlo insieme a lui.
Il cambiamento della famiglia americana risiede oltretutto, secondo Obama, nel fatto che oggi più del 70 per cento dei casi entrambi i genitori lavorano oppure separati e a badare al sostentamento della famiglia è uno solo. E’ Michelle a sostenere che “ il fardello della famiglia moderna grava maggiormente sulle spalle delle donne”, ma è lo stesso Obama a darle ragione, rivedendo sempre elementi della loro vita di coppia: riconosce che famiglie come la sua, dove non sono mai mancati i punti d’incontro e l’aiuto salvifico della mamma di Michelle, Marian, è raro trovarle in America. Vede la possibilità di intervenire, da parte del governo, “mettendo in atto strategie che rendano un po’ più facile giostrarsi tra figli e lavoro”,creando un servizio qualificato di assistenza per l’infanzia, più accessibile ad ogni famiglia.
La crisi finanziaria, la crescente insicurezza economica delle famiglie americane, le tensioni razziali e religiose interne al corpo politico, le minacce globali, dal terrorismo agli imminenti pericoli ecologici costituiscono punti da affrontare con decisione. Di fronte ai quali, sostiene il Kennedy nero, si rendono necessari investimenti pubblici nell’educazione, nella scienza e nella tecnologia e nell’energia come chiave per la creazione di nuove opportunità. Ma anche un ritorno allo spirito democratico e ai valori che sono alla base della Costituzione. E il coraggio di offrire un nuovo sogno ai cittadini statunitensi e a tutti i popoli del mondo. “L’audacia della speranza” è un libro sulla trasformazione del potere ma è principalmente la frase che disse il suo pastore e che ritornò alla memoria di Obama quando, in attesa di un suo intervento nella campagna elettorale a Boston, abbozzò il proprio discorso in una stanza di albergo a Springfield: gli passarono per la testa una serie di quadretti di vita comune, fatti di speranza, di sacrifici, di umiltà, orgoglio e “costante ottimismo a dispetto delle difficoltà”.
“Era il meglio dello spirito americano… avere l’audacia di credere, nonostante tutte le prove contrarie, che si po’ ricostruire un senso della comunità in una nazione lacerata dal conflitto; l’impudenza di credere che nonostante tutte le avversità personali… abbiamo un certo controllo - e pertanto la responsabilità - sul nostro destino”.
Martin Luther King
Anima Mundi
Sogno che un giorno i miei bambini possano vivere
in un paese che non li giudichi dal colore della pelle,
ma dalla qualità del loro carattere.
Ho un sogno oggi!
Martin Luther King- Waschington 28-8-1963
Le nuove tangentopoli italiane
Ad litteram di Fabio Celi
Da nord a sud una perfetta descrizione di questo paese alla rovescia
Nel libro Roba Nostra , Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, raccoglie gli articoli di una storia bruttissima fatta di soldi, politica e giustizia nel sistema del malaffare. Ricompone pezzo per pezzo i frammenti di una vicenda accaduta in Calabria e in Lucania dove si sta sperimentando un nuovo modello di Tangentopoli, diversa da Mani Pulite, più trasversale, più subdola, più oscura ed enigmatica al tempo stesso. Le storie che si intrecciano sono quelle di tre magistrati che con le loro indagini sono diventati famosi in questo paese: Henry John Woodcock a Potenza, Luigi De Magistris a Catanzaro e Clementina Forleo a Milano. Una lunga esposizione di inchieste giudiziarie che partono dalla Calabria (Poseidone e Why Not), alla Basilicata (Toghe Lucane), per risalire al nord con le inchieste di Bancopoli (le scalate bancarie ad Antonveneta e BNL), per tornare al sud con le inchieste sulla malasanità in Molise, dello scempio ambientale sui sassi di Matera, con le discariche in Puglia e i rigassificatori ad Agrigento, vicino alla Valle dei Templi.
Ha descritto dei nuovi comitati d'affari che hanno sostituito il vecchio sistema delle tangenti dagli imprenditori ai politici. Ma da cosa è costituito un comitato d'affari?
Prendiamo per esempio l'inchiesta Poseidone.Parte dal finanziamento da parte dell'Unione Europea di centinaia di milioni di euro per costruire dei depuratori in Calabria.I depuratori non sono mai stati costruiti e i soldi sono finiti nelle mani dei personaggi di questo comitato. Come è potuto accadere?
Tutto ciò accade in Calabria, quando la procura era retta da Mariano Lombardi (poi Dolcino Favi), quando nella GdF c'era il generale Cretella Lombardo, quando i politici erano e sono Nicola Adamo (DS), Giuseppe Galati (UDC), Lorenzo Cesa (segretario nazionale UDC).
Accade ancora, in Calabria, si tratta dell'inchiesta Why Not, dove era stata messa in piedi una struttura che dava lavoro con società interinali in cambio di consenso. E i personaggi si chiamano Antonio Saladino, l’ex magistrato Giuseppe Chiaravallotti (FI), Sergio Abramo (FI), Pietro Scarpellini (Margherita), generale Paolo Poletti della GdF e il faccendiere ed ex-giornalista Bisignani.
Obiettivo del comitato d'affari scoperto dall'inchiesta Why Not era mettere in piedi con i soliti finanziamenti pubblici consorzi pubblico-privati e dare un posto di lavoro alle persone che le
varie lobby segnalavano. Poco importa se poi queste imprese chiuderanno.
I lettori capiranno che chi eroga questi fondi e chi controlla il loro utilizzo (controllato e controllore) sono le stesse persone o persone dello stesso “comitato”.
In Toghe lucane la ragnatela del comitato d'affari vedeva i vertici della procura di Potenza (Vincenzo Tufano, Gaetano Bonomi, Felicia Genovese) , la DDA di Potenza (Giuseppe Galante),la mobile con Vincenzo Tufano, la presidente del tribunale di Matera Iside Granese, il pm della procura di Matera Giuseppe Chieco.
La ragnatela comprendeva i signori politici Filippo Bubbico (DS) e Vito De Filippo (Margherita), Nicola Buccico (AN).Ma quali i fini del comitato lucano?
Gestire i propri affari nella sanità (Michele Cannizzaro marito della pm Genovese) manipolando le nomine nelle ASL.L'affare dei villaggituristici Marinagri finanziati direttamente dal CIPE (dove sedeva Bubbico e prima ancora Galati).Soffocare le poche inchieste giudiziarie che coinvolgevano i membri di questo comitato: l'omicidio dei fidanzati di Policoro, la scomparsa di Elisa Claps, la storia dei bachi da seta (per la fantomatica società Seta Italia), l'inchiesta sulle cellule staminali nella Asl di Matera.
All' improvviso ecco, un magistrato si mette ad indagare su questi casi, in Calabria e sui colleghi lucani per competenza, si chiama Luigi De Magistris. Indaga senza guardare in faccia a nessuno diventando improvvisamente un pericolo. Viene fermato, e Vulpio spiega bene ai lettori di questo saggio-inchiesta la strategia che viene messa in atto.
Si inizia con le centinaia di interrogazioni parlamentari su questo magistrato. Poi iniziano le ispezioni del feroce Arcibaldo Miller (cui è dedicato un delizioso specchietto sul suo passato durante il terremoto in Campania). E poi ancora arrivano le classiche lettere minatorie (di cui i bravi giornalisti non danno mai notizia). Infine, se ciò non bastasse, arriva il Clemente Mastella di turno, con la richiesta di trasferimento.
In quale regime totalitario si chiederanno i lettori, un ministro messo sotto indagine chiede il trasferimento del magistrato per conflitto di interessi ?
Quello che è accaduto a Luigi De Magistris viene replicato anche nel caso del Gip milanese Clementina Forleo, reo di aver messo sotto accusa alcuni dirigenti dei DS e di FI, per la vicenda delle scalate bancarie.
Nonostante i depuratori (virtuali) siano ancora lì, nonostante i consorzi non fanno nulla, nonostante le discariche in Puglia, lo scempio a Matera con i sassi, nonostante la sanità al sud costringa la gente a farsi curare altrove, i personaggi di questa fiction sono rimasti quasi tutti al loro posto e le inchieste sono state bloccate o archiviate. I poliziotti che hanno fatto le indagini per davvero sono stati trasferiti e il giornalista Carlo Vulpio, spiato, intercettato e messo sotto accusa, è stato costretto a difendersi in tribunale. Le speranze del sud in un cambiamento sono state nuovamente tradite.
Fabio Celi
Roba Nostra
di Carlo Vulpio:
storie di soldi, politica giustizia nel sistema di malaffare. Il Saggiatore, 2008
RECENSIONE GIUGNO
Pino Arlacchi. La mafia imprenditrice. Dalla Calabria al centro dell’inferno. Il Saggiatore, pp. 320. Ci deve essere un centro da qualche parte. E se esiste, può essere davvero il centro dell'inferno… nulla di sostanziale è mutato, se non l’espansione del potere criminale nell’economia e nella politica della Calabria… Il novecento è stato per la ‘ndrangheta l’età dell’oro… Ci troviamo di fronte a un libro di successo che ha resistito al logorio del tempo. Questa edizione appare a 24 anni di distanza dalla prima pubblicazione del volume e ad oltre 30 dai fatti analizzati. Protagonista dello studio era la mafia calabrese, la ‘ndrangheta degli anni Settanta del secolo passato. Nel 1983 già alla prima edizione è stato un libro di svolta, ha spazzato via l'alone di rispettabilità che ancora circondava la mafia. Ha messo in luce per la prima volta la natura economica della mafia stessa ed ha sbugiardato l'indulgenza di certa letteratura e influito positivamente sulla legislazione antimafia. Un'analisi documentata che ripercorre l'evoluzione del potere mafioso dalla società tradizionale siciliana e calabrese di inizio Novecento al boom del traffico internazionale di droga. Traendo le premesse dall’analisi empirica, il libro pone l’accento sulla nuova imprenditoria mafiosa che afferma e consolida il proprio potere all'interno della vita economica, politica e sociale di interi settori produttivi su scala nazionale e internazionale, scoraggiando la concorrenza con metodi brutali, evadendo il sistema previdenziale e violando i diritti dei lavoratori. Il lettore sicuramente si chiederà Se e Che cosa è cambiato da allora e che senso ha riproporre oggi l’argomento. In sostanza nulla è mutato se non l’espansione del potere criminale nell’economia e nella politica della Calabria. Il volume originario non è invecchiato anzi è attuale per intero. Questa nuova edizione presenta una nuova introduzione ed una lunga «nuova puntata» aggiunta in coda al testo originario: “Dalla Calabria al centro dell’inferno”. Giovanni Falcone rimase molto impressionato dalla moltitudine dei personaggi che affollavano i luoghi del denaro caldo ed avanzò un'osservazione che mi è rimasta ben impressa nella mente: "Questi paradisi fiscali mi sembrano una immensa Torre di Babele. Ma forse questa è solo l'apparenza. Ci deve essere un centro da qualche parte. E se esiste, può essere davvero il centro dell'inferno".E’ il racconto di una esperienza umana dell’autore, dopo la pubblicazione della prima edizione del 1983, e principalmente di una escursione intellettuale attraverso un mondo fino ad ora impenetrabile: quello del riciclaggio del denaro sporco effettuato dalle maggiori banche internazionali. Tutto questo lavoro è stato possibile grazie alla posizione che occupa l’autore in seno agli uffici delle Nazioni Unite. La ‘ndrangheta ha continuato a prosperare non grazie alla sua intrinseca energia, o per la forza della «società incivile» da essa generata, ma soprattutto per il contrasto incerto e fiacco messo in atto da chi dovrebbe contrastarla. La politica, i poteri dello Stato, anche quelli più forti, non hanno mostrato la determinazione necessaria per difendere la sicurezza, l’ambiente, le libertà civili elementari, il diritto al futuro delle giovani generazioni. La Calabria oggi è l’ultima regione italiana per reddito, occupazione, qualità della vita e democrazia. La corruzione è capillare, l’associazionismo civile è precario, la partecipazione politica è scarsa, e le elezioni sono fasulle perché i consensi non sono liberi. Le risorse affluite in Calabria dallo Stato centrale e dall’Europa dal dopoguerra in poi sono state imponenti. La dura evidenza è un’altra. Lo squallore attuale è opera di una classe dirigente in bancarotta, che è andata purtroppo peggiorando negli ultimi venti anni , e che ha venduto la sua anima al diavolo contro i diritti di 2 milioni di calabresi. La ‘ndrangheta è stata lasciata libera di proseguire nell’accumulazione violenta della ricchezza e nella colonizzazione della società. Le famiglie-imprese mafiose calabresi sono ancora in larga parte quelle degli anni Settanta. Le loro dimensioni economiche e demografiche sono aumentate considerevolmente, al pari della loro influenza politica, che adesso comprende tutti i maggiori partiti, sia di governo che di opposizione. I vantaggi competitivi delle imprese mafiose sono rimasti inalterati, e la scala dei loro profitti è cresciuta con l’aumento degli stanziamenti pubblici destinati alla Calabria. Se metodi e mentalità rimangono quelli di un tempo, solo più spregiudicati, nuovo è il raggio d'azione che si estende dal traffico internazionale di armi e droga alla gestione delle risorse energetiche, dalla corruzione politica all'appropriazione degli aiuti destinati al terzo mondo. Non più la Sicilia o la Calabria: l'economia globale è ormai la vera roccaforte della nuova mafia. Il novecento è stato per la ‘ndrangheta l’età dell’oro: l’Unione Europea con i suoi fondi strutturali e i nuovi mercati come quello della cocaina sono state fino ad oggi le nuove sorgenti di risorse. Scrive Arlacchi; «nulla di sostanziale è mutato, se non l’espansione del potere criminale nell’economia e nella politica della Calabria, come previsto ma non auspicato dallo studio originario». Studiare fenomeni contemporanei come la «mafia imprenditrice» ha influito positivamente sulla legislazione antimafia. Va ribadito che in questo settore gli strumenti normativi che oggi sono a disposizione di ogni cittadino nella lotta contro la criminalità erano, allora, del tutto inesistenti. A Pino Arlacchi, calabrese classe ‘51, si deve l’istituzione della DIA, Divisione Investigativa Antimafia, agenzia generata per combattere il crimine organizzato nonchè numerosi studi all’avanguardia sul fenomeno Mafia, oggetto di stima e riconoscimenti anche a livello internazionale.E’ importante che ci sia uno sforzo congiunto per “educare” le coscienze alle tematiche della legalità. La debolezza della parte sana, fatta di non risposte, infatti, induce i cittadini a passare dall’altro lato della barricata, scegliendo la criminalità come proprio referente. C’è bisogno di risposte, allora, risposte con una duplice valenza. Risposte propositive, fatte di sostegno al lavoro e di aiuto alle famiglie in difficoltà, cui spesso si sostituisce appunto la criminalità organizzata. Pino Arlacchi, calabrese di Gioia Tauro , è un sociologo di fama mondiale. E' stato sottosegretario generale delle Nazioni Unite, direttore dell'ufficio delle Nazioni Unite per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine, consulente della Direzione investigativa antimafia (Dia) e presidente onorario della Fondazione Giovanni Falcone. Ha insegnato nelle Università di Reggio Calabria, Firenze e Sassari. Attualmente vive a Vienna, dove presiede l'ufficio Onu. Pino Arlacchi. La mafia imprenditrice. Dalla Calabria al centro dell’inferno. Il Saggiatore, pp. 320.
Profondo Nord: il nuovo mistery scandinavo
Prooemium di Mario Astarita
Titoli che inondano il mercato. Che catturano i lettori. Un vero boom dell’editoria scandinava sta, negli ultimi tempi, invadendo il mercato librario. Un boom che parte da molteplici fattori e che ricopre molteplici fattori. Titoli come “Il mercato dei ladri” pubblicato da Corbaccio dello svedese Guillon o “Il sangue versato” di Larsson edito da Marsilio, si possono facilmente trovare in libreria e sono tra i più venduti del momento.
Le case editrici fanno a gara per pubblicare i libri presenti nel panorama svedese che hanno finito per travolgere il panorama mondiale tanto da essere tradotti in più lingue. Basti pensare che l’opera di Henning Mankell e del suo commissario Wallander ha venduto oltre 26 milioni di copie ed è stato di recente pubblicato anche in alcune lingue asiatiche. Titoli come “Il ritorno del maestro di danza” (Marsilio) o “Il cervello di Kennedy” (Mondadori) hanno avuto un successo strepitoso.
Cosa sta succedendo al giallo scandinavo? Senza dubbio l’apertura per il bibliofili verso nuovi mondi al di là di quello anglosassone. Ma, soprattutto, le bellezze naturali che si percepiscono sfogliando le pagine di questi best-sellers: laghi ghiacciati, distese imbiancate, sole a mezzanotte, città tranquille, villaggi ordinati, dove tutto scorre con compostezza, rispetto, imperturbabilità. Il mondo scandinavo per le sue ambientazioni è particolarmente affascinante. Ma non sono solo le bellezze naturali ad attrarre i lettori. Anche le questioni sociali. Così l’intreccio serve per trattare di questioni politiche, sociali, ambientali. Si ha la sensazione di trovarsi davanti a veri e propri trattati di sociologia. L’indagine sociale serve anche infatti per costruire il comune denominatore di questi gialli. Temi come la criminalità, l’alcolismo, l’immigrazione, la solitudine, il suicidio preoccupano profondamente oggigiorno una nazione come la Svezia, e gli autori lo avvertono e lo rendono palese – e se si vuolepalpabile - nei loro racconti.
La popolarità di questi thriller è dovuta anche al fatto che le plot, le trame, scandinave sono lontane dagli abituali cliché anglosassoni. Gli scandinavi, infatti, in un mondo globalizzato, si sono resi conto di essere all’altezza di certi strumenti con cui è possibile conquistare un pubblico “globale”. E lo fanno bene. Anzi benissimo. Una nuova moda è stata inaugurata. Una moda che ben presto è diventata anche un “modo”. Un paradiso perduto: anzi ritrovato. Per la gioia dei lettori.
LA MADRE DELLE CASTE: LA CHIESA CATTOLICA
Cogito di Matteo Davide Scorza
«In quasi trent'anni di giornalismo, avevo felicemente ignorato il Vaticano e avrei continuato a farlo se non fosse stata la Chiesa cattolica a occuparsi molto, troppo, di me. E di altri cinquantotto milioni di connazionali». Da questo incipit si potrebbe pensare che il libro La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani di Curzio Maltese (Feltrinelli 2008, pagg. 172, euro 14) analizzi la questione delle evidenti ingerenze della Chiesa cattolica nella vita pubblica italiana. Si tratta invece di altro: i rapporti tra Stato e Chiesa non sono indagati nel loro aspetto “sovrastrutturale” (nonostante si possa dire parecchio a tal proposito) bensì nella relazione di carattere economico che le due partiintrattengono, che risultano essese nettamente sbilanciate a favore della seconda e a danno del primo. Quindi non un libro segnato da un'impostazione “ideale” (anche se il termine risulta inappropriato dato che si parla dell'affermazione di un concetto fondamentale e costituzionalmente sancito, come la laicità dello Stato) bensì caratterizzato da un taglio strettamente pragmatico che fa le pulci a quella che si può ragionevolmente considerare una gestione scriteriata delle finanze pubbliche, che determina per i contribuenti costi addirittura maggiori rispetto a quelli generati dall'odiata classe politica.
Maltese riprende e amplia l'inchiesta pubblicata “a puntate” su la Repubblica, toccando differenti aspetti di tale rapporto, ognuno dei quali caratterizzato da una logica ben lontana dal concetto di reciprocità: la Chiesa può intervenire in qualsiasi momento negli affari italiani, mentre il contrario non può avvenire. E ciò non solo in osservanza a un patto sancito ottant'anni or sono come forma di “compensazione” della breccia di Porta Pia del 1870, ma soprattutto in virtù della diffusa consapevolezza da parte della politica che la Chiesa bene o male “porta voti” e quindi mettersi contro di essa ostacolerebbe la possibilità di accaparrarsi il tanto ambito voto cattolico. I vantaggi che la Chiesa cattolica ha ricevuto e – soprattutto negli ultimi anni – continua a ricevere dallo Stato non hanno dunque colore politico, tanto l'ultimo governo Prodi quanto le amministrazioni locali di centrosinistra non si sono comportati diversamente rispetto al centrodestra. Anzi, le rarissime voci di “dissenso” sono state sollevate proprio dagli enti locali, in particolare in riferimento alla questione dell'esenzione dell'Ici ai beni ecclesiastici, giudicata illegittima anche dalla Corte di Cassazione.
Ma la Chiesa sembra non accontentarsi nei numerosi vantaggi economici che riceve dai contribuenti, anzi arriva addirittura a pretenderne degli ulteriori, alcuni dei quali appaiono assolutamente evitabili, accampando tale presunto diritto proprio in ottemperanza agli accordi dei Patti Lateranensi e della loro revisione del 1984, che però nulla dicono a tal proposito.
Molto spesso il travaso di fondi pubblici a favore della Chiesa avviene inconsapevolmente per gli stessi contribuenti. È esemplare a tal proposito la ripartizione del gettito derivante dall'otto per mille dell'Irpef: sul totale solamente il 40,86% indica espressamente la destinazione e il 36,7% indica la Chiesa cattolica. Ciononostante, quest'ultima riceve il 90% dei fondi attribuiti (quasi 900 milioni di euro secondo la ripartizione del 2007) mentre alle restanti confessioni rimangono le briciole, dal momento che la distribuzione del totale avviene proporzionalmente alle destinazioni espresse. Dimostrazione questa di quanto le caratteristiche del rapporto tra Stato e Chiesa in Italia rappresentino un unicum in negativo rispetto agli altri Paesi, anche quelli in cui è presente una forte tradizione cattolica, come la Germania, dove vige il sistema della “decima” (i cittadini hanno la facoltà di scegliere se destinare l'8 o il 9 per mille del proprio reddito alla Chiesa) o la Spagna, dove le quote non espresse del cinque per mille rimangono allo Stato.
Il modus all'italiana non solo andrebbe contro al principio secondo cui uno Stato “o è laico o non è democratico”, ma sarebbe anche una contraddizione rispetto al dettato costituzionale, che all'articolo 7 dice che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.
Uno dei padri della democrazia americana, Thomas Jefferson scrisse: “Nessuno può venir costretto a partecipare o a contribuire pecuniariamente a qualsivoglia culto, edificio o ministero religioso”. Questo avveniva a cavallo tra il 18° e il 19° secolo, mentre nell'Italia di oggi, come scrive Maltese,«a ogni livello, nazionale e locale, i cittadini sono “costretti”, volenti o nolenti, consapevoli o meno, a contribuire pecuniariamente non a qualsivoglia culto ma uno solo».
La posizione dogmatica della Chiesa porterebbe a considerare come “doverosi” i vantaggi economici che essa riceve dallo Stato in virtù della fortissima vocazione cattolica della maggior parte della popolazione italiana. Ma in privato molti esponenti del mondo cattolico affermano l'impossibilità di adottare un sistema di contribuzione alle finanze religiose basato sulla volontarietà del donatore - come avviene in Stati con diocesi economicamente floride come la Germania o gli Stati Uniti – poiché in Italia “non si raccoglierebbe una lira”. In effetti, come documenta Maltese, nel nostro Paese il libero contributo al sostentamento del clero arriva a meno di venti milioni di euro annui, cinquanta volte in meno rispetto a quanto proviene dal solo otto per mille. E qui si apre la contraddizione tra una Chiesa cattolica che continua a pretendere sempre maggiori vantaggi economici da parte dello Stato sulla base dell'assioma che la cattolicissima Italia debba provvedere al suo sostentamento, mentre dall'altro lato il drastico calo delle vocazioni e il progressivo svuotamento delle parrocchie stanno a dimostrare quanto esagerata sia la percezione di tale attaccamento.
Maltese inoltre non mette in discussione il fatto che la Chiesa assolva oggigiorno a delle funzioni di welfare e di assistenza sociale che lo Stato da solo non è più in grado di garantire, ma dimostra quanto sbagliata sia l'idea molto radicata che la Chiesa si serva dei fondi che riceve quasi unicamente per assolvere a tali scopi. I dati dimostrano l'esatto contrario: dei fondi provenienti dall'otto per mille poco più del 20% sono destinati a realizzare interventi definiti di “carità”, solo l'8,6% del totale vanno per opere nel Terzo Mondo; il resto viene diviso tra “edilizia di culto” e stipendio dei sacerdoti. Alle vittime dello tsunami dello 2004 la Chiesa destinò solo 3 milioni di euro (lo 0,3% dell'otto per mille), in barba alle sbandierate campagne mediatiche che invadono i palinsesti televisivi nei mesi precedenti la dichiarazione dei redditi.
L'assurdità di tale aspetto si acuisce se si pensa che il governo Prodi con la Finanziaria del 2007 ha posto un tetto al fondo del cinque per mille, destinato alla ricerca e al volontariato, che le cifre avevano dimostrato essere molto più “apprezzato” dai contribuenti rispetto all'otto per mille.
Il capitolo otto per mille rappresenta solamente uno dei tanti capitoli di spesa che vanno a costituire la “questua” che lo Stato italiano, direttamente o tramite agevolazioni di varia natura, versa alla Chiesa cattolica. Maltese approfondisce numerose altre voci di spesa: l'esenzione dell'Ici, dell'Irap, dell'Ires; i vantaggi che foraggiano il gigantesco business del turismo religioso; i fondi pubblici che i Comuni versano come oneri di urbanizzazione secondaria; l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pagato con denaro pubblico.
Le reazioni stizzite che le gerarchie ecclesiastiche e i loro rappresentanti hanno riservato all'inchiesta di Maltese rappresentano un'ulteriore dimostrazione di come il rapporto tra Chiesa e Stato non si configuri sulla base della massima di Cavour “libera Chiesa in libero Stato”, ma di come la Chiesa non voglia che dall'esterno ci si interessi agli affari propri (nel senso economico del termine), anche quando le proprie fonti di finanziamento arrivano proprio dall'esternoe quando questa fonte sia una sola e riceva dalla stessa Chiesa commenti e interferenze incessanti sulle proprie attività interne.
Ma l'inchiesta di Maltese va anche oltre, rappresentando una delle rarissime voci del panorama della cultura e dell'informazione che affermano l'insindacabile principio della laicità dello Stato, dote che nel nostro Paese sembra ormai caduta in disuso, ma che necessita invece di essere rilanciata con forza.
La mafia imprenditrice
Logos di Fabio Celi
Dalla Calabria al centro dell’inferno
Ci deve essere un centro da qualche parte. E se esiste, può essere davvero il centro dell'inferno…
nulla di sostanziale è mutato, se non l’espansione del potere criminale nell’economia e nella politica della Calabria…
Il novecento è stato per la ‘ndrangheta l’età dell’oro…
LA VIRTÙ DEL DUBBIO
di Antonio Liotta
INTERVISTA SU ETICA E DIRITTO
Protagonista assoluto di questo libro – edito da Laterza – è il Prof. Gustavo Zagrebelsky, illustre costituzionalista e già presidente emerito della Corte Costituzionale, una delle voci più vive all’interno del dibattito politico-culturale del nostro paese, soprattutto nell’ambito dei rapporti tra la realtà giuridica e i temi legati all’etica e alla morale.
Già in alcuni articoli comparsi, negli ultimi anni, su vari quotidiani nazionali, Zagrebelsky aveva affrontato questioni di interesse generale con forti implicazioni etiche, parlando esplicitamente di eutanasia, ricerca sulle staminali, famiglia e convivenza. In questo libro, invece, raccoglie gli spunti di riflessione posti dalle domande del suo interlocutore – un altro docente universitario, Geminello Preterossi, dell’Università di Salerno - per chiarire la propria idea più generale sulle relazioni tra la legge positiva e le norme morali, posto che il contesto plurale e multiculturale della nostra società rende inevitabile il confronto tra visioni etiche e modelli di riferimento molto diversi, quando non contrapposti.
Uno dei pregi maggiori dell’opera sta proprio nell’impostazione generale scelta dagli autori: nonostante la materia trattata sia ostica e i problemi sollevati gravidi di conseguenze sul piano della teoria e del metodo, la forma dialogica facilita il coinvolgimento del lettore e sembra rispondere all’esigenza di rendere più agevole la lettura di un testo incentrato interamente sul diritto. Inoltre, il linguaggio tecnico viene controbilanciato da una struttura argomentativa chiara, in cui i concetti-cardine vengono via via specificati, facendo ricorso non solo al lessico giuridico. Costante – ed illuminante – è l’uso di metafore ed immagini che rendono bene il senso dei ragionamenti, così come non mancano i richiami chiarificatori ai classici greci (i “Discorsi sulla legge” di Senofonte e Sofocle, per esempio), i riferimenti più disparati ad eventi storici “di svolta” e a concezioni filosofiche che hanno condizionato visioni del mondo ed abitudini mentali. Altra peculiarità sono le numerose citazioni tratte dalla Bibbia, che “non è fonte del diritto” ma “ci richiama ai problemi fondamentali, credenti o non credenti che si sia”.
Ne viene fuori una breve (ma intensa) lezione di diritto, che Zagrebelsky tiene senza salire in cattedra, con lo spirito ben diverso di chi vuole mettere in gioco la propria visione sul senso della legge e della Costituzione, confrontandosi con un interlocutore tutt’altro che arrendevole, sempre pronto ad incalzarlo con nuovi interrogativi.
La prima parte del libro è quella più personale, nella quale Zagrebelsky racconta il suo percorso di graduale scoperta dell’universo del diritto: dal primo, fugace incontro con la parola “Costituzione” – una volta sola in tredici anni di studi cattolici, in un’epoca, gli anni ’50, in cui “la Costituzione era semplicemente ignorata” - alla decisione di intraprendere gli studi presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino (nella quale oggi insegna Diritto e Giustizia costituzionale), mosso non da una particolare inclinazione o passione per le materie giuridiche, ma indirizzato più che altro dalle circostanze contingenti (“la forza d’inerzia e dell’imitazione”). Quindi, la scelta di dedicarsi al diritto costituzionale, che in quel periodo non esercitava una grande attrazione per gli studiosi di legge e che, tuttavia, percepì - indipendentemente da una scelta propriamente politica - come lo strumento per la continuazione ideale dell’antifascismo e la realizzazione delle speranze di libertà e giustizia sociale.
Dal secondo capitolo in avanti, si entra, invece, nel vivo della riflessione e il discorso si concentra subito su uno dei problemi fondativi della scienza giuridica, quello del dualismo tra “diritto” e “giustizia”, tanto vicini nella teoria quanto distanti nella pratica. Alla diffusa critica secondo cui la legge avrebbe a che fare più col potere che con la giustizia – riassumibile nella massima weberiana per cui “la legge non è altro che il monopolio della violenza legittima” – Zagrebelsky risponde che, fin dall’antichità, la legge (nòmos) è sempre stata collocata in un punto d’incontro (anche se non sempre d’equilibrio) tra potere (bìa) e giustizia (dìke), anche perché una legge che negasse alcun rapporto con la giustizia non sarebbe nemmeno concepibile. Eppure ammette che questo rapporto, “non perché inesistente, ma perché totalmente non giuridico, o esclusivamente morale”, è stato per lungo tempo ignorato dal positivismo giuridico.
Il problema centrale sta, quindi, nell’interrogarsi su cosa possa intendersi per “giustizia” e nell’indagare i suoi rapporti con la legge, quale prodotto della volontà di un legislatore sovrano. Tutte le volte che il legislatore da sovrano si è trasformato in onnipotente – precisa Zagrebelsky - ciò non è accaduto perché il lato della giustizia sia stato distrutto dal potere ma perché il potere è riuscito a farsi portavoce di un ideale universale di giustizia, col quale ha rivestito la propria volontà. È quanto accaduto, in maniera emblematica, durante la dittatura giacobina, che aveva divinizzato la legge per mezzo di un sigillo incontestabile di verità e aveva individuato nel tribunale rivoluzionario lo strumento capace di dispensare la giustizia; o durante i regimi totalitari, che non potevano che reggersi sul totalitarismo giuridico per controllare qualsiasi aspetto della vita associata.
La posizione di Zagrebelsky (che gli è valsa l’accusa di relativismo) è che un concetto di giustizia assoluta, universale, non può sussistere, e chi crede di averlo trovata una volta per tutte rischia di cadere nel fanatismo o nel dogmatismo. Tuttavia, la soluzione non sta nel rinunciare alla ricerca (che significherebbe svilire la nostra stessa natura umana) ma nel promuovere un’idea del diritto come via per la convivenza tra le diverse concezioni della vita giusta, partendo ovviamente da un nucleo minimo di valori fondamentali comuni. Più corretto, a suo dire, parlare di “giustezza o ragionevolezza del diritto”, per indicare una relazione di adeguatezza pratica con qualcosa di esterno alla legge, con una realtà di tipo culturale (intrisa, quindi, anche di concezioni e visioni etiche diverse).
In questo quadro generale, la Costituzione si colloca come lo strumento adatto a ricomporre questo dualismo, perché essa rappresenta, secondo Zagrebelsky, proprio il lato sostanziale del diritto che a che fare con la giustizia. La concezione positivista, secondo cui la Costituzione non è altro che una legge posta più in alto delle altre, una iper-legge (seguendo la famosa rappresentazione del sistema giuridico di Kelsen) non è più sufficiente perché non riconosce che la Costituzione, nell’epoca del pluralismo sociale e del multiculturalismo, non è il comando di un’autorità sovrana, ma piuttosto il punto d’incontro, il compromesso che sta alla base della convivenza di tanti soggetti, portatori di identità - non solo politiche - diverse. Per Zagrebelsky, quindi, la Costituzione non sta solo “sopra” ma anche “prima”, perché stabilisce un punto d’inizio nel corso della storia politica di un popolo (“ciò che un popolo si dà nel momento in cui è sobrio a valere per il tempo in cui sarà ebbro”); e sta anche “sotto”, in quanto legge fondamentale, prodotto della volontà di coloro che si mettono d’accordo scrivendo in un documento le regole alla base del nuovo pactum societatis.
Ma al di là della razionalità tecnica del legislatore costituente, il terreno della Costituzione è anche passionale, emozionale perché solo nel momento in cui si incarna nella storia di un popolo e diventa parte costitutiva della sua cultura, la Costituzione cessa di essere un pezzo di carta per diventare “elemento di rottura rispetto al passato, come fondazione di una nuova continuità verso il futuro, base e condizione di crescita civile”. Il fatto che in ballo ci siano anche elementi emozionali è dimostrato dall’impatto psicologico che la difesa della Costituzione ha esercitato e continua ad esercitare sugli animi – precisa Zagrebelsky - ricordando l’esito negativo del progetto di riforma costituzionale sottoposto di recente al voto popolare in Italia.
Zagrebelsky non perde l’occasione per valutare la “tenuta” della nostra Costituzione a distanza di 60 anni dalla sua approvazione, sottolineando che essa continua ad essere percepita come “propria” da una parte della cittadinanza che vi rintraccia delle radici comuni e la intende come fattore di riconoscimento tra generazioni. Sono più che altro i politici, sempre lanciati in progetti di riforma, e gli stessi costituzionalisti, pronti a sottoporla a continue scomposizioni e ricomposizioni, ad aver puntato il dito sul “processo di invecchiamento della Costituzione” e ad aver perso di vista il suo valore come prospettiva d’insieme, confinandola nelle biblioteche prima e nelle istituzioni politiche e giudiziarie poi.
Questa concezione della Costituzione si collega con la teoria del “diritto mite”, già formulata da Zagrebelsky in un’opera del 1992 (Il diritto mite. Legge, diritti, giustizia), in cui il diritto si configurava come strumento della convivenza fra diversi, piuttosto che come coercizione del più forte sul più debole, un diritto della ragionevolezza e della moderazione. Una teoria che si è esposta a numerose critiche e fraintendimenti, tra cui nuovamente l’accusa di essere una teoria relativista e, in ultima istanza, nichilista; ma che in definitiva non fa altro che constatare che, nel nostro tempo, la certezza del diritto è minata da diversi fattori che riguardano una società ormai multiculturale. Il diritto mite riconosce che il multiculturalismo - mettendo a confronto storie e culture estranee le une alle altre, quando non conflittuali - è ormai una sfida di portata globale: per questo assume un’idea di cittadinanza aperta, basata sul reciproco rispetto, e non si cristallizza nella difesa ostile di un’identità definita a priori. La sede dei valori non è lo Stato (il che scongiura il pericolo di un’etica di stato), ma la società stessa, che deve configurarsi come “inclusiva” e mirare alla convivenza pacifica, attraverso riconoscimenti e tolleranza.
Le soluzioni al problema prospettate finora sono state fallimentari: da una parte, la “co-esistenza senza con-vivenza”, che si risolve in un regime di separazione e può sfociare in segregazione (vedi la ghettizzazione dei neri negli Usa o il regime dell’apartheid in Sud Africa); dall’altra, l’integrazionismo, che mira ad una società omogenea attraverso l’egemonia della cultura dominante, e la cui vera natura sta nell’assimilare membri di comunità diverse riducendoli ad individui sradicati. La strada che Zagrebelsky intende percorrere è, invece, quella dell’interazione, che è il contrario del separatismo e dell’integrazionismo. Interazione significa che “nessuno deve assumere il monopolio di verità possedute una volta per sempre” (anche da qui il titolo dell’opera, La virtù del dubbio), significa combattere l’universalismo, la pretesa che un’unica concezione etica possa essere valida: questo vale ancora di più oggi, in una società in cui la conflittualità tra visioni del mondo è ancora più esacerbata dal confronto-scontro tra l’Occidente e l’Islam, in cui le religioni (cristiana e musulmana) si pongono come depositarie di verità incontrovertibili. Ma il problema fondamentale della formazione di una società a culture multiple non riguarda solo la convivenza con comunità etnico-culturali diverse dalla nostra, con cui veniamo a contatto soprattutto per via dei fenomeni di immigrazione e di globalizzazione. Bisogna cercare di ricucire le divisioni profonde tra etiche diverse, laica e cattolica soprattutto, su temi centrali quali le concezioni della vita, della famiglia, del matrimonio.
Le feconde riflessioni di Zagrebelsky si estendono, infine, all’idea utopica di una res publica universalis, uno Stato cosmopolitico, sulla scia del progetto di Kant (illustrato, già nel 1795, inPer la pace perpetua) di una federazione di dimensione mondiale che assicuri la pace attraverso la rinuncia unanime alla violenza. Una prospettiva molto diversa rispetto alla pax augusta imperialis dell’Antica Roma, che mirava alla soppressione dei conflitti attraverso l’assoggettamento e la soppressione di ogni opposizione, recentemente ripropostasi – a suo avviso - sotto forma di pax americana. E che si distingue nettamente anche dalle modalità di gestione delle controversie internazionali da parte dell’ONU, lontanissima dall’essere, concretamente, un’autorità mondiale costruita sul principio della parità tra le nazioni, garante della pace con la sua forza indipendente.
La creazione di questa res publica universalis non può che derivare da una comunità di diritto e di diritti, che poggi su alcuni principi che tendono a diventare comuni a tutti i popoli, racchiusi nelle costituzioni nazionali e in numerosi convenzioni internazionali: valori come la dignità, l’uguaglianza, i diritti umani, la pace. Per questo Zagrebelsky guarda con favore anche all’elaborazione delle giurisprudenze di tribunali internazionali (come le corti penali che perseguono i crimini contro l’umanità) e di corti con competenze sovranazionali (come la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo), in modo da sviluppare e difendere un patrimonio giuridico comune, di portata ultranazionale. La tutela di beni pubblici, principi universali e diritti umani deve farsi strada nelle coscienze nazionali e portare, attraverso la pressione sui governi, ad una mondializzazione del diritto: un obiettivo ambizioso, che non può prescindere dalla forma democratica delle istituzioni (che non assicura la pace ma la rende possibile), da informazione, consapevolezza e sensibilità per quanto accade nel mondo e cultura politica adeguata alle dimensioni dei problemi in campo.
In memoria di Peppino Impastato
(ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978)
Un mare di gente
a flutti disordinati
s'è riversato nelle piazze,
nelle strade e nei sobborghi.
È tutto un gran vociare
che gela il sangue,
come uno scricchiolio di ossa rotte.
Non si può volere e pensare
nel frastuono assordante;
nell'odore di calca
c'è aria di festa.
“Chi ha paura muore ogni giorno"
Rubrica Scriptorium di Emiliano Sbaraglia
Il Giudice Ayala nel suo libro ricorda Falcone e Borsellino
Questo il titolo del libro di Giuseppe Ayala, che ricorda tra le altre la strage di Via Capaci, dove proprio il 23 maggio morirono Giovanni Falcone, la moglie e la sua scorta. Poco dopo li seguirà Paolo Borsellino. Ma come è cambiata la fisionomia della mafia di oggi rispetto ad allora?
Giuseppe Ayala partecipò sin dall'inizio all'attività del pool antimafia, rappresentando in aula la pubblica accusa nel primo maxiprocesso, a sostegno delle tesi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e della procura di Palermo di fronte ai boss e ai loro avvocati. Ayala fu sempre al fianco dei due magistrati e ora, a sedici anni dalla loro morte, pubblico un suo volume di esperienze e ricordi di quel periodo dal titolo "Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino" (Mondadori, pp.200, €17,50), nel quale viene ricostruita l'attività quotidiana del pool, i viaggi per le rogatorie internazionali, l'impegno di lavoro condiviso, le vacanze passate insieme, fino a quando, dopo i primi grandi successi, la diffidenza e l'indifferenza di molti iniziarono a danneggiarli, oltre che isolarli.
Oggi Ayala ha deciso di raccontare la sua verità su Falcone e Borsellino, ricordandone il fondamentale contributo alla lotta alla mafia e le attualissime riflessioni sulla Sicilia, su Cosa nostra, sulla giustizia e la politica; ma anche registrando e dando conto al lettore della loro travolgente ironia, della reciproca gioia di vivere, delle passioni umane e private, di quel visuto quotidiano che raramente si è avuto modo di conoscere con tanta dovizia di particolari. Ne deriva un quadro che riporta al centro dell'attenzione le enormi difficoltà da affrontare quando si ha a che fare con la criminalità organizzata, nutrita da silenzi, complicità, "disattenzioni" e colpe di una Sicilia e di un'Italia, che in fondo non sono troppo cambiate rispetto ad allora.
Giuseppe Ayala, come mai ha deciso proprio ora di pubblicare questo libro? Finché sono stato in politica ho pensato fosse meglio lasciar stare, affinché non si pensasse che andassi cercando pubblicità, visto che all'inizio fui accusato di aver sfruttato le mie amicizie per andare in Parlamento, quando in realtà ero stato eletto prima delle tragedie del '92. Tutta questa serie di cose mi hanno frenato, poi quando sono rientrato in magistratura ho ritenuto opportuno fosse arrivato il momento di fare questa riflessione innanzi tutto con me stesso, per poi trasferirla agli altri che leggeranno il libro.
Nel racconto dei rapporti tra Falcone e Borsellino, lei restituisce al lettore due figure molto umane, a tratti ironiche, due personalità che tra loro avevano anche orientamenti politici diversi. Cosa è rimasto oggi di quel tipo di approccio collaborativo e professionale in coloro che hanno lavorato con loro e continuano ad occuparsi di mafia? Mah, quelli che siamo rimasti siamo tutti legati, anche se magari non ci frequentiamo, non ci vediamo assiduamente, da un'amicizia molto profonda, molto forte. Penso a Di Lello, ma ne potrei citare molti altri. Perché abbiamo vissuto per dieci anni, non per un periodo breve, un'avventura straordinaria, ed è quindi inevitabile che il legame rimanga. E questo spiega anche perché per tutti noi, non soltanto per me, la ferita delle stragi del '92 è una ferita che non si potrà rimarginare mai.
Siamo all'anniversario della strage di Capaci. Ci sono ancora zone d'ombra da chiarire? Io intanto rilevo questo, che sia quella di Capaci, sia quella di via D'Amelio, non sono rimaste stragi impunite, come purtroppo in Italia tante altre. Che poi sia stata fatta luce su tutta la verità, io questo francamente non lo posso dire. Però sicuramente sono stati condannati i vertici di Cosa nostra, quindi un risultato importante c'è stato. Che ci possa essere dell'altro, qui ci avventuriamo nella dietrologia, e non è un settore che amo frequentare.
In un altro libro, uscito per "Chiare lettere", dal titolo "L'agenda rossa di Paolo Borsellino", si ipotizza che il magistrato, indagando sulla morte del suo amico, era venuto a conoscenza di altre collusioni tra politica e mafia, come lo stesso Borsellino accenna nella sua ultima intervista rilasciata a un giornale francese. Lei cosa ne pensa? Io non ho nessun elemento per confermarlo, ma non ho neanche nessun elemento per escluderlo... Certo, il fatto che l'agenda che stava lì, nella sua borsa, nella sua macchina, non si sia trovata, legittima degli inquietanti interrogativi. Ma oltre questo non posso andare, non saprei che dire.
Parlando del suo libro, lei ha detto che la mafia, rispetto agli anni delle vostre indagini, ha cambiato aspetto, mettendo da parte la sua natura violenta, facendo posto a quella maggiormente dedita a infiltrazioni e connivenza con le amministrazioni e il potere politico in genere. Quale tipo di mafia è più pericolosa, e più difficile da combattere? Non c'è dubbio che la più difficile da combattere sia la seconda, cioè quella che rifugge dal clamore, dai riflettori che si accendono quando c'è l'attacco diretto e violento allo Stato. Diventa più subdola quando si infiltra, ed è quindi molto più difficile da colpire. Quello che mi sento di poter dire con una certa sicurezza è che i legami con la politica e la burocrazia siano ancora molto solidi. Ma è vero anche che ci sono altri segnali che incoraggiano alla speranza, segnali positivi: penso agli imprenditori che si ribellano al pizzo, alla Confindustria che prende posizione per sostenerli, ad associazioni come "Addio pizzo" che combattono contro l'estorsione. Dei segnali confortanti ci sono; ma finché non scioglierà il nodo dei legami tra mafia e politica, noi continueremo a parlare dello stato attuale della forza della mafia, e non riusciremo mai a sconfiggerla. Ecco perché ho voluto titolare in questo modo il mio libro: se abbiamo paura della mafia, ci facciamo uccidere tutti ogni giorno.
IL SISTEMA CORRUZIONE IN ITALIA E LE RIFORME MANCATE
di Matteo Davide Scorza
Dati allarmanti emergono dal libro dell'ex pm Davigo e della prof.ssa Mannozzi È storia abbastanza recente, che risale a soli 15 anni fa. L'inchiesta Mani Pulite cominciava a far venire alla luce un diffuso e radicato sistema di corruzione che interessava, in un intreccio torbido, classe politica, settore pubblico e mondo dell'imprenditoria. Si pensava all'epoca che grazie all'efficace azione iniziata dai giudici milanesi si sarebbe potuto scavare a fondo fino a eliminare tutto il marcio di una gestione corrotta della cosa pubblica. Un'intera classe dirigente – si credeva – sarebbe stata eliminata per sempre attraverso un processo di attribuzione di colpa e di successiva espulsione dal corpo sociale di quella parte incancrenita che si era fatta portatrice di quella condotta immorale e personalistica. L'opinione pubblica avrebbe dovuto in maniera unitaria dimostrare il proprio appoggio all'opera della magistratura e diventare, su questa scia, il motore e il protagonista di un processo di cambiamento che investisse il modo di fare politica a tutti i suoi livelli. Tutto questo però non è successo. Anzi, si è verificato l'esatto contrario. I personaggi più oscuri di quella stagione sono stati per la maggior parte riabilitati, alcuni di loro addirittura esaltati in determinati ambienti come inermi vittime di una tanto immotivata quanto calcolata ondata giustizialistica. Da quegli stessi ambienti si è cercato di cancellare sbrigativamente Tangentopoli bollandola come una triste pagina della storia giudiziaria del Paese. Anche per buona parte della società civile Mani Pulite si è fermata esattamente dove era iniziata, senza riuscire a definire dei codici futuri per valutare una corrotta gestione del bene collettivo. Si è commesso dunque l'errore di considerare la pratica corruttoria come un elemento così diffuso su vari livelli da poter essere ritenuta la “normalità”, cioè un modo standard – e quindi accettato – di regolare determinati rapporti. Il “trauma sociale” non si è quindi verificato e quello che avrebbe dovuto rappresentare un fattore rivoluzionario, una fase di rottura con il passato, è stato progressivamente normalizzato. Dall'analisi di un’enorme quantità di dati in materia di corruzione riguardanti gli ultimi vent'anni è nato La corruzione in Italia. Percezione sociale e controllo penale (Laterza 2007, pagg. 372, euro 24). Gli autori sono Piercamillo Davigo, uno dei protagonisti di Mani Pulite, ex componente della Commissione del Ministero della Giustizia per l’adeguamento della normativa italiana alle convenzioni internazionali, ora consigliere della Corte Suprema di Cassazione; e Grazia Mannozzi, professore ordinario di Diritto penale presso il Dipartimento di Diritto pubblico ed internazionale della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università dell’Insubria, sede di Como. Nello specifico questa in ricerca i due autori hanno analizzato le denunce, le condanne e la loro distribuzione geografica, i riti processuali utilizzati, la quantità e la qualità delle sanzioni comminate, le percentuali delle sentenze concretamente eseguite, e li hanno incrociati con l'esame delle riforme normative intervenute dal dal 1983 al 2002. Il fenomeno della corruzione in Italia è quindi scandagliato empiricamente, andando al di là delle posizioni di facciata di parti consistenti della classe politica e attraverso la sua misurazione quantitativa si cerca di dare risposta a importanti interrogativi, in particolare riguardo alla capacità di opposizione che gli apparati investigativi e di polizia sono riusciti a mettere in atto e alla reazione che è invece arrivata dal sistema politico. A tal proposito si può notare come, proprio a partire da Tangentopoli, si parlò a lungo della necessità di promulgare leggi più severe con lo scopo sia di disincentivare il malcostume che di garantire uno svolgimento regolare dei processi e la certezza delle pene; di attribuire alla magistratura strumenti giuridici più idonei, mentre più volte si ribadiva l'importanza della sua autonomia rispetto ai poteri dello Stato.
Tuttavia, sostengono Davigo e Mannozzi, nella realtà dei fatti, in materia di corruzione, dopo 15 anni, i risultati sono sostanzialmente sconfortanti. Tale reato rimane faticosamente perseguibile e difficilmente punibile. Poco o nulla è stato fatto effettivamente per sconfiggere il fenomeno, probabilmente per scarsa volontà da parte degli organi preposti. E a questo proposito i due autori non fanno distinuguo tra i governi di centrodestra e quelli di centrosinistra. Da un lato ci sono le leggi fatte per depenalizzare alcuni tipi di reato, per accorciare la prescrizione, indebolire i processi, ma dall'altro l'ipotesi di una “separazione delle carriere”, che diventa un modo subdolo per tentare subordinare la magistratura, i pm in modo particolare, al potere politico, sembra essere apprezzata da ambo le parti. In pratica, secondo l'ex pm, dopo l'esplosione di Mani pulite chi governa il Paese ha cercato di annacquare tutto; la “casta” ha puntato ad autoconservarsi piuttosto che a dare un seguito all'importante lavoro svolto dai giudici. Soprattutto non è riuscita a capire che Tangentopoli sarebbe potuta essere una buona occasione da sfruttare per ristabilire la propria credibilità agli occhi dei cittadini. Chi rimaneva indenne all'ondata giudiziara cercava di studiare le contromosse, in particolare attraverso le manovre che sono poi sfociate nel cosiddetto “giusto processo”, ma in generale si è verificata una vacuità legislativa che ha impedito alla giustizia penale di fare da reale contrappeso all'illegalità imperante. Gli esempi sono molteplici: lo svuotamento dell'abuso d'ufficio, la depenalizzazione del falso in bilancio, il decreto “salvaladri”, il persistere – e in questo l'Italia rimane un caso isolato in Europa – della distinzione tra corruzione e concussione. Da qui – secondo Davigo – sarebbe nata quella che la classe politica si ostina a chiamare “antipolitica”, il progressivo venir meno della fiducia in istituzioni che non rispettano quelle stesse regole che loro si dovrebbero adoperare a far rispettare ai cittadini. Ma le colpe non si fermano alla politica: gli autori accusano di connivenza anche il sistema dei media, che ha sempre mancato di esercitare il suo ruolo di controllo sull'elaborato dei politici, mentre ai corpi di polizia è riconosciuta la colpa di aver privilegiato l'attività di sicurezza pubblica rispetto a quella di polizia giudiziaria, ossia trascurando le indagini delle procure. Per questo affermano di non poter attribuire a questi ultimi il merito della massiccia emersione dei reati di corruzione negli anni tra il '92 e il '94. Il dato più significativo della ricerca è che il 1983 e il 2002 solo il 2% dei condannati ha scontato pene in carcere, mentre nei casi restanti è scattata la sospensione condizionale (sotto i due anni), sono state riconosciute misure alternative, o soprattutto, nell’87% dei casi, è stata inflitta una condanna inferiore ai due anni. Altri dati sorprendenti emergono dall'analisi della distribuzione geografica del fenomeno sulla penisola. Balza all'occhio come la repressione della corruzione sia avvenuta a macchia di leopardo, con un'alta concentrazione nei presidi giudiziari (Milano ad esempio), mentre al Sud, a parte rare eccezioni, le inchieste di corruzione non sono quasi arrivate. Esempio lampante è quello di Reggio Calabria, dove in vent'anni sono state eseguite solo due condanne. Questo perchè – secondo gli autori – nelle zone ad alta densità mafiosa la corruzione è controllata e gestita dalla criminalità organizzata secondo i suoi metodi tipici, il che fa sì che pochi casi vengano accertati.
Il libro parla appunto di “controllo penale” della corruzione. E quanto la situazione italiana sia a proposito decisamente critica lo dimostra il fatto che, secondo le statistiche di Transparency International, la Finlandia, il paese più “virtuoso” in Europa, registra condanne per corruzione quasi uguali a quelle dell'Italia, che, secondo la stessa fonte, si trova al penultimo posto in base alla percezione sociale del fenomeno. Una possibile soluzione di questa situazione sarebbe – secondo gli autori – quella di adottare misure per farla uscire dallo stato di occultamento in cui si trova, cominciando a incentivare la propensione alla denuncia e rendendo possibile, anche per questo tipo di reato, la collaborazione, come avviene per la mafia. Così facendo – secondo Davigo – si inizierebbe concretamente a pensare a come spezzare «un meccanismo incompatibile con uno stato moderno».
La delicatezza nel ricordare un , un poliziotto, un cittadino
padre
La delicatezza nel ricordare un padre, un poliziotto, un cittadino
Scriptorium
di Antonio Liotta Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo – edito da Mondadori – è uno di quei libri che si leggono tutti d’un fiato e che lasciano il segno nella coscienza di chi legge. L’autore è un giornalista di Repubblica, ma non è un giornalista qualunque, si chiama Mario Calabresi ed è il primogenito del commissario di polizia Luigi Calabresi, ucciso nel 1972 davanti alla sua abitazione, a Milano, da un commando di due killer che gli spararono alle spalle. Un delitto che riporta inevitabilmente la memoria ad uno dei periodi più bui della storia del nostro paese, ai tragici “Anni di Piombo”: alla bomba esplosa il 12 dicembre 1969 nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana, che inaugura la strategia della tensione; alla morte misteriosa del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, sospettato di essere responsabile della strage e precipitato da una finestra della questura di Milano dopo oltre due giorni di fermo; alla durissima campagna di stampa - un vero e proprio linciaggio pubblico - scatenatasi contro il commissario, accusato da molti giornalisti, intellettuali e da quella che allora era chiamata “sinistra extraparlamentare” (con particolare violenza da Lotta Continua) di essere responsabile della “defenestrazione” di Pinelli, risultato ben presto completamente estraneo all’attentato. Mario Calabresi ripercorre quelle vicende e lo fa con una moderazione e un equilibrio che suscitano ammirazione, anche se a tratti il suo tono diventa pungente; come nelle pagine iniziali, in cui il suo sforzo principale è quello di far percepire il clima di odio in cui maturò quel delitto: per questo ricorda le scritte sui muri, le lettere di minaccia, gli slogan contro il “commissario torturatore”, gli appostamenti per studiarne i movimenti, il senso di isolamento di una giovane coppia (all’inizio del 1970 Luigi Calabresi aveva trentadue anni, la moglie Gemma appena ventitré) che impara a convivere con la paura, cercando, per quanto possibile, di condurre una vita normale. Ma dopo il caso Pinelli, Calabresi è diventato, suo malgrado, il simbolo di uno Stato nemico, autoritario, su cui grava il sospetto di stragismo e di tradimento; Calabresi è un obiettivo da colpire senza pietà. Suo figlio all’epoca ha due anni, ma della mattina in cui il padre fu ucciso ha un ricordo “netto, preciso, dettagliato”: è il ricordo della disperazione di sua madre, di quel “No!” urlato con angoscia rientrando in casa. Dietro quell’assassinio, infatti, c’è il dramma di una donna che si ritrova vedova a venticinque anni, con due figli a carico (Mario, appunto, e Paolo) ed un altro in arrivo (si chiamerà Luigi come il padre): una donna che cerca di tenere in piedi “quello che le è rimasto della famiglia che aveva sognato”, che insegna religione alle elementari per non chiedere soldi ai genitori, che si innamora di un pittore di sinistra, Tonino Milite, e non và dietro ai luoghi comuni sui “capelloni comunisti” ma sceglie una persona capace di amare i suoi figli e di farli ridere; Gemma Capra incarna la voglia di andare avanti, di mettersi alle spalle le calunnie, le offese, il dolore, per scommettere di nuovo sulla vita. Ma voltare pagina non significa dimenticare, mettere la testa sotto la sabbia, significa mantenere vivo il ricordo di quegli anni tragici, alimentare il “vizio della memoria”. E’ un punto chiave della riflessione di Mario Calabresi, perché se da una parte c’è chi riesce a reagire, ad andare oltre il dolore e ad affrontare comunque la vita, dall’altra c’è chi naufraga nella disperazione, nell’incapacità di sapersi dare una spiegazione, chi ancora preferisce rimuovere, chiudersi in se stesso per non riaprire ferite mai rimarginate. Perché dietro l’etichetta “i parenti delle vittime” – ci vuol dire Calabresi - ci sono persone in carne ed ossa, gente comune la cui vita è stata sconvolta per sempre da quella follia assassina che, negli anni ’70 e ’80, ha portato a quasi tremila attentati terroristici (con 351 morti e 768 feriti), con migliaia di giovani processati e condannati per partecipazione a banda armata. Sono tante le storie, note e meno note, che Calabresi rievoca nel suo libro, grazie alle testimonianze di mogli e di figli che non si rassegnano all’oblio collettivo, anche se spesso è difficile sfuggire alla condanna di essere vittime rabbiose, superare il rancore covato per anni; lo dimostrano le parole di Antonia, figlia del vicebrigadiere Antonio Custra, ucciso nel 1977, in via De Amicis a Milano, da un colpo di pistola esploso da un giovane manifestante: non ha mai conosciuto suo padre, morto prima che lei nascesse, e non ha mai smesso di chiedersi come sarebbe stata la sua vita se fosse ancora vivo; di Marco, figlio del giudice Emilio Alessandrini, ucciso nel 1979 da due militanti di Prima Linea perché reo di aver reso più efficiente la procura; o di Francesca, figlia di Luigi Marangoni, direttore sanitario al Policlinico di Milano, assassinato dalle Br nel 1981, per aver testimoniato contro gli infermieri vicini all’Autonomia che staccavano la spina ai frigoriferi rendendo inutilizzabile il sangue per le trasfusioni. Queste persone, insieme a Mario Calabresi, condividono la convinzione che sia necessario creare una memoria comune, sensibilizzando l’opinione pubblica ed educando alla cultura del dialogo; ma per ricordare quelle vittime bisogna sfuggire alla tentazione, tipica del nostro paese, di fare finta che nulla sia successo, per fare in modo che “quelle morti non siano state inutili”: per questo ben vengano le medaglie al valore o i francobolli commemorativi – scrive Calabresi – perché possono avere un inaspettato potere curativo per chi è rimasto (come è accaduto per sua madre); ben vengano i luoghi della memoria, le giornate per ricordare tutte le vittime del terrorismo: ed in questo cammino di riappropriazione della storia nazionale (e di riconciliazione) hanno svolto un ruolo fondamentale due Presidenti saggi come Ciampi e Napolitano. Ma Spingendo la notte più in là rappresenta soprattutto il percorso di un trentenne che si trova a fare i conti con la propria storia personale, con un cognome ingombrante che troppe volte ha sentito abbinato alla parola “assassino”, vent’anni fa come oggi, negli slogan urlati nei cortei, sui muri delle città, nei discorsi tra i ragazzi. Un percorso che parte quando, appena adolescente, si abbandona ad “un lavoro solitario e metodico”, la lettura di tutti i giornali dell’epoca – dal giorno della strage di Piazza Fontana a quello dell’assassinio - per scoprire cosa si scrive, in quel periodo, di suo padre; e che prosegue, in questo libro, con una riflessione che oscilla tra la ricostruzione giornalistica (con la raccolta di documenti, testimonianze, interviste) e la consapevolezza della drammaticità della propria esperienza, segnata per sempre da quell’assassinio: ma questo non basta per abbandonarsi alla “sorda voglia di prendere tutto a calci” – che pure gli viene - è sempre la ragionevolezza il suo parametro di giudizio. Mario Calabresi inchioda il lettore al testo con la semplicità delle sue argomentazioni, con una scrittura fluida, sequenziale, ma densa di contenuti; non c’è rancore nelle sue parole ma voglia di fare chiarezza: per questo non si esime, in questo libro, dall’evidenziare anche le colpe dello Stato, troppe volte incapace di accertare responsabilità e connivenze e di “farsi carico delle vittime”, delle loro richieste di giustizia, assistenza, sensibilità; e ci tiene a sottolineare che il tempo non fa venire meno le responsabilità individuali, morali, di coscienza, di chi in quegli anni sparò, e oggi, pagato (quasi sempre in misura ridotta) il conto con la giustizia, scrive libri, partecipa a convegni, rilascia interviste o magari siede in Parlamento. Solo nelle ultime pagine compare il nome di Adriano Sofri, il leader di Lotta Continua, condannato in via definitiva, nel ‘97, a 22 anni di reclusione, per l’omicidio del commissario, insieme a Giorgio Pietrostefani (l’altro mandante, oggi latitante in Francia) e Ovidio Bompressi (esecutore materiale, che ha ricevuto nel 2006 la grazia da Napolitano). Ma Calabresi non lo cita per discutere su un eventuale atto di clemenza nei suoi confronti, sostenuto da anni da un vasto movimento d’opinione pubblica, prevalentemente di sinistra ma trasversale alle correnti politiche; si limita a rievocare i dubbi che lo assalirono quando si trovò a decidere se accettare o meno di lavorare a Repubblica, il giornale che ospita gli articoli di colui che, secondo la sentenza giudiziaria, è stata la mente dell’assassinio di suo padre; una scelta difficile, combattuta, in cui c’è di mezzo la dignità personale e la memoria familiare, ma che trova una risposta intelligente nelle parole, forse le più belle del libro, di sua madre: “Mario, non permettere che altri decidano ancora il tuo destino, lo hanno già fatto quando eri bambino. Questa volta decidi tu”…
Logos di Gianluca Scroccu "Il Mulino" ha pubblicato, in occasione del centenario della nascita, un agile volumetto, intitolato "Altiero Spinelli e l'Europa", che raccoglie una serie di scritti ed interventi che l'attuale Capo dello Stato ha dedicato alla figura dello statista Molto opportunamente la casa editrice "Il Mulino" ha appena pubblicato, in occasione del centenario della nascita, un agile volumetto, intitolato significativamente "Altiero Spinelli e l'Europa", che raccoglie una serie di scritti ed interventi che il Capo dello Stato Giorgio Napolitano ha dedicato alla figura di Altiero Spinelli. Il filo rosso che attraversa questa raccolta di contributi è teso a mettere in rilievo la tenacia della lotta continua di Spinelli, contro tutte le resistenze e gli scetticismi, per raggiungere il grande scopo della sua vita politica: la costruzione degli Stati Uniti d'Europa. Un obiettivo nato in una piccola isola, Ventotene, dove Spinelli e Rossi stesero quel "Manifesto" destinato a diventare, ancora oggi, un testo imprescindibile per ogni cittadino europeo in virtù della sua straordinaria attualità e della sua pregnanza politica. Spinelli era, per usare la definizione usata da Giorgio Ruffolo nella sua bella introduzione al volume "di quegli uomini che fanno la storia, non la subiscono"; e non a caso apparteneva a quella generazione coraggiosa di antifascisti che si era vista sottrarre gli anni più belli della giovinezza e della maturità dentro le carceri in cui era stata relegata dalla dittatura fascista. Ma era anche un uomo capace di coerenti scelte dettate della percezione di una realtà che non si condivideva più perché se ne erano intuiti i limiti e le costrizioni. In questo senso Napolitano interpreta la sua uscita dal comunismo a favore di un'idea più grande come quella dell'unificazione europea; ma che quell'abbandono fosse dettato da un tormentato quanto meditato ragionamento politico (non si lasciò infatti mai andare a forme di greve anticomunismo) lo si vide bene nel momento in cui si riavvicinò al PCI di Berlinguer, per il quale fu candidato come indipendente prima alla Camera e poi al Parlamento Europeo. Un ritrovarsi reciproco dettato dal fatto che Spinelli si era convinto di come, nonostante la sua origine leninista, la storia avesse portato il Partito Comunista Italiano ad essere parte integrante nella costruzione di un'Italia democratica e repubblicana; e quel percorso comune, come ricorda Napolitano, fu fondamentale perché permise al PCI di andare alla ricerca di nuove strade attraverso le energie che proprio Spinelli sapeva suscitare anche e soprattutto in maniera critica unendo tutto questo ad una grande correttezza morale ed intellettuale. In questo senso il Presidente della Repubblica scrive del lascito spinelliano come di una fondamentale lezione di metodo, elaborata da un uomo capace di tenere insieme l'ispirazione verso una grande idea come quella dell'unità europea e un'analisi attenta e concreta dell'evoluzione della società: e proprio in questo nesso, probabilmente, si deve cercare la motivazione all'origine dell'incontro tra Spinelli e Berlinguer, due uomini politici che avevano colto la necessità, per le forze della sinistra italiana, di non restare prigioniere di sterili schematismi misurandosi invece con i problemi concreti del Paese inseriti sempre, però, in una dimensione sovranazionale e interdipendente come il contesto europeo. Oggi che la politica italiana sembra avvitarsi ogni giorno di più sul corto respiro della sua classe politica, ci sembra di scorgere nel richiamo di Napolitano alla lezione di Spinelli un tentativo di rinvigorire i processi politici nazionali unendo lo slancio e l'ampio respiro delle grandi idee con il rigore morale dell'analisi seria e non schematica. Un esempio indispensabile anche per un regione come la mia Sardegna, dove l'intreccio tra questione sarda, politica nazionale e prospettiva europea, tra un federalismo di kantiana memoria e autonomismo, tra sviluppo e integrazione nei processo sociali economici che coinvolgono l'isola in relazione al Mediterraneo, all'Europa e alle problematiche mondiali richiedono nuove forme di partecipazione e consenso. Ecco perché una figura come quella di Spinelli può dire molto alle giovani generazioni, a partire dai suoi scritti (a partire dalla stupenda autobiografia "Come ho tentato di diventare saggio"); se infatti si è realizzato il sogno impossibile di uomini come lui, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, che nel lontano 1941 delineavano un'Europa unita proprio mentre il Continente era in fiamme per il secondo conflitto mondiale, spetta ora ai cittadini europei del futuro rilanciare quella "pragmatica utopia" che rappresenta l'unico strumento per affiancare, finalmente, all'Europa economica, quella politica e sociale.
Nella ricchissima produzione editoriale del filosofo Gianni Vattimo, “La società trasparente” rappresenta una interessante testimonianza delle sue capacità di analisi della realtà contemporanea. Vattimo riesce ad esprimere efficacemente e sottilmente le possibilità sottese all’uso sapiente dei media, proprio dell’esaminatore attento, ma anche del cittadino consapevole. Nelle 121 pagine di questo saggio, si può ricavare una serie di idee ancora spendibili ed in parte attuali, in quanto centrare sulla logica dei media elettronici, che hanno visto il loro sviluppo a seguito della prima edizione del volume, avvenuta nel 1989. Quali sono gli spazi di azione e di libertà individuali in una società ipercontrollata o, per meglio dire, ipermediata e centrata sulla comunicazione? Il fluire dei pensieri di Vattimo scorre, ottimisticamente, alla ricerca di possibilità nuove e creative per l’azione individuale. Disegna uno scenario in cui nella confusionarietà delle società complesse possono però concretizzarsi iniziative, istanze, progettualità “dal basso”. Smarrire il senso della realtà a causa della moltiplicazione delle immagini del mondo, afferma il filosofo, «non è una gran perdita». Piuttosto, l’individuo dovrebbe, nella capacità critica e di distacco dalla frammentazione, riconquistare spazi propri dotati di senso. Il discorso sostenuto da Vattimo non si può ridurre solo a questo messaggio, in fondo spesso riproposto dalla filosofia e dagli studi di comunicazione. Piuttosto, è il fluire stesso del suo linguaggio a gettare luce su una realtà multiforme. L’autore, nel momento stesso in cui scrive fornisce, con un sapiente e ponderato uso delle parole, un quadro della postmodernità; lo fa, quindi, prima ancora che il lettore possa interiorizzare il senso dell’opera analizzando il testo, che necessita di essere letto e riletto. Uno dei messaggi su cui sembra importante concentrare l’attenzione è quello di un rinnovato senso di umanità, che sembra essere il filo conduttore dell’opera e che compare in numerosi passaggi: comprendere il senso profondo, al di là del «dominio macchinino della natura»; determinare il senso, aspirando all’«ideale della perfetta trasparenza conoscitiva, in una sorta di trasformazione della società in un soggetto di tipo scientifico». Dunque, Vattimo esprime in sintesi la possibilità di orientarsi attraverso “virtute e canoscenza”, ma in termini propri e con un linguaggio altamente formalizzato, al punto da ritenere che l’atteggiamento nei confronti del lettore sia duplice. Se da un lato, infatti, l’autore invita il lettore a percorrere le strade per vivere la contemporaneità con consapevolezza e cittadinanza attiva, dall’altro il percorso di acquisizione di tali requisiti non può essere per lui privo di sforzo. La motivazione a comprendere il senso sembra così l’asse attorno a cui la sua opera è stata progettata, in senso sia enunciativo, come trasmissione di un concetto al lettore, sia performativo, come attività concreta del lettore. “La società sparente”, invece, è il titolo evocativo di un’opera che ricontestualizza, a distanza di diciotto anni, la celebre opera di Gianni Vattimo, concentrandosi però sull’analisi di fatti concreti, che mostrano la gravità e la pericolosità del fenomeno mafioso in Calabria, negli ultimi anni; in vista di tale pubblicazione, il noto filosofo, tra gli invitati di prestigio alla sua presentazione al Campidoglio, ne ha redatto l’introduzione. Gli autori sono in tal caso Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio. «Offriamo agli scrittori e ai giornalisti perseguitati nella libera espressione dei propri pensieri una finestra dalla quale possono affacciarsi e rivendicare il diritto umano di essere scrittori», ha affermato la dott.ssa Stefania Campanelli, fondatrice della casa Neftasia Editore, che ha curato la pubblicazione del volumetto all’interno del progetto “Autori Vittime della Penna”. In relazione al suo impegno politico e culturale calabrese, coronato nel 2005 con la candidatura a sindaco di San Giovanni in Fiore, Gianni Vattimo ha affermato che «i molti calabresi di buona volontà sono però delle persone che non vogliono superare un certo limite nell’impegno pubblico: ma tutto ciò non lascia segni solo a livello locale, in quanto le ripercussioni si hanno sul tessuto nazionale». Fino a sfociare, purtroppo, nell’antipolitica.
Copertina_La_Societ%E0__di_Vattimo
trasparente
Chi sono i nemici della democrazia ?
Scriptorium di Fabio Celi Paul Ginsborg, storico anglo-fiorentino è assai noto al pubblico italiano per le indagini che ha dedicato alla realtà italiana con l´attenzione distaccata di chi viene da lontano, ma con la passione di chi è intimamente partecipe dei problemi del Paese che l´annovera tra i professori della sua Università. Nel Nel suo ultimo saggio egli immagina nientemeno che un dialogo sulla democrazia, arbitrato da lui stesso, fra Karl Marx e John Stuart Mill,. Partendo da un confronto tra Marx e Mill, due voci che percorrono l’intero saggio, Ginsborg ci spinge a immaginare una democrazia diversa, piú quotidiana e incisiva. Nel libro, edito dall’Enaudi, l’autore illustra al pubblico le sue posizioni su come si fa a proteggere il dono politico piú prezioso dei nostri tempi, quello della democrazia. «Certamente - commenta Ginsborg - non con la sua esportazione forzata, né con la difesa miope di un modello rappresentativo già antiquato, né con l’assegnazione del potere politico a una sfera separata, dominata dai politici e dai partiti. No, per proteggere la democrazia bisogna rianimarla e ripopolarla. Bisogna creare una democrazia all’altezza del momento storico - una democrazia partecipata, di genere, economica e non solo politica, che esce dal palazzo ed entra nella cultura della gente». Londra, una notte di nebbia dell’inverno 1872. Karl Marx e John Stuart Mill si incontrarono in segreto e discutono per ore di economia, di natura, di democrazia, liberismo e socialismo “scientifico”, scoprendo punti di contatto insospettabili tra le teorie che hanno creato e che tutti pensavano agli antipodi: il marxismo e il liberismo. E se un secolo e mezzo dopo, mentre la fiducia nella politica conosce un declino inarrestabile, fosse proprio l’incontro tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipata a segnare la via della rinascita? Di fronte, in quel dialogo immaginario, vi sono la libertà e i diritti formali, e la libertà sostanziale: sono la democrazia politica e la democrazia economica. La democrazia, nella versione rappresentativa che conosciamo, è una classe politica, scelta attraverso elezioni, che immette nelle istituzioni istanze della società per trasformarle in leggi. È dunque, nell´essenziale, un sistema di trasmissione e trasformazione di domande che si attua attraverso una sostituzione dei molti con i pochi: una classe politica al posto della società. Qui, piaccia o no, c´è la radice inestirpabile del carattere oligarchico della democrazia rappresentativa, carattere che per lo più viene occultato in rituali democratici ma che talora non ci si trattiene dall´esibire sfrontatamente. Ma, al di là di ipocrisia o arroganza, ciò che è decisivo è il rapporto di sostanza che si instaura tra questa oligarchia e la società. Dire società è però un parlare per astrazioni, perché essa, in concreto, è fatta di parti diverse tra le quali è inevitabile che la rappresentanza proceda per passaggi selettivi: dal popolo tutto intero agli elettori effettivi, dagli elettori alle assemblee parlamentari, dalle assemblee parlamentari alla loro maggioranza, dalla maggioranza al governo, dal governo al suo capo. Si dice spesso che la classe politica è uno specchio, né migliore né peggiore, del Paese che rappresenta, ma è una banale falsità auto-assolutoria. La classe politica, ai suoi diversi livelli, è quello che è perché seleziona i suoi riferimenti sociali, illuminandone alcuni e oscurandone altri, stabilendo rapporti con i primi e tagliandoli con i secondi. Per questo, la classe politica non è e non può essere lo specchio della società. Se fosse un semplice rispecchiamento e non una selezione, sarebbe solo una miniatura, mentre la democrazia rappresentativa è tale perché della società la classe politica deve dare una rappresentazione, per poterla governare conseguentemente. Eccoci allora alla domanda: quali sono i riferimenti sociali della nostra classe politica? In breve: che cosa rappresentano i rappresentanti? Questo è il problema qualitativo della democrazia rappresentativa. Per Ginsborg, la società civile è una «società civilizzata», portatrice di suoi valori sostenuti da libere energie di natura non egoistica; è il luogo di coloro che sanno alzare lo sguardo dalla loro pura e semplice convenienza individuale, per vedere più avanti e più in largo. È la società partecipante, che vince la passività e l´indifferenza per i problemi comuni, considerate il segno maggiore di malessere delle nostre democrazie, un segno non contraddetto, anzi semmai confermato dall´alta partecipazione a elezioni vissute come consegna delle difficoltà comuni a qualche grande rassicuratore. L´espressione che più frequentemente ritorna nel libro è «soggetti attivi e dissenzienti»: dissenzienti rispetto all´uniformità antropologica e alla improduttività spirituale indotte dalla società mondiale dei consumi; attivi nell´elaborare valori, punti di vista e bisogni differenziati rispetto a quelli dominanti. Il soggetto della società civile è l´individuo, in quanto però inserito in un «sistema aperto di connessioni». A condizione che possano sprigionare energie sociali al loro esterno, le strutture sociali comunitarie sono viste con favore: associazioni, circoli, club, movimenti di base, organizzazioni non governative nazionali e sopranazionali. L´accento, però, è posto sulla famiglia: una risorsa fondamentale se sa educare i suoi membri all´apertura e alla responsabilità verso i propri simili; un pericolo mortale se si chiude su se medesima coltivando egoismo familistico. È severo il verdetto: la democrazia non c' è, oggi come ieri, perché le diseguaglianze sociali sono troppo grandi, e troppo passivi i cittadini, esclusi dai centri reali di potere, dai luoghi della politica in cui si decide. Il rimedio, dunque, per Ginsborg, consiste nel ritorno ai principi della democrazia diretta: valorizzando la famiglia, le associazioni, le onlus, i movimenti, tutte le occasioni di consultazione popolare. Sentire Paul Ginsborg esprimersi così è cosa che allarga il cuore, ma le lodi si strozzano in gola quando si leggono le conclusioni: il gran vuoto democratico dipende dal libero mercato, dal capitalismo e dalla globalizzazione. Ma non erano gli Stati Uniti, con il loro libero associazionismo, il federalismo, con i loro referendum e il diritto di eleggere tutto dal basso, compreso il procuratore distrettuale e lo sceriffo, il modello vincente della democrazia diretta? E non sono proprio i partiti ideologici, chiusi e lottizzatori (anziché il capitalismo) i suoi nemici?
IL “LATO GUASTO
Ad litteram Giuseppe Zolli E’ un calabrese DOC l’autore trentaduenne, Domenico Mangiafave, di “Lato guasto”, un libro edito dalla giovane Casa Editrice Pesce che opera in tutto il territorio nazionale dal 2002. Con già conseguita una laurea in Filosofia e Storia delle Idee presso l’Ateneo di Cosenza, Mangiafave si mette in gioco con la pubblicazione di un’opera che artisticamente si può definire spregiudicata e introspettiva nel contempo. Un piccolo volume di righe che l’autore moderatamente scrive per dar voce a stati d’animo, probabilmente anche personali. “Lato guasto” che quindi fa parte di una collana editoriale dal nome Ducas, appare autobiografico per certe vie, ma da qui vengono imboccate nuove strade fino ad arrivare alla percezione dell’universale. Il saggio, come lo definisce lo stesso autore, in quanto opera critica di tipo monografico, presenta un’Avvertenza in cui egli cerca di esprimere brevemente il contenuto del libro ed il suo senso ultimo improntato principalmente sull’assenza di linearità dell’esistenza, ed una dedica particolare a Henry Miller, scrittore americano tra i più proliferi del ’900. Miller infatti, torna in molte pagine di “Lato guasto” come se fosse l’anello di congiunzione tra mondo interiore e mondo esteriore. Per la realizzazione di questo importante lavoro il dottor Mangiafave ha speso circa due anni di intenso impegno e il cui progetto è nato principalmente per un’esigenza interiore, ma anche da un disagio esistenziale come egli stesso ci ha voluto spiegare: “Il senso del libro ruota principalmente attorno a tematiche quali la libertà, l’ equilibrio interiore, l’impaccio e il disturbo sociale; ma non ha la pretesa di avere risposte pronte all’uso. Anche l’immagine di copertina, scelta insieme all’editore, vuole rappresentare la frattura esistenziale che è andata creandosi tra singolo individuo e società che tende a manipolare sempre più i soggetti, omologandoli a più livelli tra loro stessi; e questa spaccatura medesima appare incolmabile tanto da indurre gli individui a non distinguere più ciò che essi liberamente pensano e fanno da ciò che la società vuole che essi pensino e facciano. E inoltre, l’oggetto raffigurato sul frontespizio, un bonbon al cioccolato, punta a mettere in risalto anche il lato dolce e quello peccaminoso dell’esistenza”. Il tutto è espresso con un linguaggio molto vicino al parlato, informale, ironico e a tratti anche molto esplicito e colloquiale. Il saggio è suddiviso in piccoli capoversi che variano di tema, di argomento per meglio sottolineare una scrittura sorta di getto e quindi immediata e spontanea. E’, dunque, un libro prettamente realistico, che contiene un messaggio positivo. Esso, disponibile già ufficialmente nelle librerie dal 10 aprile, gode di una discreta critica e di una vasta diffusione pubblicitaria, e on line attraverso siti web, e per mezzo di affissioni pubbliche che lo mettono in luce anche nel grande mercato e circuito nazionale. Prossimamente verrà anche svolta una presentazione del libro nella nostra provincia e viste le buone premesse, crediamo e ci auguriamo che “Lato guasto” sia il trampolino di un successo letterario.
Il racconto di un atto d’amore
Cogito Maria Grazia Leo
In libreria “Nata il 19 Luglio”- Rita Borsellino, lo sguardo dolce dell’antimafia
“Il ricordo degli affetti si unisce al cambiamento in essere nel Paese. Il libro segna una svolta nella mia vita, che parte proprio da quella triste e tragica domenica del 19 Luglio 1992. Esso si lega moltissimo alla nascita della Carovana antimafia e vi spiego perché…” Così Rita Borsellino spiega le motivazioni sentimentali e razionali che l’hanno convinta a descrivere su carta il suo impegno antimafia di cittadina, di vittima della violenza mafiosa,di donna. La carovana antimafia è la sua storia, dalla quale non si può e non si vuole staccare. “Con essa mi ricarico, è una sorta di termometro, di contatto con la società, soprattutto con i giovani. In questo modo riesco a capire a che punto siamo arrivati, se ci sono ancora strade percorribili e se c’è tuttora la possibilità di percorrerle”. La carovana nacque a Palermo subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui morirono i giudici Falcone e Borsellino con le loro scorte, per iniziativa dell’Arci Sicilia che seppe interpretare a fondo la reazione straordinaria delle coscienze palermitane, siciliane e di tutta Italia, la voglia e la forza di dimostrare la loro rabbia, la loro indignazione e il grande desiderio di cambiamento reale e non solo ideale. “ Per me –afferma Rita Borsellino- fu un momento indimenticabile, meraviglioso, in cui quel dolore terribile del 19 luglio in cui persi mio fratello, un dolore che paragono quasi ad un parto, fece emergere anche la mia coscienza da quei gusci protettivi che avevo posto in essere per difendere me e i miei affetti, i miei figli, la mia vita da quella società che vedevo all’esterno e nella quale vivevo e che tanto non mi piaceva da pensare prima di tutto di dovermene tutelare” Quelle bombe è come se avessero squarciato nell’anima la sorella di Paolo Borsellino e l’avessero messa nelle condizioni di guardare per la prima volta la vita vera, in cui ognuno aveva, doveva e poteva avere una responsabilità nelle proprie azioni o omissioni sia semplici che complesse, gravi o futili che siano verso la vita, verso la società in cui si opera. Forse era potuto accadere quello che è accaduto – le terribili stragi di mafia del 92 e degli anni 80- perché c’era una società che lo aveva permesso. Amaramente si può constatare che le cose quando e se avvengono non avvengono per caso. Le responsabilità sono sì politiche ma anche della società, di come ciascuno incarna e manifesta il proprio senso civico in uno Stato di diritto. “ Paolo diceva che Palermo non gli piaceva e che per questo aveva imparato ad amarla. Il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace per poterlo cambiare. Forse – continua Rita Borsellino- Palermo, la Sicilia non l’avevamo amata abbastanza, non eravamo stati generosi in questo amore, perché l’amore è dare e noi non avevamo dato a sufficienza. Ecco perché ognuno di noi doveva assumersi finalmente la responsabilità, non per quello che non aveva fatto nel passato ma per fare in modo che nel presente e nel futuro quello che era successo non accadesse più. La carovana antimafia è nata per questo !” Si determinò per la prima volta una reazione personale, collettiva, istituzionale( politica-scuola- informazione- chiesa- mondo produttivo-) da effetti e ripercussioni inimmaginabili, si potrebbe affermare un corpo e un’anima antimafia, tutti uniti nel combattere e vincere quel cancro criminale. Fino al 1995 l’ondata di rivolta legale e sociale produsse i suoi risultati; leggi, provvedimenti e strumenti arginarono seriamente e drasticamente quel percorso di violenza e intimidazione che soffocava il Paese e che sembrava inarrestabile. “Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutto il pool antimafia con il maxi processo avevano dimostrato che la mafia non era invincibile, e questo era un assunto importantissimo e dopo il “92” quando aveva mostrato di mettere in ginocchio lo Stato la reazione delle istituzioni e della società civile dimostrarono che se volevano potevano funzionare mettendo in ginocchio e frenando la mafia, non solo nel momento dell’emergenza ma nella quotidianità, nella normalità, e nella continuità. Purtroppo la sola idea che la mafia potesse essere realmente sconfitta segnò l’inizio del ritorno indietro, dell’allentamento, di quegli strumenti basilari forniti alle forze dell’ordine di repressione e di prevenzione cioè a quei movimenti culturali, morali e religiosi che avevano coinvolto tutti fino ad allora”. Questa regressione però non rappresenta nelle parole della Borsellino il prodromo della fine della lotta alla mafia. I dati positivi ci sono stati e resteranno come monito per il risveglio e il coraggio nell’agire futuro. Il percorso avviato, lungo difficile e complesso è stato ed è reale. Le maturazioni delle coscienze dei giovani sono positività evidenti, poichè educate e accompagnate dagli operatori sociali- scuola, famiglia, chiesa- cioè da adulti che sono stati capaci di trasmettere valori e far germogliare semi di speranza nel perseguire la legalità e far trionfare il bene sul male, rompendo l’indifferenza. “Questo libro nasce proprio da questo, dal racconto di una storia vissuta, che è ancora viva, in evoluzione e che mi ha portato a fare una scelta che io mai avrei pensato di fare. Quando la necessità dei tempi, la necessità della storia e della cronaca mi fa capire che bisogna fare ancora e ancora un altro passo, un’altra tappa di quella carovana che non finisce mai e non deve finire, io sono pronta a camminare perché come diceva Paolo la strada è lì che ti aspetta anche se non sai dove ti porterà. Ci sono persone che si fidano di me ed io non posso tradirle o abbandonarle e dir loro non sono capace, ma devo provare a operare e testimoniare la parte buona della vita, anche per loro ! Ciò è fonte per me di crescita,di gioia di partecipazione, di informazione e di formazione”
“Manifesto della Pace”
Proscenium di Ivano Malcotti Con questo lavoro Mario Luzi, con l'ausilio di Donatella Bisutti, ha chiamato a raccolta un numero altissimo di poeti, scrittori, attori, pittori, artisti, straordinari uomini e donne del volontariato e associazioni umanistiche per un No corale e definitivo alla barbarie della guerra Nessun pensiero, neppure il più debole, se "sanamente umano" può concepire il ricorso alla guerra. Nessun pensiero se non squallidamente vile o codardo, può assecondare la vittoria della morte sulla vita, di milioni di esseri umani. Siamo davanti ad una scelta irreversibile e non è concesso barare, -come ci ha più volte ricordato Alex Zanotelli -: chiudere gli occhi e stare dalla parte del 20% del mondo opulento che vuole tutte le risorse e per raggiungere tale fine è pronto a tutto, compreso annientare ogni popolo, oppure dire No, rendere protesi infetta la guerra e la violenza tutta.Parte da questa volontà, a mio avviso, il valore inestimabile del "Manifesto della Pace - Manifesto di Mario Luzi con Donatella Bisutti", che ha chiamato a raccolta un numero altissimo di poeti, scrittori, attori, pittori, artisti, straordinari uomini e donne del volontariato e associazioni umanistiche i quali hanno donato con grande passione e determinazione il loro pensiero sul supremo, complessivo, religioso senso dell'esistenza e soprattutto la loro scelta di civiltà a favore della specie umana.La bellezza dei contributi, che vanno dalle poesie inedite al semplice pensiero di testimonianza, non hanno l'intento, e lo dico con estrema fermezza, di fare un punto della situazione storico-politica degli interventi in Kosovo oppure dell'invasione irachena (seppur dipinta dal teatrino politico come missione di pace), ma quello di mettere in evidenza la sensibilità morale ed etica di tantissime persone credenti e non, di idee talvolta divergenti, che hanno detto un No definitivo e senza mediazioni alla barbarie della Guerra. E' per questo che il lettore troverà poesie drammatiche sul Kosovo, insieme al semplice pensiero sulla guerra in Iraq, il dramma di un aforisma sulla guerra, con un pensiero gioioso sulla pace. Da curatore definisco tutto questo un grosso segnale di risveglio e mi si passi il termine "orgogliosa insorgenza di pace". Ghandi, Martin Luther King non rimarranno soli. A questa o quella fottuta guerra qualcuno finisce sempre per crederci eppure appesoa testa in giù sembrava pure un uomo, il generale che ordinò di non fare prigionieri.
L’ILLUSIONE DEL BENE
Logos di Antonio Liotta “Un libro che avevo in mente già da anni e che ho trovato finalmente il coraggio di scrivere. E’ difficile parlare della propria opera, si rischia sempre la falsità. Però credo che questo libro possa essere un punto di partenza per tante idee e sentimenti che agitano i nostri cuori e le nostre menti…” Con queste parole, comparse sul suo sito internet, Cristina Comencini, sceneggiatrice, regista e scrittrice, presenta il suo ultimo romanzo, ancora fresco di stampa: si chiama L’illusione del bene (edito da Feltrinelli) ed è, per ammissione della stessa autrice, “il romanzo che amo forse più di tutti gli altri”. Dopo un libro di successo come La bestia nel cuore, che, più tardi, come regista, ha trasformato in un film molto apprezzato dalla critica e candidato ai Premi Oscar 2006 come migliore pellicola straniera, la Comencini riparte ora con un romanzo intenso e coinvolgente, complesso - per i temi trattati, per le domande che pone e le riflessioni che impone - ma non complicato, grazie alla scorrevolezza della narrazione, alla semplicità e all’attualità delle storie raccontate, alla facilità con cui il lettore può immedesimarsi nei personaggi, condividendone (o criticandone) scelte, paure, sentimenti, certezze. C’è un sogno infranto che pervade tutto il libro e che fa oscillare di continuo il racconto tra passato e presente: è il sogno, ormai svanito, dell’ideale comunista, che intere generazioni hanno nutrito e condiviso nella speranza di poter creare un mondo nuovo, migliore. Ma il comunismo ha fallito, e ogni pagina sembra ricordarcelo con insistenza: come progetto politico, contrapposto al modello capitalistico, si è trasformato in dittatura ovunque sia andato al potere, lasciandosi alle spalle miseria e sofferenza; come ideale di uguaglianza e giustizia sociale, sembra avere perso definitivamente vigore, eroso dall’individualismo e dalla ricerca sfrenata di benessere. Come è possibile, per chi ha creduto in quegli ideali, rassegnarsi ad una sconfitta così improvvisa e definitiva? Come giustificare i milioni di morti, le libertà negate, la repressione brutale di ogni forma di dissenso? Come sopportare i rimorsi di coscienza, come tacere le responsabilità dei comunisti occidentali incapaci di denunciare i crimini che si commettevano al di là del Muro? Sono interrogativi che non si possono eludere, e la Comencini ce li propone puntualmente, accostandovi varie tipologie di risposta: c’è chi crede di cavarsela con frasi del tipo “L’idea era giusta, è stata male applicata”, chi preferisce dimenticare “tutto il male che è stato fatto progettando il bene” ed andare avanti nella vita di tutti i giorni, ma c’è anche chi non riesce ad accettare di aver creduto realizzabile quella che si era rivelata, alla lunga, la più grande delle illusioni, e ne rimane ossessionato, come il protagonista del romanzo. Campi di confino, ospedali psichiatrici, libri proibiti, riunioni clandestine, censura preventiva: riaffiorano a tratti, nel libro, alcuni degli aspetti più tragici del comunismo reale sperimentato nell’ex Unione Sovietica; ma non c’è solo un passato di cui avere memoria, c’è anche un’eredità ingombrante con cui fare i conti: in Russia nessuno reato è stato punito, il comunismo è crollato ma al potere ci sono ancora gli ex comunisti; in Kazakistan il potere è nelle mani di un sultano megalomane (ex segretario del PC kazako), alleato delle compagnie petrolifere e di speculatori senza scrupoli; l’Est europeo è terra di immigrazione verso i paesi più ricchi, che offrono condizioni di vita migliori: così, nel corso della lettura, familiarizziamo con la domestica rumena, che preferisce non parlare troppo perché così è stata abituata durante la dittatura di Ceasescu; con la giovane russa che sbarca il lunario facendo la pianista in albergo e cresce, tra mille difficoltà, la piccola figlia come una principessa; con la sveglia ragazza ungherese, che sogna un soggiorno in Italia e uno stile di vita occidentale. Ma L’illusione del bene parla anche di tanti altri aspetti della nostra società, di temi attuali e scottanti che emergono dagli intrecci di vite e di storie personali: parla delle difficoltà nel gestire un rapporto coniugale, che può finire per incomprensioni, paure, mancati chiarimenti; parla dei rapporti turbolenti ma unici che legano genitori e figli, delle differenti prospettive da cui ognuno, a seconda del ruolo, guarda la vita ed il mondo; parla dell’importanza della famiglia (non solo di quella tradizionale, ma anche di quella allargata o ricomposta), dei sentimenti sinceri che si coltivano al suo interno, della felicità che si può provare nel crescere un figlio (anche quando non è il proprio); parla dei luoghi comuni sulle giovani straniere “ruba-mariti” e “ruba-lavoro”, delle contorsioni psichiche e degli interrogativi esistenziali di chi sente il tempo passare ma non per questo vuole smettere di fare esperienze, conoscere, mettersi alla prova. In controluce si scorge anche qualche vizio tipico del nostro paese, con maggioranza e opposizione che si contendono il controllo della tv pubblica a suon di epurazioni e spartizioni, con il solito scarso senso della patria degli italiani, che induce molti all’insensata equazione nazionalismo = fascismo. Un libro avvincente, scritto con uno stile limpido, emozionale, ricco di dialoghi serrati e di riflessioni ora appassionate ora disilluse, in cui vicende e personaggi si incrociano sapientemente, mostrando come le contraddizioni del passato si ripercuotano inevitabilmente sulle dinamiche della società presente.
Logosdi Maria Grazia LeoNel libro di Zingales la passione, il coraggio e il sentimento di un uomo, di un magistrato
Fino ad oggi una pubblicistica seria e completa su Rocco Chinnici, non c’è mai stata!...ed è grazie al volume scritto dal giornalista siciliano, Leone Zingales -Limina edizioni - che si può conoscere la storia di Rocco Chinnici, uomo e magistrato, ucciso dal tritolo mafioso a Palermo il 29 Luglio del 1983.
“L’importanza e il successo che sta riscontrando il libro, spiega l’autore è dovuta soprattutto al fatto che si parla del magistrato che ha ideato, “inventato” il pool antimafia, un metodo nuovo d’indagine, che nella legislazione degli anni 80 non era assolutamente previsto o preso in considerazione”.
Il libro parte da tre interviste ai figli di Chinnici, nelle quali sì da spazio al loro privato, alle loro impressioni, all’intimità delle loro vite. Essi non si erano mai espressi in pubblico se non nei momenti dell’ufficialità. Da questo racconto degli affetti, ne viene fuori una figura magistrale di magistrato, di un consigliere istruttore che diede la vita per servire l’ideale di giustizia e per riaffermare la legalità anche nel luogo più difficile del Paese.
La mafia lo uccise, perché Chinnici aveva capito dove colpirla al cuore, cioè nei patrimoni esistenti nelle e in banche a volte compiacenti, nei collettori che facevano da collante tra gli apparati militari mafiosi, la mafia imprenditrice e alcuni apparati istituzionali inquinati.
Insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giacomo Conte, Giuseppe Di Lello, Ignazio De Francisci, aveva creato una scuola di magistrati e un sistema investigativo antimafia innovativo in cui tutte le inchieste contro la mafia venivano seguite come se fossero un unico filone d’indagine e da un gruppo di magistrati addetto solo a quel ruolo. Obiettivo era la non dispersione degli indizi, delle informative, dei dati e delle storie stesse dei personaggi mafiosi o presunti mafiosi oggetto d’inchiesta. La mafia era considerata un unico soggetto, una piovra dai tanti tentacoli ma con una sola testa pensante, organizzativa, decisoria.
Il metodo di Rocco Chinnici sfornò -come primo risultato- il famoso primo maxi processo alle cosche criminali del 1985, istruito dal suo successore Antonino Caponnetto insieme al resto del pool con, in primis Falcone e Borsellino.
Già in quegli anni, il consigliere istruttore aveva intuito quanto fosse importante parlare ai giovani di mafia, di droga, di educazione alla legalità. Tant’è che fu il primo a girare per le scuole e affrontare il problema sul piano della prevenzione e non solo della repressione, a volte riscontrando dibattiti aspri e reazioni non sempre favorevoli.
Un altro punto straordinario che emerge dal volume di Leone Zingales è il tema della famiglia.
“ Rocco Chinnici era la tipica persona, il classico buon padre di famiglia che ogni sabato alle 14, lasciava il Tribunale, liberava la scorta e rientrava tra le mura domestiche diventando marito e padre. Poteva anche uscire con la famiglia, ma per non disturbare e vincolare i 18 uomini di scorta a turni stancanti o di attesa di una sua uscita, preferiva disimpegnarli e restava a casa, soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita”.
Riprendeva a lavorare il lunedì mattina, e, nelle ultime settimane lavorò a ritmi frenetici perché sentiva di avere poco tempo e voleva mettere a segno alcune importanti caselle investigative, acquisire fonti determinanti per arrivare al processo con certezze probatorie fondate, che poi furono concluse e portate a termine da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto.
Il suo esempio, la sua umanità, la sua intelligenza professionale e culturale, a molti ancora oggi sconosciuti, possano essere testimoniate dalle nuove generazioni che hanno la possibilità-usufruendo continuamente e lodevolmente di lezioni di cultura ed educazione alla legalità- di leggere e analizzare tra i banchi di scuola, coadiuvati dai loro insegnanti, Rocco Chinnici un testo- quello di Leone Zingales- completo, semplice, diretto, chiaro e attuale.
Fratelli di sangue
Scriptoriumdi Fabio Celi La ‘ndrangheta tra arretratezza e modernità: da mafia agropastorale a holding del crimine.
Nel volume di 320 pagine-Pellegrini Editore- sono analizzate le origini antropologiche e sociali della criminalità organizzata calabrese, la storia e i legami delle 'ndrine.
Il libro "Fratelli di sangue", edito dalla Pellegrini di Cosenza, è il frutto di un lavoro meticoloso quanto altamente qualificato e realizzato da due autori d'eccezione, il sostituto procuratore di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, e dal giornalista Antonio Nicaso. Nicola Gratteri, sostituto Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, è uno dei magistrati più esposti nella lotta contro la ’ndrangheta; Antonio Nicaso, scrittore, ricercatore, studioso del fenomeno “mafie”, ha pubblicato tredici libri sulla criminalità organizzata in Italia e nel mondo, tra cui diversi bestsellers.Un libro che nasce dal desiderio di capire, per far capire. Ci parla di ‘ndrangheta con competenza
e praticità, sfuggendo alle suggestioni sociologiche per esplorare luoghi comuni di ‘ndrine e “locali” in un saggio di storia e geografia del fenomeno mafioso calabrese.
Un excursus quello degli autori che spazia dalla cronologia alle tradizioni e alla modernità delle 'ndrine.
La ‘ndrangheta ha cambiato ambiti, ma non abitudini, comportamenti, logiche. Le sue caratteristiche sono quelle di sempre: adattabilità e tradizione, continuità e trasformazione.
La ‘ndrangheta dell’onore e del rispetto non è mai esistita.
In Calabria non c’è mai stato un capo di tutti i capi, sul modello di Cosa Nostra, forse proprio a causa della particolare conformazione orografica di questa regione, frammentata e divisa, con difficoltà di collegamento tra un versante e l’altro.
Tutto ciò ha influito sullo stesso sviluppo della ‘ndrangheta che è nata come struttura orizzontale, fortemente radicata nel territorio, e priva di un comando unico.
Ciò non toglie che vi siano stati (e vi sono tuttora) rapporti fra le diverse ‘ndrine, che sebbene autonome, non hanno disdegnato alleanze, scambi o contatti quasi sempre riconducibili alla gestione di interessi comuni o a logiche di potere.
Gli uomini delle ‘ndrine hanno sempre usato la violenza per imporre il loro dominio territoriale.
Per decenni la ‘ndrangheta è stata sottovalutata, e questo ha contribuito a farla diventare una multinazionale, ha sorpassato le altre realtà mafiose, ed è capace di condizionare non solo la politica, ma anche i modelli, i consumi ed i costumi.Oggi, secondo alcune stime, la mafia calabrese avrebbe un volume di affari che si aggira attorno ai 36 miliardi di euro.
In Calabria è riuscita a sviluppare una strategia aggressiva e invasiva, frutto di un’egemonia sul territorio che le permette di infiltrarsi in modo profondo ed efficace nel tessuto economico e nelle istituzioni.
Un’organizzazione criminale a struttura orizzontale, non verticistica, a composizione familiare, impermeabile alla tempesta del pentitismo e soprattutto potentissima e ricchissima.
La ‘ndrangheta si è consolidata sempre di più nel campo dello spaccio di droga, soprattutto importazione di cocaina, dove è divenuta per i narcotrafficanti colombiani e venezuelani più affidabile della consorella siciliana.
Un libro a metà tra la ricerca storica e l’indagine antropologica, non per nulla l’introduzione è dell’antropologo Luigi Lombardi Satriani, con chiare sezioni di denuncia.
Nei primi capitoli i due studiosi iniziano con un lavoro accurato e preciso che riguarda la storia e le origini della 'ndrangheta dall'Ottocento ad oggi, con riferimenti ai suoi primordi, risalenti al Cinquecento.
In Calabria la ‘ndrangheta ha cominciato a farsi notare all’interno del processo che accompagna la formazione dello stato unitario.
Proprio dal nome dei suoi affiliati, l’organizzazione criminale che, in quegli anni, comincia ad affermarsi nelle province di Reggio Calabria e Catanzaro, è definita Picciotteria.
Il volume svela piccoli e grandi retroscena. Si cita anche il primo storico pentito Serafino Castagna, con le sue importanti ed utili rivelazioni su questo mondo oscuro e sommerso.
Il libro prosegue con la storia della prima e della seconda guerra di mafia, la stagione dei sequestri di persona e non dimentica di raccontare la presenza secolare, con il ruolo non secondario, delle donne nell'organizzazione criminale.
Gli autori hanno cercato di spiegare che non è mai esistita una 'ndrangheta parassitaria ed una invece dell'accumulo ma, questi due aspetti sono sempre coincisi.
La mafia è ambedue le cose, "imprenditrice" e "mediatrice", e alla base di tutto c'è sempre il denaro.
I due autori hanno posto l'accento sul ruolo primario e strategico che la 'ndrangheta si è conquistata rispetto ad altre realtà criminali, diventando quindi più pericolosa.
La ‘ndrangheta gode nei centri in cui opera di uno strisciante consenso diffuso che la rende ancora più forte.
Il mafioso persegue sì il potere, ma gran parte della sua forza gliela danno gli altri.
La 'ndrangheta, dunque, si basa sul consenso popolare, e quasi narcisista desidera che tutti ne conoscano l’esistenza.
Negli altri capitoli sono descritti i “locali” e le famiglie a partire dal territorio di “competenza”. Si parte dalla ‘ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria e nel resto della provincia.
Un capitolo è dedicato all'infiltrazione della criminalità organizzata per la gestione delle grandi opere pubbliche, soprattutto degli anni settanta.Il libro continua con la descrizione delle altre province calabresi proseguendo con le “mappe” della presenza delle “famiglie” fuori della Calabria, in particolare nelle altre regioni italiane ed in specifico i contatti con la camorra, la mafia siciliana e la Sacra Corona Unita.Degni d’attenzione la lettura dei paragrafi riguardanti la presenza della ‘ndrangheta in Germania, Svizzera, Austria, Inghilterra, Spagna, nel resto d’Europa, nell’ex Unione Sovietica e nel Nord Africa.
Altri paragrafi sono rivolti alla ramificazione della 'ndrangheta nel resto del mondo, in particolare nel Sud America.
In appendice è presente un capitolo riguardante, la ‘ndrangheta delle parole e le parole della ‘ndrangheta.
Poi i rituali, i codici, la terminologia, le cerimonie raccontate dai collaboratori di giustizia...
Le ‘ndrine sono diventate così sempre di più ricche mentre la Calabria resta inchiodata agli ultimi posti degli indicatori economici su reddito ed occupazione, a dimostrazione che le mafie non producono ricchezza, ma condannano il territorio in cui operano al sottosviluppo e al degrado.
Le cosche calabresi non solo hanno i loro referenti in seno ai cartelli colombiani che inondano di cocaina il mondo, ma sono ben rappresentati anche nelle giunte locali.
La reazione dello Stato è sempre stata legata all’emergenza, quella dei sequestri di persona o delle faide, mai ad un’azione di lungo corso con l’obiettivo precipuo di disarticolare l’immensa disponibilità economico patrimoniale delle varie cosche.
Oggi la 'ndrangheta è più forte anche perché vi sono state delle modifiche normative negli ultimi dieci anni che hanno sostanzialmente reso meno incisivo il contrasto alla criminalità organizzata. Il patteggiamento allargato e il rito abbreviato hanno contribuito ad inaridire la legislazione antimafia.
Questo volume in conclusione si presenta come uno strumento in grado di contribuire, per quanto possibile, ad una maggiore conoscenza e dunque ad una piu' efficace azione di contrasto nei confronti della criminalita' organizzata calabrese.
In conclusione il messaggio che è stato lanciato dai due autori, è stato quello che la mafia si può vincere con l'impegno fattivo di tutti, in primis con la cultura, l’educazione alla legalità e con leggi più appropriate di quelle esistenti.
Ci vuole certezza della pena per i colpevoli, non si può combattere la 'ndrangheta se non la si divincola dai patrimoni ingenti che queste persone hanno accumulato.
“Fratelli di sangue” si apre con una frase di Corrado Alvaro: «La disperazione peggiore di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile».Questa riflessione ci fa proprio ricordare che le idee possono essere offuscate ma non sconfitte e che alcune migliaia di persone non possono tenere in ostaggio un’intera regione che, purtroppo, continua ad essere sconnessa dal Paese, dall’attenzione dello Stato e dall’opinione pubblica nazionale.
“Quello che non si doveva dire”
Ad litteramdi Antonio Liotta
“Quello che non si doveva dire” è stato detto, anzi scritto.
A scrivere per Rizzoli editore- genere politica- è Enzo Biagi, una delle firme più autorevoli e più prestigiose del giornalismo italiano.
Il libro, redatto a quattro mani con Loris Mazzetti, uno dei suoi più stretti collaboratori, offre una serie di riflessioni e di spunti interessanti sui temi centrali della politica e dell’attualità: è lo stesso Biagi a dichiarare apertamente di aver voluto raccogliere in forma scritta tutte le idee, i pensieri, gli appunti che avrebbe utilizzato nei suoi programmi televisivi se non fosse stato allontanato dalla Rai, dopo quaranta anni di lavoro al suo servizio. Così è una costante, nel libro, il riferimento alla sospensione del suo programma di maggior successo, Il Fatto (che per centinaia di giorni fu la trasmissione più vista dell’intera televisione pubblica), avvenuta nel 2002 a seguito del famoso “editto bulgaro” con cui Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, in visita a Sofia, condannò alcuni giornalisti italiani (tra cui Santoro, Luttazzi, e lo stesso Biagi) per aver fatto “un uso criminoso della televisione pubblica”, parole che comportarono sostanzialmente il loro allontanamento dalle reti Rai. E risulta evidente il desiderio di Biagi di commentare e approfondire gli eventi di questi ultimi anni, esprimendo liberamente il proprio punto di vista, quello dell’uomo che ha conosciuto quasi un secolo di storia italiana e del giornalista navigato che ne ha raccontato buona parte.
Il libro si muove tra storia e attualità, soffermandosi sia sui grandi eventi della politica mondiale (la guerra in Iraq, la lotta al terrorismo internazionale, l’avanzata economica della Cina), che sulle vicende della politica italiana (la fine del governo Berlusconi, la vittoria del Centrosinistra, con un pensiero particolare per Ciampi e per il nuovo inquilino del Quirinale, Napolitano) passando per le notizie di cronaca, nazionali ed estere, che hanno fatto più discutere, suscitando l’interesse dell’opinione pubblica. Si va dalla strage di Nassirya in cui persero la vita diciannove italiani a quella della scuola di Beslan, nell’Ossezia del nord, quando l’azione di un cammando di separatisti ceceni e il seguente blitz delle forze speciali russe provocò 394 morti, tra cui 200 bambini; dall’uccisione in Iraq del giornalista Enzo Baldoni a quella del dirigente del Sismi Nicola Calipari, incaricato di riportare a casa Giuliana Sgrena, la giornalista del Manifesto; e tutte i misteri, le perplessità e i dubbi che si addensano attorno a queste vicende. Un intero capitolo è dedicato alla situazione calabrese, al potere e alla capillarità della ‘ndrangheta, alla sua connivenza con la politica, alla Calabria che accetta in silenzio e a quella che invece non ci sta e si ribella; come dopo l’uccisione, a Locri, di Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria ed esponente della Margherita, quando furono soprattutto i giovani a scendere in piazza, a manifestare contro la mafia e contro l’omertà, suscitando l’attenzione dei mass media e dando un segno concreto di risveglio in un contesto troppo spesso caratterizzato da indifferenza e apatia. E proprio ai ragazzi e alle nuove generazioni che Biagi si riferisce continuamente, come forze motrici della società futura, che non intende di certo ammaestrare a suo piacimento ma più che altro indirizzare, formare, facendo leva soprattutto sugli insegnamenti della storia. Infatti, altro leitmotiv del libro è un costante sguardo al passato, come strumento essenziale per capire meglio il presente, per riflettere su valori e ideologie, su pericoli da scongiurare e mutamenti da interpretare; l’attenzione si rivolge, in particolare, alle vicende della Seconda Guerra mondiale, alla lotta dei partigiani per liberare l’Italia dal nazi-fascismo, al trionfo della Repubblica e alla ritrovata libertà: una pagina di storia che Biagi conosce bene, perché vissuta in prima persona e che vuole condividere con il lettore, attraverso aneddoti e ricordi personali che rievocano vicende, ambienti e personaggi di quell’epoca. Ma c’è spazio anche per la storia più recente, quella degli “anni di piombo”, raccontata attraverso le interviste ai protagonisti del periodo, e c’è spazio per la condanna senza riserve sia del terrorismo nero che di quello rosso; vengono così rievocate, a distanza di oltre 25 anni, la strage alla stazione di Bologna (85 morti), per cui sono stati condannati come esecutori materiali, Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, due militanti dell’estrema destra; e le tante vittime, celebri e non, delle Brigate Rosse, a partire dal sequestro e dall’uccisione del leader della DC, Aldo Moro, fino a quelle più recenti di Massimo D’Antona, nel 1999, e di Marco Biagi, nel 2002. Il racconto, però, non si appiattisce mai sul ricordo fine a se stesso, ma si rinnova sempre, e tra un aneddoto di gioventù e una vicenda particolarmente toccante, vengono fuori temi e discussioni di ampio respiro: il problema della laicità, e il rapporto tra il mondo laico e quello religioso; il rapporto personale con Dio, alla luce di eventi come la Shoah e il flagello dell’Aids; riflessioni sul razzismo e sulla xenofobia, sulle radici dell’antisemitismo, sulla possibilità di una aver un’etica anche senza avere fede. A rendere più appagante e fluida la lettura è uno stile semplice, piacevole, senza tanti fronzoli, che invita costantemente alla riflessione critica; uno stile in cui non serve la retorica, in cui le argomentazioni pompose lasciano lo spazio a descrizioni che sanno d’antico, storie di gente normale passate nel dimenticatoio, ma tanto emblematiche da meritare di essere ricordate. Traspare, tra le righe, il disagio di un giornalista che ha sempre fatto informazione, espresso al pubblico le proprie posizioni e che ora, dopo una lunga carriera, viene a trovarsi nella posizione inversa: quella di colui che riceve passivamente le notizie da altri, da casa, e che si trova a riflettere nel privato, senza la possibilità di dare voce al proprio pensiero.
Forse per questo, alla fine del libro, troviamo una cronologia degli eventi più importanti, avvenuti tra il 2002 e il 2006, gli anni in cui Biagi non ha più fatto informazione in tv: è un invito a rileggerli, a ripensarli, con quel minimo di distacco che serve per metabolizzare gli eventi e cercare di dargli un perché. In attesa della fine del suo esilio televisivo: Biagi dovrebbe tornare in onda in primavera, su Rai3, con un programma in seconda serata, al confine tra politica, storia e attualità.
IL GIORNALISMO ITALIANO, SERVO DEL POTERE POLITICO
Incipit di Matteo Davide Scorza
Se in America il giornalismo è il cane da guardia del potere, in Italia è il cane da compagnia. O da riporto.
Questo passaggio racchiude una delle tesi centrali del nuovo lavoro editoriale di Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti. Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni (Ed. Il Saggiatore 2006) .Il giornalismo italiano non è in grado, come avviene nella migliore tradizione liberale del giornalismo anglosassone, di svolgere quella funzione di watchdog, di cane da guardia del potere politico, di esercitare un controllo stretto sulle vicende politicamente rilevanti, di svelare verità scomode per chi governa, di fare pressioni sulla classe dirigente indipendentemente dall’appartenenza politica di chi lo pratica.
Quello che, secondo Travaglio, rimane però il problema principale del mondo dell’informazione nel nostro Paese è, come appunto recita il titolo del libro, la scomparsa dei fatti: il motto “I fatti separati dalle opinioni” è stato ampiamente sostituito dalla pratica corrente per cui alle opinioni viene attribuito lo status di notizie e i fatti, quelli veri ed essenziali, vengono svuotati di contenuto e trasportati in sfere a essi estranee, perdendo così di valore e di rilevanza pubblica. E questo lo ha affermato anche Mauro Mazza, direttore del TG2: «sono i politici a pretendere la messa in onda delle loro dichiarazioni in voce, convinti che dieci secondi della loro voce valgano di più di ogni nostra spiegazione».
Il saggio si apre con puntiglioso e ironico campionario di “C’è chi nasconde i fatti perché…”, in cui vengono elencate le varie modalità attraverso le quali sono messe in atto le pratiche menzognere e mistificatorie dei “giornalisti” italiani. Perché, secondo il giornalista torinese, i media italiani, giornali e televisione in testa, sono diventati delle centrali di quella che viene definita come “disinformatija”.
La lucida e dettagliata analisi dell’autore sullo stato dell’informazione fa emergere un quadro desolante ma, purtroppo, altamente realistico. E il quadro diventa ancor più desolante se si considera che la pratica della manipolazione dell’informazione non è patrimonio esclusivo dei cosiddetti “berluscones” ma sembra far parte del codice genetico di tutta la categoria, in un asse che copre tutto l’arco politico. Tant’è che, sostiene Travaglio, «oggi la vera distinzione tra i giornalisti non è fra destra e sinistra ma fra schiene dritte e schiene curve, o quantomeno flessibili».
E di “schiene dritte” oggi ce ne sono veramente poche; una era senz’altro Montanelli, mentore di Travaglio, che con il suo reportage sulla Rivoluzione ungherese del ’56 riuscì a scontentare sia destra che sinistra, del quale viene riportato l’invito a scrivere in modo chiaro e comprensibile in modo da farsi capire da coloro in funzione dei quali solamente si scrive: i lettori.
E questo non implica ovviamente che il giornalista debba rinunciare, quando scrive, a vagliare i fatti sotto la propria lente di lettura né garantisce l’infallibilità del suo lavoro, purché i suoi errori siano commessi in buona fede e non siano dovute a finalità diverse da quella logica e naturale del giornalismo, quella informativa. Altrimenti si finisce per screditare l’intera categoria e di azzerare il consenso sociale anche dei suoi, pochi, onesti rappresentanti.
Ogni capitolo del libro si occupa di singoli esempi che surrogano la tesi dell’ autore. Si parte da Tangentopoli e dall’ondata revisionistica a beneficio dei suoi più macabri protagonisti, ad alcuni dei quali si propone oggi di dedicare delle strade. Travaglio dimostra come sia infondata l’opinione, oggi molto comune, che lo scandalo sia stato creato ad arte dai giudici milanesi per eliminare l’allora classe dirigente. Infatti, come è documentato con dovizia, i primi politici a essere arrestati erano due comunisti, Li Calzi e Soave, e i vertici lombardi del PDS vennero spazzati via dall’inchiesta, così come molte cooperative rosse.
Altro caso eclatante è stato quello dell’influenza aviaria, una vicenda sfruttata e amplificata dai media, che hanno cavalcato il clima di terrore per scopi meramente commerciali. E nessuno che abbia messo in evidenza un elemento molto importante: la conferenza sul tema, che si tiene a Malta nel settembre del 2005, è sponsorizzata da alcune tra le principali case farmaceutiche mondiali.
Ma, secondo Travaglio, i giornalisti italiani sono avvezzi a due pratiche molto ricorrenti. La prima è quella di inventare notizie: falsi dossier sulle armi di distruzione di massa in Iraq per sostenere l’intervento armato, le false notizie per screditare i magistrati, Prodi coinvolto nel rapimento di Abu Omar o referente italiano del KGB. Ma c’è anche un’altra, diffusa, pratica giornalistica, l’”arte del parlar d’altro”, di cui Travaglio indica Bruno Vespa come più alto esponente: si arresta Provenzano e si parla del suo covo e non di come abbia fatto a rimanere latitante per così tanto tempo; condannano Previti e Dell’Utri e ci si concentra sul caso di Cogne; si parla di brogli elettorali e nessuno dice che Forza Italia ha perso sei punti percentuali rispetto alle elezioni del 2001.
La progressiva scomparsa del giornalismo d’inchiesta, il cui spazio viene sempre più occupato dalle dichiarazioni dei politici, non può che essere uno dei naturali effetti di questa situazione.
Ma dietro questa mistificazione della realtà si nascondono gli interessi e le pressioni delle lobbies politiche e la verità non è sottoposta a un attento vaglio da parte dell’opinione pubblica. Tuttavia, Travaglio cerca di distogliere dall’idea che le tante anomalie del sistema politico e del mondo dell’informazione riguardino semplici aspetti contingenti, come il conflitto d’interessi, la pratica della corruzione o i legami politica-malavita; rappresentano, invece, qualcosa di ben più radicato e duro a morire nella cultura politica del Paese.
Il rapporto tra politica e stampa diventa sudditanza del secondo verso il primo e i rari casi di rifiuto a sottostare provocano irritazione nel ceto politico. La delegittimazione della professione giornalistica ne è la ovvia conseguenza. Questo all’estero non succede e Travaglio ricorda il caso dei giornalisti anticastristi licenziati dal quotidiano Nuevo Heraldo quando si è scoperto che erano pagati dalla Casa Bianca.
In sostanza, la critica che molti, come per alcuni dei suoi precedenti libri, hanno volto a Travaglio è che il suo a volte eccessivo “giustizialismo” e la tendenza a una quasi meccanica adesione ai contenuti delle sentenze giudiziarie lo portano a identificare queste ultime con la verità assoluta.
Tuttavia ciò non dipende da altro che dalla volontà del cronista torinese di mantenere un forte legame tra i fatti e la loro narrazione imparziale. Questo dovrebbe essere l’unico compito del giornalista.
Calabria e letteratura
Prosceniumdi Maria Rossi
Un’iniziativa editoriale senz’altro lodevole è stata quella della ben nota ILISSO-RUBBETTINO che, dal giugno 2006
al gennaio 2007, ha pubblicato in edicola una collana di venticinque opere, generalmente romanzi, di autori calabresi
per diffonderne la conoscenza presso il grosso pubblico, quello che non è abituato a frequentare le librerie e che pertanto
spesso è ignaro di quanto avviene sul fronte letterario della propria regione.
Già, perché in Calabria si scrive pure, e non solo sulla carta bollata o sui giornali, in merito agli intrallazzi ed alle malefatte
dei soliti noti!
Si scrivono opere letterarie che forse altrove avrebbero maggior fortuna, se trovassero un pubblico più attento.
Ad iniziare la serie è stato uno degli scritti meno letti di Corrado Alvaro, “Il mare”, seguito a distanza da “L’uomo è forte” dello
stesso autore poi, via di seguito gli altri scrittori, alcuni gia noti al grosso pubblico, altri meno, o praticamente sconosciuti:
una bella occasione per effettuare un recupero e render merito a chi ha profuso tempo ed energie per dare testimonianza
della propria terra d’origine attraverso vicende e personaggi, nati dalla fantasia, ma estremamente rappresentativi per
ciò che concerne la loro peculiarità regionale, oserei dire la loro “calabresità”.
La maggior parte di loro ha scritto nel ‘900, tranne Tommaso Campanella, che, con la sua “Città del sole” si situa ad una
distanza cronologica notevolmente più arretrata rispetto agli altri; ma, d’altra parte, non lo si poteva ignorare in questa raccolta,
considerato il suo spessore nella storia del pensiero filosofico ed in letteratura il suo stile personalissimo, anche se oggi di non
facile lettura.
Un solo autore, Alessandro Dumas, figlio dell’omonimo prolifico scrittore francese di romanzi di cappa e spada, non è calabrese,
ma scrive in modo piacevole ed interessante della Calabria dell’ ‘800, perennemente minacciata dai terremoti, arretrata sotto tanti
aspetti, ma nel suo insieme pittoresca; cosa che d’altronde appare anche nell’opera di Vincenzo Padula, “Persone in Calabria”,
dove troviamo un istruttivo resoconto di tradizioni popolari, mestieri, condizioni di vita della gente nello stesso periodo e, di
tanto in tanto, inframmezzate al testo, divertenti filastrocche o canzonette d’amore in vernacolo allora diffuse.
E’ solo poco più di un secolo che ci separa da questi due autori, ma chi legge oggi ha l’impressione che ne siano trascorsi molti
di più perché dalle loro pagine viene fuori il ritratto di una terra arcaica, estremamente povera, lontanissima dai modelli culturali
coevi generalmente noti, eppure quasi mitica nella sua straordinaria bellezza, rimasta fino ad allora intatta, proprio perché,
paradossalmente, tagliata fuori dal progresso, da cui erano state lambite le altre regioni.
Gli scrittori più recenti invece, quasi tutti attivi anche nel giornalismo, presentano ritratti impietosi, di una folla di personaggi,
generalmente chiusi ed incapaci di uscire da una mentalità intrisa di superstizioni, pregiudizi, avidità di possesso, o di potere,
di povertà di vedute, infine, che ne condizionano e quasi impediscono il flusso normale della vita.
Che dire? Alcune figure rimangono impresse nella mente del lettore per la loro prepotente personalità, a tratti barbarica,
come quella di Mimì Cafiero, protagonista quasi assoluto del romanzo omonimo di Mario La Cava, certamente
rappresentante di un costume, radicato nella mentalità meridionale e non ancora del tutto scomparso, che vedeva l’uomo
come detentore di ogni diritto a scapito della donna, considerata invece solo una preda e, comunque, da sottomettere sempre,
anche nel rapporto coniugale, basato sul sesso più che sull’amore, sul dominio più che sul dialogo, tale perciò da diventare
un’oscura prigione per la malcapitata.
Altri protagonisti si dibattono in situazioni rese senza scampo dalla povertà e dalla congiuntura politico-sociale del momento: vedi
“Vita di Stefano” dello stesso La Cava, dove il giovane che dà il titolo al romanzo, è imprigionato in una serie di rapporti umani,
sbagliati, diremmo noi, ma profondamente consoni all’ambiente paesano gretto e meschino, per di più oppresso dalla dittatura
fascista che, a volte, assume tratti quasi grotteschi e determina il destino tragico di Stefano, che invano cerca di venirne fuori.
Potrei ancora citare, come vittima di un fato incombente, Laura, personaggio chiave di “La fidanzata impiccata” di Fortunato
Seminara, che sa descrivere con maestria gli atteggiamenti, le chiacchiere, le occhiate dietro le imposte, fingendo di non vedere,
di tutto un paese che vive in funzione di ciò che pensa la gente e dà più peso alle apparenze che al resto.
Notevole, per la sua attualità e per la sua carica di denuncia sociale, appare poi il romanzo di mafia di Mario Strati, emblematico
anche nel titolo “Impallidisco le stelle e faccio giorno”, dove l’espressione, volutamente fuori dalle regole grammaticali, evoca
il carattere dei protagonisti, che rompono ogni regola del vivere civile e diventano belve per obbedire agli ordini di chi li alletta
col miraggio del danaro e dell’impunità, pur conservando, a tratti, sentire umano, allorché si ripercorrono le tappe della loro
mutazione,che li ha resi quelli che sono, senza possibilità di tornare indietro.
Non è qui possibile, per ovvie ragioni, soffermarsi su tutti gli autori presenti nella collana; faccio pertanto un ultimo cenno a due
romanzi che mi sembrano notevoli per il loro impianto. si tratta di “I fratelli Rupe” di Leonida Repaci e “Caterina Marasca”, di
Giovanna Gulli, unica scrittrice presente nella raccolta.
Il primo è pervaso da fiducia ed ottimismo costruttivo nel racconto delle vicissitudini di una famiglia che vive in un paesino poco
noto della Calabria, Sarmùra, dove gli edifici e le opere edilizie più importanti sono stati realizzati, dal capofamiglia, Antonio,
uomo di forte tempra e di grandi progetti, tra cui la bonifica di un vasto territorio feudale, non solo per il benessere dei suoi,
ma di tutta una classe di diseredati braccianti, che lo venerano come un padre e un benefattore. La morte purtroppo interrompe
i suoi disegni e getta in condizioni disperate la sua famiglia, oppressa anche dai debiti contratti per far fronte ai grandiosi lavori
intrapresi. Ma è proprio qui che, stringendosi alla figura materna, rimasta unico baluardo del focolare, i figli reagiscono di fronte
alle avversità e traggono dal loro senso di appartenenza, dalla profonda dignità umana e sociale, trasmessa loro dal padre, la forza.
per risollevare le proprie sorti e quelle del paese al quale sono radicati.
La lettura di questo testo è molto coinvolgente, soprattutto perché non presenta, come generalmente avviene negli altri romanzi,
una situazione di oppressione senza scampo, ma forze sane, accomunate da un ideale democratico, che lottano per reagire alle
difficoltà che si abbattono su un paese intero, in un affresco corale, dove il termine “famiglia” fa pensare, per contrapposizione, a
ben altre “famiglie”, presenti e numerose nella realtà odierna della nostra regione.
Quanto all’opera della Gulli, giovane autrice della prima metà del secolo scorso, prematuramente scomparsa all’età di ventotto anni,
descrive con toni esasperati il ritratto di una giovane donna, animata inizialmente dalle migliori intenzioni per liberare dalla miseria la
propria famiglia: cerca lavoro, possibilmente un lavoro in cui possa mettere a frutto la propria intelligenza. Ma gli uomini che dovrebbero
assicurarglielo sono più attratti dal fascino che, inconsapevolmente, esercita con la sua bellezza fuori dai canoni, dai tratti quasi irregolari;
dopo avere a lungo resistito ed aver tentato ogni espediente per sopravvivere alla miseria, finirà col cedere e diventare una prostituta
d’alto bordo, sempre però mantenendo lo stesso atteggiamento fiero e sprezzante di quando faceva la fame.
Si potrebbe definire un romanzo d’appendice; ma c’è nella storia qualcosa di non finito, qualcosa che lascia supporre che se l’autrice
avesse avuto il tempo di rielaborarla, anche dal lato dello stile, forse ne sarebbe venuto fuori un testo di pregio.
Nello scrivere, sia pure molto sommariamente, di questa produzione letteraria calabrese si vuole richiamare l’attenzione dei lettori
de “Il pensiero” sul fatto che, pur essendo presenti nella nostra regione numerosi talenti ed intellettuali di rilievo, spesso non vengono
valorizzati, se ne parla poco e vengono letti ancor meno. Si dà pertanto al resto del paese l’impressione che la Calabria sia solo terra
di “ndrangheta” e di altre cose spiacevoli, amplificate dai “media”nazionali, allorché si occupano di qualche fattaccio che la riguarda.
Sta dunque ai calabresi occuparsi un po’ meglio della loro immagine e valorizzare, coltivandole, le cose buone di cui dispongono.
0 commenti:
Posta un commento